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In-comprensioni

Tempi moderni

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

Arrivo per ultima. E già mi sento in colpa. Ma è praticamente un miracolo che io sia riuscita a venire alla riunione di oggi. Le educatrici di Sofia me lo hanno detto una settimana fa che ci sarebbe stata. “Alle 17.00, mi raccomando, mamma, ti aspettiamo”. Una settimana fa. Siamo a gennaio e la mia agenda non ha un buco fino a maggio. Mi sembra che siamo su due pianeti diversi, noi famiglie e le educatrici. O è una sensazione solo mia? Non potrebbero fare un calendario a inizio anno scolastico con tutti gli appuntamenti e comunicarceli? E poi “mamma”. Sono Giulia, vorrei dire. Mi chiamo Giulia. Odio che mi chiamino mamma in quella maniera zuccherosa. Potrebbero fare lo sforzo di ricordarsi come ci chiamiamo, noi genitori. Io loro le chiamo per nome. “Buongiorno Teresa/ Grazie Valeria”. Non “Buongiorno educatrice/ Buonasera maestra”. E i bambini come li chiamano? Bambini? E mia figlia? Patata, come ho sentito una volta che chiamavano la sua amica Marcella? Sofia? Sofi? Una volta al mattino quando siamo arrivate le hanno detto “Ciao Principessa”. Volevo cambiarle scuola. Principessa di che? Che idea hanno ad esempio, sul patriarcato, le insegnanti di mia figlia? Poi però l’ho lasciata qui. L’altra scuola è troppo lontana, portarla diventerebbe troppo complicato. Comunque, prima o poi svuoterò il sacco. O quasi quasi lo faccio stasera, in questa riunione. Almeno dò un senso al fatto di dovermi rimettere al computer fino a notte, per essere qui. Sono venuta perché oltre a darmi fastidio il fatto di sentirmi chiamare mamma, mi secca quello che pensano di me. E cioè che io sia una mamma troppo impegnata per seguire bene mia figlia. Tempi moderni “È successo qualcosa a casa? Vediamo Sofia un po’ irrequieta, forse è un po’ destabilizzata da tutti questi cambiamenti”. “Quali cambiamenti?”, ho balbettato. “Beh, non sa mai chi la verrà a prendere, se un nonno o la zia e abbiamo visto avvicendarsi baby-sitter diverse. Si morde spesso le unghie, ci sembra nervosa”. Mi sono morsa la lingua. Sì, perché io non ho un turno di sei ore, e grazie al cielo non ho nessun principe azzurro ad aspettarmi. No. Io sono una madre single, lavoratrice autonoma e per riuscire a campare, pagare la macchina, il mutuo, la spesa e le bollette, devo mettere insieme quattro lavori diversi. Quattro, non è un numero a caso. Certo, alcuni più corposi, altri più saltuari, ma sempre quattro sono. Che vite hanno gli altri? Non fanno questa stramaledetta fatica che faccio io? La riunione parte con la visione di un video. Bambine e bambini giocano con dei foulard, si travestono, inventano ruoli. Che belli. Le educatrici ci spiegano il valore del gioco simbolico. Apprezzo. Prende la parola il papà di Mario. Dice che nel video ha visto suo figlio indossare una veste rosa. “Sì, è un travestimento che abbiamo nel cestone, a Mario piace molto, lo mette spesso”, spiegano le educatrici. Lui allora chiede come sono intervenute. “In che senso?” chiedono. Fanno finta di non capire ma hanno capito benissimo dove vuol parare il signore. Approvo la loro strategia. La riunione si fa interessante. Il papà di Mario dice che una sera tornando a casa ha trovato Mario che giocava assieme alla sorella più grande, coi trucchi di lei. “È un maschio, no? Bisogna insegnargli che certe cose non si fanno, non ci si traveste da principessa rosa e non ci si trucca”. Mi viene il sangue al cervello. Ci pensate voi o faccio io, chiedono alle educatrici i miei occhi imploranti? Valeria prende la parola. Spiega a tutti i genitori che il gioco del travestirsi permette di sperimentare diversi ruoli, di scoprire diverse sfaccettature della propria identità e che anzi è molto importante per dare voce alle proprie emozioni. Usa termini esatti e delicati che hanno il potere di azzittire il papà di Mario ma di non fermare il suo scuotimento di capo. Il padre di Jonathan dice di non preoccuparsi, lui ha due gemelli, la femmina fa le cose da maschio e il maschio da femmina, è normale, sono bambini. Non capisco. “Quali sono le cose di un tipo e quali quelle dell’altro? Scusate ma io non sono d’accordo”, intervengo. Parla Teresa, sorride per riportare la calma. Mostra delle bambine che tengono in mano dei lunghi tubi di cartone e li puntano contro un albero. “Questo gruppo di bambine sta giocando ai pompieri. Come vedete, non c’è nessun maschio fra di loro, non per scelta, ma perché è un gioco nato spontaneamente in questo gruppetto. Forse vi stupisce perché ancora oggi la maggior parte di noi associa questa professione agli uomini. Ma i bambini devono essere liberi di sperimentarsi in ogni ruolo, se non fanno del male a nessuno, e sta a noi preservare e sostenere la loro libertà”. 

Olé. Educatrici-padre di Mario: 2 a 0. Brave. Lui continua ad avere lo sguardo allibito, come se l’educatrice parlasse arabo. Quanto meno, non replica. La madre di Khaled, che parla arabo veramente, dice in un italiano timido: “Scusate, grazie, io vado non capisco”. Nel suo caso non è un problema di senso ma di lingua. “If you want, I can translate it into english”, mi offro. “Grazie, grazie, ancora scusate” dice lei declinando la mia offerta. Esce e mi dispiace. Le educatrici non potevano pensarci prima alla mamma di Khaled, mi chiedo? 

Teresa ci fa vedere un altro spezzone di filmato. Bambine e bambini stanno giocando con del materiale strano. Strano, dico io. Destrutturato, dicono loro. Vasetti dello yogurt, bobine, anelli di legno, lunghi fili di gomma colorata. Valeria si sofferma su una foto in cui c’è Sofia che sta costruendo una torre altissima, che chiaramente ricorda la torre Eiffel. Divento rossa di orgoglio. A casa non l’ho mai vista fare delle costruzioni così. L’educatrice ci racconta di come i bambini e le bambine intorno ai 5 anni, non costruiscano solo per il gusto di costruire ma che lo facciano secondo un progetto che hanno in testa, con un’intenzionalità più precisa. Dice che Sofia, ad esempio, ha raccontato di aver visto questa torre su un libro di foto che ha a casa la mamma, e che le piacerebbe andare a Parigi con lei, una volta, a vederla veramente. Ho gli occhi lucidi. È vero, ricordo di un pomeriggio in cui ero in una call, lei aveva voglia di giocare con me ma io per farla stare buona ho tirato fuori questo libro di foto suggerendole di sfogliarlo, e che poi lo avremmo guardato insieme. Poi invece si è fatto tardi, ci siamo concesse una cena d’asporto e siamo andate subito a letto, che dopo la mattina si riparte. Mi viene in mente una pubblicità di anni fa. “Non importa se nasci leone o gazzella. L’importante è che tu corra”. Ecco, io mi sveglio così. Avvertendo dentro la mia mente il sordo boato di una mandria che corre all’impazzata. Non sono leoni e nemmeno gazzelle. Sono uomini e donne, storditi e affannati. Mi guardo attorno: forse in quella mandria ci sono il padre di Mario e quello di Jonathan. Sicuramente ci sono io che penso di far parte dell’esercito di chi produce pensieri raffinati, soluzioni creative, ricerche importanti… Ma non mi godo nulla di quello che sto progettando, innovando, creando. Non riesco a stare nell’esperienza, nel qui e ora. Il progetto A lascia il posto al progetto B, ma è già ora del C, anzi, del D. È come ingoiare senza masticare, senza sentire il gusto. Una specie di bulimia. 

“Interessante, eh?” mi risveglia la voce di Valeria. Guardo la foto di Sofia, proiettata sullo schermo. Lei, nel presente, invece ci sa stare. Lo costruisce con passione, mattoncino su mattoncino. Anzi, vasetto di yogurt su vasetto di yogurt. E nel presente, assieme a lei, per fortuna ci sono le sue educatrici, che sanno cogliere i suoi desideri e interessi. 

“Grazie di questo pomeriggio che mi avete regalato” mi vien solo da dire. Sono l’ultima. Gli altri sono già usciti. Io, invece, non andrei più via. È bello stare qui, dove, ancora, c’è tempo. 

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