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Le parole dell'educazione

Occhio

Massimiliano Tappari – Fotografo e scrittore. 

Immagina il mondo come un grande libro da sfogliare, pieno di personaggi e di trame che si nascondono negli oggetti e nei paesaggi quotidiani.

Autore di Infanzia di un fotografo edito da Topipittori.

Tra tutti gli organi sensoriali, l’occhio è quello più pigro, più soggetto a manipolazione, più credulone. 

Se aspettiamo il bus davanti a un brutto palazzo non succede mai che ci spostiamo a piedi verso la fermata successiva per non vederlo più. E di notte, mentre guardiamo le stelle, non abbiamo il coraggio di rompere a sassate le lampadine dei lampioni che creano inquinamento luminoso. Così come non troviamo la voglia e il tempo per ripulire quelle scritte a spray che riempiono ogni angolo di città, realizzate da chi ignora la bellezza dei muri così come sono. Passiamo e le guardiamo nostro malgrado. 

Se invece c’è una puzza insopportabile ci spostiamo, se il suono di una musica è troppo forte abbassiamo il volume, se non gradiamo il sapore e la consistenza delle lumache nessuno potrà costringerci a mangiarle, e mai potremmo immaginarci di accarezzare una stufa bollente, per quanto la texture della sua superficie sia invitante al tatto. L’occhio invece accetta tutto, beve ogni cosa che fuoriesce da quel rubinetto sempre aperto chiamato realtà. Guardiamo i combattimenti di guerra nei televisori accesi dei ristoranti, nella pausa tra il primo e il secondo. Abbiamo visto nei film e nei documentari le immagini dei corpi nudi e inermi ammonticchiati nei campi di sterminio. L’occhio non fa una piega, anzi a volte rischia di trovare queste immagini un po’ già viste. Essere consapevoli delle brutture del mondo e nutrirci di cose belle è la nostra unica àncora di salvezza. Ma chi decide cosa è bello? Il contesto? Il tempo? Se fosse il contesto mi verrebbe da contestarlo subito, se fosse il tempo direi che non ne abbiamo abbastanza. Un amico diceva: “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace… a me”. Come non essere d’accordo? Io posso divulgare solo il mio concetto di bello. Fatto di selezioni e pregiudizi. Tutto il resto, il brutto, non saprei spiegarlo. Farei fatica persino ad argomentare il motivo per cui non mi piace. 

Gli impressionisti ai loro tempi erano chiamati così con intento dispregiativo. Attualmente piacciono a tutti. Forse in entrambi i casi, ieri come oggi, ci troviamo di fronte a semplici “impressioni” del pubblico. L’occhio esperto che ha visto, studiato e confrontato immagini può venirci in soccorso. Abbiamo bisogno di lui per riconoscere e distinguere un’immagine originale ed efficace da una che non lo è. Un giorno un celebre storico dell’arte è stato fermato da un vigile urbano che lo voleva multare per aver superato un semaforo rosso. Il professore era sicuro che il semaforo fosse verde e quando il vigile ha iniziato a mettere in dubbio la sua versione dei fatti, lui ha replicato: “Ma lei lo sa che io sono un critico d’arte?” facendo valere il suo titolo di esperto, sicuramente più competente del vigile nel campo dei colori e della loro interpretazione. Non sono a conoscenza di come sia finita. In ogni caso conviene rimanere vigili. 

Ognuno di noi vede in maniera diversa. Esiste l’orecchio assoluto ma l’occhio è sempre e solo relativo. Del resto i luminari di oftalmologia sostengono che molti quadri di Van Gogh siano effetto della xantopsia, un difetto della percezione che gli faceva vedere il mondo tutto ammantato di giallo. E che alcune delle tele più intense e liquide di Monet dipendano dalla maculopatia da stress, disturbo visivo di cui soffriva. C’è una poesia di Lisel Mueller molto rivelatrice al riguardo. Si intitola Monet rifiuta l’operazione e parla del piacere di avere una vista in grado di ammorbidire, confondere e infine abolire i contorni. Ben Turpin, comico noto per il suo evidente strabismo, aveva sottoscritto una polizza da centomila dollari per assicurare il proprio difetto. Temeva che una caduta, una botta o un trauma potessero riportarlo a vedere normalmente, senza più quel buffo sguardo divergente che era diventato il suo tratto distintivo. 

Quindi non c’è un modo giusto di vedere. Possiamo guardare, intravedere, cogliere di sfuggita, incrociare lo sguardo, scorgere con la coda dell’occhio. E se di fronte a noi ci sarà bellezza sentiremo l’occhio scodinzolare. 

 

 

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