Ivano Gamelli – Docente di Pedagogia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca
La dimensione del corpo è bambina. Il bambino è un corpo: ho fame, ho sete, soffro, gioisco l’infante non lo dice, lo esprime con tutto il suo essere. Così il neonato che grida non sa di gridare, è il mondo che gli torna indietro, sono le risposte e i rimandi degli altri, che lo condurranno a fargli scoprire, nel tempo, di non essere solo un corpo ma di avere un corpo. In questa ambivalenza costitutiva, essere/avere, del corpo si gioca tutta la differenza che intercorre fra il mondo dell’infanzia e quello adulto nel modo di vivere e di conoscere se stessi e la realtà che ci circonda. Noi adulti, infatti, vivendo in una rappresentazione intellettualizzata della nostra corporeità, tendiamo a dimenticarci del corpo che siamo, il corpo vissuto, proponendo ai nostri cuccioli delle occasioni di crescita perlopiù centrate sulla precoce cognitivizzazione, relegando le esperienze sensibili a momenti di semplice sfogo e ricreazione.
Le cose che un bambino può imparare per via esperienziale sono incredibilmente superiori a ciò che gli possiamo insegnare secondo il tradizionale modello trasmissivo o depositario della conoscenza. L’acquisizione delle conoscenze da parte di un bambino avviene attraverso un processo integrato mente-corpo, teoria-pratica, riassumibile in un vissuto affettivo, lo stesso che si ritrova nelle attività spontanee, esplorative, motorie che egli mette in atto all’insegna del piacere di vivere il suo corpo in relazione con il mondo, lo spazio, gli oggetti. Il bambino non organizza intellettualmente il suo progetto prima di realizzarlo. Il suo pensiero si elabora nell’azione stessa. La coscienza nasce dall’azione sulla realtà, la padronanza del gesto dalla padronanza degli oggetti, a cominciare dall’apprendimento dei gesti della scrittura e della lettura.
Tutto ciò non può che condurci a considerare sotto un’altra luce la dimensione principe dell’esperienza apprenditiva infantile, quella del gioco. Non è certo un caso che Piaget sia andato costruendo le sue teorie sullo sviluppo dell’intelligenza dall’osservazione del bambino che gioca, per giungere alla conclusione che l’intelligenza altro non è che il prodotto di un’esperienza, nelle sue parole “un’azione interiorizzata”. Maria Montessori metteva in guardia le sue insegnanti dalla tendenza diffusa ad associare ciò che è bene con l’immobilità del bambino e ciò che è male con il suo essere in movimento. Quel movimento che ancora oggi, a scuola come in famiglia, risulta spesso pesantemente limitato se non addirittura represso, poiché la natura pulsionale e le scariche emozionali che veicola mettono non di rado in difficoltà l’adulto non preparato ad accoglierlo e a riconoscerne l’imprescindibile valore evolutivo. Nel gioco, nel piacere del movimento non finalizzato e diretto, il bambino si racconta, prende le misure sulla realtà e sugli altri, sperimenta il proprio limite, accedendo naturalmente alla dimensione simbolica e interpretativa dell’esperienza.
Quel che occorre è un adulto “sensibile al corpo” che sappia contenere e indirizzare senza penalizzare questa risorsa del bambino.
Un’organizzazione flessibile degli spazi a scuola come in casa, lo sperimentare con i propri sensi prima di ogni concettualizzazione, un uso consapevole della voce, delle posture, delle distanze nella relazione con i bambini, modalità accoglienti nel contatto fisico, la possibilità data di un’esplorazione e di una conoscenza gioiosa della loro natura sessuata, l’esperienza del silenzio e del rilassamento, dell’aggressività e del litigio come opportunità di crescita… sono solo alcune delle situazioni/riflessioni educative a cui l’adulto-educatore a qualunque titolo è chiamato a saper rispondere. Senza dimenticare, infine ma non da ultimo, che il percorso che conduce un bambino ad amare e rispettare il suo corpo passa attraverso la qualità del rapporto che noi adulti, in primis, intratteniamo con la nostra realtà incarnata.