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In-comprensioni

Che confusione, sarà perché vi amo!

Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini

Mi chiama alle sette di sera, che per me è il momento più caotico della giornata. Mio marito non è ancora arrivato, Miriam ha pensato bene di versare lo shampoo sulla testa di Giorgio, ma non mentre facevano il bagnetto, no, quando, dopo mille sforzi, ero riuscita a tirarli fuori dalla vasca e ad asciugarli. Sembravamo una famiglia normale: bambini asciutti e “pigiamati” pronti per la cena. Ma l’immagine da “Mulino Bianco” è durata poco: il tempo di lasciarli un secondo da soli, andare in cucina e cucinare un sugo e l’ho sentito piangere di nuovo come un disperato. Lo shampoo era colato sul viso e gli bruciavano gli occhi, povero ciccio! Mi è mancato il respiro perché avevo già rimproverato Miriam diverse volte nel pomeriggio, non ricordo più neanche per cosa, ma sicuramente aveva tentato di far fuori il fratello in altro modo. Non so più cosa aspettarmi. Temo, prima o poi, il phon nella vasca. Certo, è una battuta, ma fino a un certo punto. Non so davvero cosa abbia in questo periodo, credo sia gelosissima di suo fratello, sono sempre più frequenti i suoi eccessi di rabbia, anche se io cerco in ogni modo di darle attenzioni. Comunque, meno male che ha solo 5 anni e non conosce ancora le leggi della fisica. Dicevo, sto per andare da Giorgio per capire cosa sia successo, quando ricevo questa assurda telefonata. “Sono Katia, la mamma di Ludovico”, mi dice. Rimango perplessa, forse non ho sentito bene. Il pianto di Giorgio e le urla di Miriam sovrastano la voce di chi mi parla al telefono. “Chi?”, “La mamma di Ludovico”, mi ripete. 

Ho un blackout. Cerco di fare mente locale, ma non mi viene in mente nessun Ludovico compagno né del nido di Giorgio né della scuola dell’infanzia di Miriam, però dissimulo. “Certo, Buonasera, Katia, mi dica”. Lei va subito al sodo, senza troppi preamboli. “Non so come abbiate educato vostra figlia, ma sappia che se dovesse risuccedere ciò che è accaduto oggi a Ludovico, io vi denuncio”. Prendo in braccio Giorgio, tenendo il telefono tra la spalla e l’orecchio, gli passo una salvietta umida sul viso e gli sussurro: “Non ti preoccupare amore, poi la mamma ti lava”, accendo un cartone animato e lo piazzo sul divano. Nel frattempo, cerco Miriam, che si è rifugiata in camera sua, sta sfogliando un libro e sembra, stranamente, un angioletto. 

“Cosa è successo? Mi scusi, ma io non so niente”. 

“Non glielo ha detto la maestra?”. 

“No…”. “Sua figlia Miriam ha preso ripetutamente a calci mio figlio, che ovviamente non ha potuto difendersi. L’ho trovato tra le braccia della maestra. Tremante e traumatizzato”. 

“Ah, ora che ci penso la maestra del pomeriggio mi ha detto che non si è comportata molto bene oggi, ma non è entrata nel merito. Tra l’altro, non l’avevo mai vista. Mi spiace moltissimo, sicuramente ne parlerò con Miriam e non accadrà più”. 

“Me lo auguro. Buona serata”. Riaggancia. Sento le chiavi nella toppa. Bobo, è tornato, per fortuna. Miriam appena sente la voce del papà gli corre tra le braccia, come se aspettasse questo momento da tutta la giornata. Lui affonda il suo viso nei capelli e la saluta affettuosamente: “Ciao trottola! Hai passato una bella giornata?”. Si sfregano i due nasi uno contro l’altro, è il loro modo di baciarsi, “alla cinese” dicono, anche se non ho mai visto nessun cinese baciarsi così. Una delle mille trovate giocose di Bobo. Cerco di dire due parole a mio marito sulla telefonata senza che Miriam mi ascolti, ma lei trascina il papà a giocare nella sua cameretta e dopo due minuti sento il rumore della cassa elettronica che le abbiamo regalato: stanno giocando al supermercato, usando però, come merce, cose vere, e andando in cucina a depredare la dispensa. Che caos. La serata prosegue inanellando uno dietro l’altro tutti i nostri caotici riti, in cui chi detta regola, inutile dirlo, sono loro, i nostri figli. È quello che mi piace della mia famiglia ed è quello che mi sfianca. Io non ricordo che da piccola i miei mi riservassero tutte queste attenzioni. Noi siamo sempre dietro a loro, non facciamo altro. Certe volte la sensazione è di essere un po’ sopraffatti, ma io e Bobo facciamo di tutto per cercare di ascoltare le loro esigenze e di spiegar loro le cose con calma, senza arrabbiarci. 

Giorgio è in una fase di protesta da cibo, ultimamente non gradisce il sugo, mannaggia a me che mi ero scordata, ma per fortuna ho l’alternativa del pesto. Miriam anche durante la cena monopolizza l’attenzione, a tavola parla solo lei e io e Bobo non riusciamo a fare un discorso tra adulti. Per la storia della buona notte vuole il papà, ma poi per addormentarsi richiede ancora la mia presenza. Le ho spiegato che ora c’è anche Giorgio e deve avere pazienza perché anche lui vuole dormire toccandomi i capelli, e il risultato è che li ho tutti e due nel lettone addosso e per addormentarli ci metto un tempo infinito. Insomma, una specie di delirio, me ne rendo conto. Stasera poi vivo tutto più nervosamente del solito. Continuano a rimbombarmi nella mente le parole della mamma di Ludovico e continuo a non dare un volto a quel bambino. Finalmente, quando i piccoli dormono, riesco a confrontarmi con Bobo. 

“Credo sia il bambino tetraplegico della classe blu. L’ho visto qualche volta perché i bambini che fanno l’orario prolungato si riuniscono e fanno chiusura insieme”, mi dice mio marito. 

“Quindi mi stai dicendo che Miriam ha preso a calci un bambino tetraplegico?”. 

“No, me lo stai dicendo tu, ma mi sembra francamente impossibile”. 

Decidiamo di non dire niente a nostra figlia. Inutile sgridarla senza prove. Ma all’indomani vado come una furia a parlare con Chiara, l’insegnante di Miriam perché mi dia delle spiegazioni. Mi spiega che sì, effettivamente è successo, alla presenza di Pamela, un’insegnante del post che viene da una cooperativa. Non conosce ancora molto bene i bambini, e Ludovico, che si innervosisce particolarmente nelle situazioni un po’ caotiche, richiede molte attenzioni, vuole passare del tempo in braccio e Pamela lo accontenta. Miriam pare dare in escandescenze quando non è lei al centro della scena e le dà fastidio che le insegnanti si occupino di qualcun altro. 

Chiara mi chiede come va in famiglia. Un disastro, vorrei dirle, ma non glielo dico. Le parlo della gelosia di Miriam, ma anche di come io cerchi di assecondarla in tutto, di prestarle mille attenzioni, di essere in ascolto, di non impormi mai. Si legge dappertutto di ascoltare i propri figli e sia io che mio marito cerchiamo di farlo. Rispetto ai nostri genitori ora sappiamo quanto sia importante l’educazione emotiva e io cerco di metterla in atto. Sbaglio? 

“Ma qualche no, glielo dite ogni tanto?”, mi chiede Chiara. 

“Le spiego sempre che non si fa e il perché non lo si deve fare, certo. A volte sono preoccupata delle sue reazioni, perché quando la vedo così arrabbiata mi viene ansia… Sa, Chiara, come tutti i genitori, io vorrei vedere mia figlia felice”. 

“Certo, credo sia il desiderio di ogni genitore nei confronti di ogni figlio. Ma permetterle di avere a che fare con la frustrazione non vuol dire precluderle la felicità, anzi”. 

La discussione prosegue ancora. Ogni volta che Chiara mi fa un esempio mi viene in mente che noi in famiglia facciamo tutto l’opposto. Facciamo male, allora? Cosa non sta funzionando? Vorrei che Chiara mi aiutasse di più a capire. Non sono state anche loro, in un incontro tenuto a scuola a condividere l’importanza di ascoltare i bambini? Cosa è giusto fare allora? Perché mia figlia si comporta così? Perché i nostri figli ci mangiano in testa? 

Nel pomeriggio vado ancora a prendere Miriam. Mi dicono che è stata bravissima. 

“Dove andiamo?”, mi chiede vedendo che non torniamo subito a casa. 

“A comprare un regalo per il tuo amico Ludovico”. “Non è un mio amico, è antipatico e sta sempre in braccio alla maestra”. 

“Certi bambini hanno bisogno di stare in braccio ogni tanto. Anche Giorgio, ma solo perché è più piccolo. Hai fatto male a Ludovico e devi chiedergli scusa”. 

Lei mi guarda, ha la fronte corrucciata e non dice niente. 

“Vorresti stare in braccio anche tu, ogni tanto?”. 

Scappa in avanti senza rispondermi. Ma poi, al negozio di giocattoli, è felice di scegliere un dinosauro per Ludovico. Io non so se far pace con un regalo sia una strategia educativa giusta. Cosa direbbe Chiara? 

Giuro, non so più niente.

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