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Le parole dell'educazione

Territorio

Matteo Taramelli – Dirigente area territorio, cooperativa sociale “Il Pugno Aperto”, Treviolo (Bg), Dirigente area infanzia e politiche giovanili, consorzio “Solco Città Aperta”, Bergamo

Il Territorio. Perché?

La prospettiva di lavoro territoriale e comunitario per i servizi all’infanzia è un’attenzione necessaria, ed è una delle dimensioni di qualità dell’agire pedagogico e organizzativo evidenziata anche nel documento della UE “Quality Frame”. 

Il tema centrale di questa attenzione è il fatto che un servizio all’infanzia non si occupa solo delle famiglie, dei bambini e delle bambine che nel quotidiano sono accolti, ma si propone come interlocutore e attore che pone, contemporaneamente e insieme, attenzione e energia per gestire ciò che accade nel servizio e fuori dal servizio. In questo modo il sistema dei servizi all’infanzia diventa una risorsa macrosistemica per tutta la comunità, un luogo di adesione e di coesione allargata, dove porre un fuoco di attenzione costante alle necessità di un target definito di popolazione. 

Significa diventare, insieme, antenna e amplificatore: antenna che capta, che riceve, che legge i bisogni che rischiano di restare nascosti; amplificatore di azioni e di relazioni, nella consapevolezza che non tutti i bisogni dovranno trovare una soluzione nel servizio, ma lavorando affinché il servizio si possa fare promotore di risorse comunitarie, di messa in contatto di soggetti e forze diverse, financo non professionali. Non si tratta, lo sottolineo, di “fare di più con meno” o di sostituire il lavoro professionale con il volontariato. Si vuole, invece, andare nella direzione della costruzione di un’attenzione condivisa e di una presa in carico diffusa delle situazioni di fragilità o, più in generale, dei bisogni letti nella comunità. 

Agendo in questa direzione il territorio si “appropria” del servizio, si appassiona e diventa quindi a sua volta custode e partner progettuale importante. 

Questa relazione funziona però solo se l’apertura è reale e il coinvolgimento agito su aspetti concreti. Per scendere nel dettaglio: aprirsi al territorio non è semplicemente chiedere ore di volontariato per gestire la festa di primavera. Significa condividere strumenti, ipotesi organizzative, mettersi in gioco, lasciarsi anche “invadere”, nel rispetto del ruolo e delle competenze di ciascuno, nella logica di una governance allargata. 

Il territorio in quest’ottica non è più né ospite nel servizio né semplice cliente. Per produrre nel tempo beni e servizi per la comunità in modo efficace, trasparente e senza finalità strumentali, serve capacità di aggregare una pluralità d’interessi rispetto a obiettivi comuni e apprendere costantemente da tale interazione come migliorare la propria attività. 

È importante ricordare che il lavoro di territorio non è una “mansione” del coordinatore o del responsabile di servizio. È qualcosa di trasversale da mettere in atto nel quotidiano del servizio, a ogni livello. È quindi necessario che le persone accompagnate in questa logica siano supportate nella maturazione di strumenti professionali non scontati: lavorare con il territorio, parlare e accogliere le istanze della comunità è un’azione pensata e ragionata. È indispensabile mettere in atto una sospensione del giudizio, pur nella conferma del proprio ruolo professionale con autorevolezza e distacco. Significa ragionare sul proprio linguaggio, poiché spesso “l’educatese” è uno scoglio insormontabile per una reale collaborazione. Dobbiamo saper “stare sul futuro”, avendo in mente la strategia a medio e lungo termine per il servizio e la meta verso la quale si vuole provare a condurre il progetto. Il territorio, in questa chiave, diventa una mentalità, non una mansione. 

 

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