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INCONTRI CON IL VIVENTE

Stefano Sturloni

Vilucchio comune

Delicatamente invadente

“Hai idea di quanto costi lottare in giardino con l’erba canina, con l’artemisia, con il vilucchio che serpeggia? Cosa dovremmo fare con loro, mostrarci tolleranti? O bloccare questa migrazione selvaggia verso le nostre terre coltivate prima che il pianeta diventi uniforme e inguardabile?”

Laura Bosio, 2021

Vilucchio comune: Convolvulus arvensis Famiglia: Convolvulacee dal latino convolvere = avvolgere, per i fusti volubili dal latino arvénsis = dei campi arati.

A osservarlo non si direbbe, non si direbbe che dietro quell’aspetto delicato e umile, il Vilucchio comune nasconda un’indomita intraprendenza, al punto da ritrovarlo negli elenchi delle specie più invasive e nocive del globo. Strisciando orizzontalmente sul terreno con i suoi fusti sottili, striati ed esagonali alla base, ha saputo farsi strada, divenendo cosmopolita e suscitando il disprezzo di chi deve farvi i conti. Eh sì, perché liberarsene è un’impresa ardua: le sue radici di pianta perenne sono profonde, estese, longeve, e basta un frammento per generare nuovi getti, insomma, più lo zappi e più si diffonde. Oltretutto è portatore di un accidente virale che contagia diverse colture, tra cui quelle della patata, del pomodoro e del tabacco. Che dire? Un indubbio talento, troppo per valergli qualche riconoscimento, se non quello di simbolo dell’invadenza! Il suo fiore imbutiforme, simile a una campanella, è noto a bambini e adulti, e non c’è da stupirsene vista la diffusione che vanta su ogni tipo di substrato. S’incontra nei prati, negli orti, a bordo strada, lungo muri e marciapiedi, sulle tombe dei cimiteri come tra il pietrame delle massicciate ferroviarie, e appena intercetta un sostegno, vegetale o artificiale non importa, dà sfogo alla sua natura di rampicante volubile, attorcigliandovisi senza ricorrere a viticci, di cui è privo. Lo fa torcendo i fusti, generalmente in senso antiorario, e compiendo un giro completo in un paio d’ore. Le reti metalliche ne sono spesso ordite, e non si può dire che il risultato le abbruttisca. Dotate di picciolo, le foglie di solito sono astate, ossia a forma di freccia, e diventano lanceolate e sempre più strette procedendo lungo il fusto, dove sono inserite in modo alterno e spiralato, ma orientate nella stessa direzione. Il loro margine è liscio, tuttalpiù ondulato; l’apice si presenta ottuso, talora sfoggiando una piccola punta chiamata mucrone. Ampi fino a 3 centimetri di diametro, i fiori sono generalmente solitari, in certi casi appaiati, e si aprono alla sommità di un lungo peduncolo che si sviluppa all’ascella delle foglie mediane. Più o meno a metà del peduncolo si notano due piccole lamine lineari di origine fogliare definite bratteole. Il calice è mutevolmente peloso e può avere il vertice arrotondato o disegnato sul margine da una lieve insenatura. La campanula corollina è costituita da cinque spicchi saldati tra loro e percorsi da una piegatura lungo la mezzeria che ne guida la chiusura con ingegnosa efficacia. Il tipo più diffuso è a corolla completamente bianca, ma sono comuni anche fiori del tutto rosei o con il rosa e il bianco distribuiti in bande radiali tra loro alterne e a dominanza variabile. Le differenziazioni cromatiche, insieme a quelle relative alla pelosità, dipendono in gran parte dall’ambiente di crescita e tendono ad accentuarsi in contesti di maggiore aridità. Screziature di altri colori, tra cui il verde, si possono riscontrare anche nella parte sottostante. Al cuore del fiore si contano cinque stami di diversa lunghezza con antere violacee e sagomate a freccia, mentre lo stimma femminile è bianco e bifido. Chinandosi sul fiore per comprenderne l’anatomia non si dimentichi di annusarlo perché se ne potrebbe cogliere il sottile profumo di vaniglia con cui attrae i pronubi. 

Il fiore non è sempre aperto: distende le corolle al mattino presto per chiuderle nel primo pomeriggio e, a impollinazione compiuta, di norma piuttosto rapida, abbandona l’intera corolla, dando respiro alla crescita del frutto, una capsula globosa, liscia, appuntita, contenente da due a quattro semi bruno-scuri, tubercolati e di forma quasi sferica o trigona. Una singola pianta ne può produrre fino a seicento, e a garantirne il successo contribuisce una vitalità nel terreno che in certi casi si protrae fino a vent’anni. Officinale e tossico, il Vilucchio ha proprietà purganti, diuretiche, lassative e favorisce la funzionalità del fegato. I suoi macerati, invece, si applicano a foruncoli e ascessi per accelerarne il decorso.

“Il fiore si chiama campanello”. “È bianco”. “È fatto a cerchio che sembra una torta con le fette”. “La foglia sembra di triangolo, ma un po’ piegata in giù, come una freccia”. “Secondo me l’hai fatta come degli alberi di Natale!”.

¹ L. Bosio, Erba matta, Aboca, Sansepolcro (Ar), 2021.

Grafiche e parole di bambine e bambini di 5 anni della scuola comunale dell’infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia © Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia © Sulle fotografie Stefano Sturloni

Stefano Sturloni,

formatore e naturalista, già atelierista delle Scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Acanfora F., La “Convivenza delle Differenze”, in “Autismo, comunicazione & inclusione”, 2021, www.fabrizioacanfora.eu/la-convivenza-delle-differenze. Agamben A., L’uso dei corpi, Milano, Neri Pozza, 2017.

Berger J., Capire una fotografia, Milano, Contrasto, 2014.

Cecotti M., Fotoeducando, Parma, Edizioni Junior-Spaggiari Edizioni, 2016.

Deligny F., I bambini e il silenzio, Bologna, Spirali, 1997. Deligny F., Una zattera sui monti, Roma, Alefbet, 1977.

Falcinelli R., Figure, Torino, Einaudi, 2020.

Lill G., Spunti sul lavoro aperto, Bergamo, Zeroseiup, 2016.

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