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In-comprensioni

Lessico famigliare

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

Sono le sei di sera e sono stanca. Marco ha pianto tutto il giorno, le mie colleghe dicono che è troppo attaccato a me ma io non so come fare. Provo a metterlo giù, niente. A giocarci insieme, passandogli qualche oggetto dal cestino dell’euristico, niente. A dargli la mano, niente. Durante il pranzo, poi, è un disastro. Vuole stare in braccio col volto attaccato al mio petto, ma anche così singhiozza. Quindi gli parlo, lo dondolo, lo porto in giro, cerco di essere paziente. Niente, niente, niente. E va bene che è la seconda settimana di assestamento, e va bene che era abituato a stare sempre con la mamma, ma a me sembra di non saper davvero fare più il mio lavoro. “A un certo punto si rassegnerà”, dice una mia collega. Lo dice per darmi man forte, io sorrido e abbozzo, ma un brivido mi corre su per la schiena. “In che senso si rassegnerà?”. “Eh, capirà che deve stare qui al nido e se ne farà una ragione”. Un altro brivido. Sorrido e abbozzo di nuovo. “Già”, dico timidamente, “si rassegnerà”. Ho delle nuove colleghe quest’anno. Vengo da un altro servizio, ma anche se è gestito dalla stessa organizzazione, sembra un altro mondo. Qui è come se ci fosse più… allegria e, forse, anche più disincanto. Non che le mie colleghe non siano brave, tutt’altro. Le osservo per cercare di entrare in sintonia con loro, perché so quanto sia importante creare fin da subito un buon clima di saletta. È il modo che ho trovato di assimilare i loro movimenti, i loro gesti, certe volte anche il loro modo di parlare con i bambini, anche se io, a dire il vero, in questi giorni con Marco che piange non mi sento allegra neanche un po’. Anna, per esempio, quando fanno qualcosa che non va mi rendo conto che parla un po’ cantilenando. Non capivo come mai, ma oggi ho sentito farlo anche a Stefania. I bambi- Lessico famigliare ni in effetti guardano e cambiano atteggiamento. Chissà, magari proverò a farlo anche io, anche se mi fa strano cambiare voce, ma se funziona… È importante che ci percepiscano come una squadra sola, mi dico. Certe cose non sono nelle mie corde, però loro mi sembrano sicure e forti e di fatto non hanno nessun problema con nessun bambino, quindi sono io che mi devo settare sul loro modo se voglio costruire una buona relazione con le mie colleghe. 

Comunque, dicevo, sono stanca. E la formazione, proprio stasera, con questo gran mal di testa, non ci voleva. La formatrice ha creato un setting particolare: un tappeto circondato da cuscini, alcuni libri impilati, taccuini e penne. Sembra una camera da letto, calda e confortevole. Ci chiede di sederci comodamente attorno. 

“Cercate di sentirvi come a casa”, ci dice. 

“Che bello, proprio la giusta atmosfera per farci una bella dormita”, dice Antonia, che da quel che ho capito fa sempre un po’ la spavalda. 

La formatrice inizia a leggere: “Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: «Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna» o «De cosa spussa l’acido solfidrico», per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole, ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio d’una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza d’un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e risuscitando nei punti più diversi della terra…!”1

“Che libro è?”, ci chiede la formatrice. 

Lessico famigliare!, rispondo, per poi pentirmi subito dopo, sentendomi la secchiona di turno. La formatrice ci fa riflettere su quanto il fatto di creare un lessico famigliare sia un’istanza che appartiene a tutti i gruppi. Un modo per essere affettuosi gli uni con gli altri, per sentirsi parte di, per capirsi al volo, per ridere, per stare insieme. Succede ovunque: in coppia, in famiglia, nei gruppi di lavoro, anche nei servizi educativi. Il linguaggio crea appartenenza, affiatamento. È un modo per stare insieme, divertirsi, dirsi, senza bisogno di esplicitarlo, che si condivide la stessa idea, o porzione di mondo. Poi ci invita a prendere un taccuino e ci chiede di scrivere di getto, senza pensarci alcune parole, o frasi, che appartengono ai nostri lessici familiari, vissuti a casa. Di getto scrivo Popi, che è il soprannome che mi ha sempre dato mio papà, anche adesso che ho trentacinque anni, e poi Topo, che è il modo in cui io e il mio compagno chiamiamo nostro figlio. Solo scrivendolo mi rendo conto che non è esattamente politically correct, ma per noi ha il suono più bello del mondo: Topo, topi, topino, topastro, topaccio. Lui, che di anni ne ha quattro, si riconosce e ci risponde. Penso a mia mamma che a mia zia e a sua madre ogni tanto diceva “Tu ne parles pas devant les enfants” e io non capivo cosa dicesse ma capivo che c’era qualcosa che non potevo proprio ascoltare, fantastici segreti da sussurrarsi solo tra grandi. 

Quando abbiamo finito, chi se la sente, condivide. Si crea una bella atmosfera. Antonia racconta che per fare tornare il buonumore a suo marito lo chiama Il grigio e lui, che come lei ha un buon senso dell’umorismo, torna a sorridere. Stefania appella Princi la sua figlia adolescente e noi ridiamo assieme a lei quando ne descrive i comportamenti altezzosi. Poi la formatrice ci chiede di fare un elenco del lessico famigliare che, secondo noi, è presente nel nostro nido. A questa richiesta mi sento un po’ in difficoltà, perché, come dicevo, sono arrivata da poco e, in effetti, mi sembra di parlare un’altra lingua. Provo ad appuntarmi qualche frase che ho sentito ripetere più volte in questi primi mesi dalle colleghe. 

“Perché ce lo riporta oggi che è venerdì? Non può tenerselo a casa?”. 

“Guarito un cavolo, si vede che gli ha messo la tachipirina”. 

“A casa gli fanno fare tutto quello che vuole”. 

“La cacca si fa a casa, non al nido”. 

“Ci credo che è così, gli sta per nascere il fratellino”. 

“Quel papà/quella mamma non ce la fa”. 

La formatrice mi chiede di iniziare a raccontare. Mi sento male, non voglio. Mento e le dico che ho solo scarabocchiato qualcosa, che non ho ancora recepito alcun lessico famigliare perché sono arrivata da poco. Lo fa Stefania. Con mia grande sorpresa snocciola più o meno le stesse frasi che mi sono appuntata io. Si crea nuovamente una situazione di calda ilarità simile alla precedente, anche se più o meno sul volto di tutte si legge dell’imbarazzo, unita a una sana consapevolezza. “Sì è vero, diciamo queste cose, ma non è che le pensiamo sempre”, si scusano con la formatrice, che in realtà non sta prendendo posizione. 

“Non siamo mica dei mostri!”, dice Antonia, chissà cosa pensa Elisa, che è appena arrivata! 

“Penso che… non mi rassegnerò”, dico ridendo. E penso a questo nuovo anno, a me, che prima di stasera mi sentivo una secchiona arrivata su Marte, e a tutte le parole a cui fare attenzione: quelle che sono barzellette, quelle che sono stupidi modi di dire, quelle che sono rigidi modi di pensare e quelle che diventeranno mie e che faranno parte della mia nuova storia. 

 

1 N. Ginzburg, Lessico famigliare, Torino, Einaudi, 2014, p. 24.



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