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Le parole dell'educazione

Condivisione

Antonia Chiara Scardicchio – Docente e ricercatrice in Pedagogia Sperimentale, Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Foggia

“Siamo

così esposti così esposti

pelle di carta velina

muscoli

di burro ci fa pezzi un

filo d’erba indifferente

una spina uno sguardo

che sfiora

tagliente

come lama Ci spazza

via il fiato d’una

parola mal detta

maledetta taciuta un

tradimento in

buonafede – ma allora

non mi vede non mi

vede non mi vedi? A

noi noi mucchietto di

ossa e tremori e carne

nudi a noi condannati

a non prendere sul serio la piccola nostra bellezza

a dirci tanto non puoi non puoi

Ci salva solo la tenerezza una

carezza proteggerci a vicenda è

la benda sulla ferita Sulla Vita”.

Cristina Bellemo, 2019

 

Nessun umano può bastare a se stesso. Credendolo ci sfaldiamo: tutto quello che è trattenuto si stempera, anche se resta solido. Anche se – paradossalmente – è proprio per non disperderci che ci tratteniamo: è la pretesa di non smantellatura a renderci friabili. Condividere è, per questo, verbo non di precetto ma di sopravvivenza: l’identità umana è relazione, chi sceglie di restringere il recinto, finisce col recintarsi: vittima della sua paura, diventa il nemico da cui confidava di proteggersi. Ma l’autocombustione avviene lentamente e allora non sempre è facile discriminare come e quanto ci si stia snaturando. In autobus quasi più nessuno lascia il posto. Questione solo in apparenza effimera: chi resta saldo sul suo sedile, pur avendo visto una mamma con un bambino piccolo in difficoltà, si tiene stretto il suo spazio perché la sua voce interiore gli sussurra “proteggiti, conta solo ciò che riguarda la tua tutela”.

Come sia successo che noi, pur creature relazionali, andiamo verso il tradimento di questa identità in comunione e ci restringiamo come fossimo spugne senza acqua, non lo sappiamo: quand’è stato che abbiamo smesso d’insegnare ai bambini e alle bambine che condividere è scelta pienamente umana? Condividere è l’antitempo, adesso. 

L’espulsione dell’altro, scrive Byung-Chul Han (2017): questo è il tempo in cui condividere sembra solo il verbo dello sharing e le condivisioni solo la misura della propria gratificazione sui social. Condividere per essere visto, condividere per dire che esisto: e il selfie è il totem simbolico per dire di una identità che ha a cuore solo l’immagine di sé e non altre esplorazioni fuori dal proprio recinto. 

La condivisione allora, paradossalmente, è nella nostra natura eppure, al contempo, contronatura: sicché è dell’educazione il compito di trasformare la spinta naturale in cultura, opzione, uscita da sé per non morire di ferocia e sterilità. 

Condividere, sì, è verbo di fertilità. C’entra col non bastare a se stessi e col donarsi per non morire dentro quel vuoto assoluto dove tutto ciò che “tratteniamo” si disperde. La farina da sola non si lega, potenzialmente pane resta solo polvere, se non si mescola, se non muove da sé verso l’impasto. 

 

 

 

Bibliografia

Boni S., Homo Comfort. Il superamento tecnologico della fatica e le sue conseguenze, Elèuthera, Milano, 2014.

Han B.C., L’espulsione dell’altro, Nottetempo, Roma, 2017.

Morelli U., Noi, infanti planetari. Psicoantropologia del tempo presente, Meltemi, Roma, 2017.

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