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Le parole dell'educazione

Documentazione

Barbara Zoccatelli – Pedagogista e formatrice, coordina il nido dell’Università di Trento ed è responsabile dell’Atelier “La Coccinella” s.c.s.

Da diversi anni il tema della documentazione trova spazio nella riflessione pedagogica. Si tratta di un concetto vasto e complesso, proveniente da una varietà di ambiti disciplinari, che ha trovato una declinazione operativa nei servizi educativi, dove la pratica documentativa si è sviluppata in diverse direzioni, confermandosi come prezioso strumento di crescita professionale, in grado di dare riconoscimento e visibilità alle competenze dei bambini attraverso i pensieri e le parole degli educatori che li accompagnano nella crescita. Nei servizi per l’infanzia la documentazione riguarda il processo finalizzato alla costruzione di modalità e strumenti per tenere memoria, organizzare, condividere, comunicare, progettare, valutare, formare e produrre cultura intorno al lavoro educativo con i bambini e le famiglie. La fotografia è oggi uno degli strumenti di documentazione più utilizzati. Miliardi d’immagini invadono quotidianamente i nostri computer, i nostri smartphone e il nostro immaginario, e che tante volte restano chiuse dentro ai dispositivi, a lasciarsi dimenticare. Roberto Cotroneo riflette su come l’evoluzione tecnologica degli ultimi decenni stia cambiando le nostre vite e il nostro sguardo sul mondo. Instagram poteva diventare un nuovo modo di fotografare la realtà, per mostrare e raccontare agli altri il nostro modo di vederla, ma le cose stanno andando diversamente. Nella maggior parte dei casi le persone mostrano se stesse, i propri spazi e oggetti, frammenti di vita edulcorati da filtri per vestire le immagini di una parvenza artistica. Questa intimità esposta e condivisa sui social network, anche con persone sconosciute, è secondo l’autore una forma capovolta di distanza: “l’intimità è estraneità, un pensiero che torna a se stesso senza guardare oltre […]; non è un caso che l’obiettivo più usato sugli smartphone sia quello frontale: lo schermo del proprio cellulare si fa specchio e non finestra sul mondo […]. Gli altri ci vedono, noi vediamo solo noi stessi, e il mondo è solo un luogo irraggiungibile dove non siamo più capaci di stare e che però siamo capaci di fotografare sempre meglio” (R. Cotroneo, Lo sguardo rovesciato, Utet, Torino, 2015, p. 66). 

Queste riflessioni ci interrogano anche sui significati della documentazione pedagogica. In un contesto così saturo di immagini e messaggi può essere utile partire dal presupposto che, in ambito educativo, documentare significhi innanzitutto scegliere: scegliere cosa raccontare e a chi, a cosa dare voce e visibilità, su cosa investire. Ogni educatore conosce il limite di non poter trattenere e restituire la ricchezza e la complessità di esperienze che un bambino vive nella sua giornata. Accettare questo limite è essenziale per trasformarlo in un punto di forza, mettendo al centro del processo documentativo la dimensione della scelta. La documentazione non è infatti la descrizione oggettiva della realtà, ma il frutto di una scelta che implica un’assunzione di responsabilità sui significati dell’agire educativo. 

Cosa vogliamo raccontare? Quali storie? Quali aspetti della vita al nido/a scuola vogliamo valorizzare? Quali messaggi vogliamo trasmettere? Quale idea di bambino, di famiglia, di servizio educativo? Una giornata offre infiniti spunti per trasformare le situazioni in elementi narrativi: incontri, scoperte, dialoghi, conquiste, gesti di cura e ritualità… Molte di queste cose scivolano via se non incontrano uno sguardo che le fissa e le mette in valore per condividerle. Qualcuno ha detto che le storie accadono solo a chi le sa raccontare: attraverso la narrazione s’individuano le connessioni fra momenti ed esperienze per dare forma, spessore e significato ai vissuti. Documentare quindi non significa raccontare tanto ma raccontare bene. Non si tratta di caricare le esperienze di significati forzati, ma di metterle a fuoco nella loro autenticità, attraverso il confronto e la riflessione condivisa fra educatori. 

Imparare a narrare il proprio fare è quindi una competenza fondamentale per costruire capacità riflessiva sui contenuti e sulle modalità del lavoro educativo. 

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