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L’APPROFONDIMENTO

Il teatro per un’educazione a contrasto degli stereotipi di genere

Un laboratorio teatrale con oggetti scenici e lettura corale

di genere di Elisa Trombella e Stefania Lattarulo

Elisa Trombella
Insegnante, scuola dell’infanzia “Betti 3”, Bologna

Stefania Lattarulo
Insegnante e psicologa, scuola dell’infanzia “Betti 3”, Bologna

Abstract

In questo articolo tratteremo di stereotipi e parità di genere, di intelligenza emotiva, dell’im-portanza di riconoscere le pro-prie emozioni e di comprendere quanto queste siano simili indi-pendentemente dal genere. Il laboratorio che verrà illustrato è nato dall’osservazione del con-testo scolastico ed è pensato in supporto a situazioni di difficile regolazione emotiva. Parleremo delle aspettative diverse che ri-versiamo sull’infanzia, operando un condizionamento su bambine e bambini, a volte inconsape-vole, in base all’appartenenza a un genere piuttosto che all’altro. Lo faremo attraverso riferimenti alla pirateria, per la fascinazione che attiva sull’immaginazione dei bambini e delle bambine.

PER INIZIARE

“Mesdames et Messieurs, pour parler!”
I Pirati dei Caraibi

Partiamo da un tempo assai lontano. Alla pirateria dei Ca-raibi appartengono i bucanieri più famosi della storia, come Francis Drake, che sul finire del Cinquecento lavorò al servizio di Elisabetta I Tudor, all’epoca regina di Inghilterra e di Irlan-

Parole chiave

Teatro, intelligenza emotiva, educazione all’affettività, stereotipi, parità di genere

Contatti
infanziabetti3@edu.comune.bologna.it

da. Depredava solo navi cat-toliche nemiche della Corona e consegnava parte dei botti-ni nei forzieri Inglesi. Fu anche nominato Cavaliere del Regno.

Abbiamo poi François l’Olone-se, noto come “Il flagello”, le cui gesta da bucaniere ispirarono, secoli dopo, il romanzo Il Cor-saro Nero (1898) dello scrittore italiano Emilio Salgari. E chi non conosce Edward Teach, il fami-gerato “Barbanera”?

Tra questi personaggi c’era-no anche grandi donne. Di loro si raccontano gesta incredibi-li, emerse da antichi cartigli dei tribunali dell’epoca. Piratesse di-sposte a indossare abiti maschi-li pur di imbarcarsi in cerca di nuove opportunità. Sono le ribelli di quel tempo, che non hanno accettato un destino già scritto.

Hanno rifiutato il ruolo che la so-cietà aveva scelto per loro e al posto loro. Pensiamo ad Anne Bonny, la ragazza delle polveri esplosive per Caliko Jack, o a Mary Reed, che batteva in duello i nemici del suo fidanzato. Gli in-flussi di questi personaggi nella cultura di massa sono da sem-pre potenti, attraversano i secoli, fino a giungere a noi.

Presentiamo qui una storia di fantasia che prende spunto dalle gesta di queste donne e che ha come protagonista una giova-nissima bucaniera, coraggiosa e molto dolce. È perfetta per la scuola dell’infanzia. Si tratta di Daniela la Pirata, protagonista dell’omonimo albo illustrato, la cui lettura animata è stata pro-posta in sezione.

ALLE ORIGINI DELLA LETTURA ANIMATA
C’era una volta, e ancora c’è, una Sezione “verde” di bambini e bambine di 4 anni, sita a Bo-logna, in una scuola chiamata scuola dell’infanzia Lea Giacca-glia “Betti 3”. Per l’intero anno scolastico 2022/2023, in questa sezione, una volta a settimana, di martedì, è stato allestito un laboratorio a tema piratesco dal titolo “Martedì da Pirati”. Si è trattato di un laboratorio a ca-rattere espressivo.

È all’interno di questo contesto che si è pensato a un progetto aperto, ovvero un progetto in divenire, disponibile cioè a ri-spondere alle sollecitazioni, alle domande, alle risposte che san-no fornirsi da soli i bambini e le bambine nella rela-zione con l’adulto; questo progetto si è svolto con regolari-tà ed è diventato un progetto di interse-zione con altri pari della scuola.

Si è fornito ai bambi-ni e alle bambine una sorta di canovaccio, un incipit, con un al-lestimento di base, atto a stimolare la loro inventiva in chia-ve piratesca; questo ha favorito in loro un processo creativo au-tonomo, individuale e collettivo. In altre pa-role, è stato sufficien-te per innescare un flusso di coscienza1.

Si è dato quindi il via libera a tresche pira-tesche della peggio-re specie: bambolotti fatti prigionieri, dra-ghi di peluche arrostiti in cambusa, cannoni di cartone, spade di pennarelli, arrembag- gi, duelli e mappe del tesoro; una storia nuova, tutta da inventare ogni volta.

Con bambini e bambine è pro-prio il caso di dirlo: ogni ciurma ha la sua storia e ogni storia ha la sua ciurma.

E le regole? Le regole non de-vono mancare e non sono mai mancate, e sono state principal-mente cinque, le stesse adottate ogni giorno in sezione:

  • non fare male a te stesso/a;
  • non fare male agli altri/e;
  • non rompere le cose;
  • sei responsabile di riordinare il disordine che crei;
  • divertiti.
LA COSTRUZIONE DI UN VASCELLO DENTRO UNA SCUOLA

“Seconda stella a destra, questo è il cammino.

E poi dritto, fino al mattino.
Poi la strada la trovi da te, porta all’Isola che non c’è”.
Edoardo Bennato

Il Come

L’allestimento standard è stato curato dalle insegnanti. Si è trat-tato principalmente di rovesciare un paio di lunghi banchi di scuo-la, che riproducessero idealmen-te la struttura essenziale di una nave, ovvero chiglia e scafo.

Sono serviti poi cellofan e fili di lana, in modo che, tendendoli tra una gamba del tavolo e l’altra, si potesse delimitare uno spa-zio chiuso, grazie a quelle che chiameremo “assi di legno”. Un sacco del pattume e una scopa per simulare l’albero maestro, un tubo di cartone per cannocchia-le e due cerchi tipo hula-hoop per i timoni.

La scelta di due timoni è motiva-ta dalla volontà di dimezzare le possibilità di conflitto tra i mem-bri della ciurma. L’osservazione sistematica ha dimostrato che il ruolo di timoniere resta il più ambito in quanto associato istin-tivamente alla leadership, men-tre una nave pirata per navigare necessita non tanto di competi-zione ma di compartecipazione. E questo concetto pensiamo possa estendersi all’ambito so-ciale generale. Ciascuno secon-do le proprie attitudini e interessi, verrebbe da dire, in una scuola che basa la sua pedagogia pro-prio… sul centro di interesse.

Eccoci allora pronti per sentirci accettati tutti sulla stessa barca: mozzo/a, cannoniere/a, quar-tiermastro/a, navigatore/trice, nostromo/a, cambusiere/a, ar-rembante, vedetta, veliere/a, cuoco/a, marinai semplici e complessi (questi ultimi anche detti ufficiali).

Musica tematica incalzante, qualche benda sull’occhio, una spruzzatina sporadica di acqua e un ventaglio per riprodurre raffi-che di vento e mare hanno reso questa narrazione una storia, costruita attraverso le emozioni e le rappresentazioni di bambine e bambini. Si è trattato quindi di un percorso costruito dentro una cornice di finzione, ma il gruppo sezione è stato comunque in gra-do di mettere in gioco parti della propria storia personale e socia-le, anche molto profonde.

Il Perché

Che cos’è la creatività? È l’intel-ligenza che si diverte, risponde-rebbe Albert Einstein. Che infatti non era (solo) un artista. Il Perché di un vascello, quindi, per… diver-timento! Poiché l’apprendimento passa anche dal divertimento: l’aspetto ludico è fondamentale.

Un laboratorio creativo ha l’obiet-tivo di “educere”, termine latino da cui deriva la parola “educare”, ovvero tirare fuori idee, emozioni e desiderio di compartecipazione, già presenti nel gruppo ma a vol-te da incanalare; il fine è quello di non seguire un programma pre-stabilito. A un programma pre-stabilito seguono risposte prede-terminate in partenza, poco utili; è bene invece fornire ai bambini e alle bambine strumenti (chia-miamoli “allestimenti di base”), il canovaccio di cui sopra, l’inci-pit che non può mancare: “C’era una volta una nave da pirati, ma come prosegue la storia lo deci-derete voi…”.

In questo modo si è dato il via a una partecipazione corale tra adulto educante-regista e bam-bini e bambine, attori principali della propria educazione, ma anche essi stessi registi-coau-tori-produttori. Questo significa permettere loro di lavorare sul sé, sui propri personaggi interio-ri, scoprendo le proprie emozioni, riconoscendo la propria e l’altrui rabbia, senza più temerla, per-ché solo quando è mal repressa la rabbia può esplodere in malo modo; si può incanalare, invece, in desiderio di emancipazione e crescita personale e sociale, e il tutto è reso più facile quando ci si coalizza verso un obietti-vo comune, sia esso un nemico immaginario da combattere o la ricerca di un tesoro. Cosa più dell’immaginare di vivere un’av-ventura esotica, percorrendo in lungo e in largo i sette mari gra-zie alla propria fantasia, poteva generare così tante emozioni, sensazioni e sentimenti?

COS’È UN’EMOZIONE E COME NOMINARLA

Vi capita mai di pensare: “Che cosa sto provando in questo momento?”. Non sempre è facile rispondere. Si potrebbe afferma-re che un’emozione che non ha un nome e che non viene rico-nosciuta – “quell’emozione che non ha voce” – è quell’emozione che non può esprimersi efficace-mente, che non può essere quin-di colta altrettanto efficacemen-te dal mondo circostante.

Il mondo circostante, inteso come ambiente sociale, di conseguen-za, a sua volta, non può garan-tire un feedback adeguato, in-nescando un circolo vizioso che, solitamente, pesa tutto sul singo-lo individuo portatore di questo elemento di fragilità, rafforzando in esso il senso di inadeguatez-za; pertanto, l’individuo tenderà a produrre un numero crescente di risposte inadeguate agli stimoli sociali, percorrendo potenzial-mente una strada che corre il rischio di farlo annegare nel suo stesso mare, un mare fatto dall’i-solamento sociale.

A proposito di isolamento, come non ricordare quanto il COVID-19 abbia contribuito a chiuderci come individui e come genere umano, con un grave impatto sulle vite delle persone, impo-nendo, tra le altre cose, distanze minime (o massime?) di sicurez-za, lockdown, mascherine FFP2 che, sebbene a salvaguardia della nostra salute, hanno co-perto non solo le “rime buccali”, ma oscurato in parte i nostri vol-ti? Per fare un esempio concreto di questo effetto, quante volte ci è capitato nelle scuole di sentirci dire: “Maestra, ma sei proprio tu? Senza mascherina io non ti rico-nosco più…”.

Per rafforzare ancora più effica-cemente la tesi dell’importanza di lavorare sulla competenza emotiva attraverso l’esperienza ludica-laboratoriale, pensiamo ai lavori dello psicologo statuni-tense Daniel Goleman, il quale, nella sua opera più conosciuta, Intelligenza emotiva, pubblica-ta per la prima volta nel 1995, sostiene l’importanza dell’auto-consapevolezza e stabilisce l’esi-stenza dell’intelligenza emotiva, ovvero quella che sa dare un nome alle proprie emozioni, sen-za reprimere i sentimenti. Gole-man afferma che “nei Paesi eu-ropei, la tendenza generale della società è verso un’autonomia sempre maggiore dell’individuo, che a sua volta porta a una mi-nor disponibilità alla solidarietà e a una maggiore competitività. […] Ciò si traduce in un aumen-tato isolamento e nel deteriora-mento dell’integrazione sociale” (Goleman, 1996, p. 16).

È quindi su queste premesse che lo spazio laboratoriale “Martedì da Pirati”, che in principio sem-brava partito come sollecitazio-ne del pensiero astratto e fonte di mero divertimento, si è posto con un orientamento alle life skills, le competenze psicosociali che ci permettono di mettere in atto soluzioni di buon funziona-mento e adattive alla vita quoti-diana, rinforzando un’educazio-ne emotiva e all’affettività.

Soffermandoci sul tema della rabbia, possiamo affermare che un contesto ludico come questo ha permesso di favorire il ricono-scimento dei segnali espressivi e delle caratteristiche psicosoma-tiche di questa emozione. Come manifestiamo, infatti, una crisi di rabbia? Urlando, digrignando i denti, serrando i pugni, a volte con l’irrequietezza motoria, con-traendo arco sopraccigliare e mandibola, arricciando il naso, allargando le narici, aumentan-do il battito cardiaco.

Da che cosa è generata la rab-bia? Le motivazioni possono es-sere tante, tra le quali il bisogno stesso di comunicare e il fatto di non sentirsi esistenti, accolti, rappresentati; anche la paura dell’abbandono genera angosce e resta un tema centrale della prima infanzia. Tale paura ha una natura biologica. I cuccioli di qualunque specie, infatti, sanno che non potrebbero sopravvive-re da soli all’inizio della propria esistenza: questo tema, lega-to al concetto di attaccamento proposto da Bowlby, domina durante la fase dell’inserimento a scuola, ma anche durante il corso dell’anno perché si con- figura anche un attaccamento secondario verso l’insegnante (“Maestra dove vai? Torni?”) e si fa addirittura preponderante in caso dell’arrivo di un fratellino o una sorellina, che vanno a turba-re l’equilibrio famigliare.

A tal proposito, Alba Marcoli, che è stata insegnante e psicotera-peuta specializzata in disagio infantile, nel suo libro Il bambino arrabbiato – favole per capire le rabbie infantili, ha scritto che la rabbia è uno dei terreni più fertili di ascolto e ricerca per trovare uno sbocco evolutivo e non in-volutivo (dell’intera personalità, aggiungeremmo), in quanto si tratta di “emozioni e sensazioni che se fossero espresse o comu-nicate con altri canali potrebbe-ro gettare un ponte tra noi e gli altri, invece di far saltare anche il più piccolo ponticello che a vol-te siamo riusciti faticosamente a costruire nel corso della vita” (Marcoli, 1996, p. 18).

Drammatizzando questi aspetti, ovvero paure, conflitti, angosce è possibile per i piccoli riconoscere la presenza di questo sentimento in sé stessi (mi sto arrabbiando) e anche nei pari (ti stai arrabbian-do), disinnescando circoli viziosi negativi che conducono all’indi-viduazione di un capro espiatorio (“Quel bimbo è sempre arrabbia-to, mi fa paura!” vs “Anche io a volte mi arrabbio, non ho paura”).

Una volta che questi meccanismi sono chiariti, è possibile lavorare su quelli di mutuo soccorso, che favoriscono in tutti e in ciascuno l’emergere del Vero sé. Il Vero sé è portatore di gesti spontanei di affetto (“posso darti un abbrac-cio?”), ed è ripulito dai precedenti condizionamenti operanti attivi e negativi, provenienti dalle varie agenzie educative.

Niente di più che inscenare una compagnia di bucanieri poteva portare a esercitarsi tanto su tali emozioni.

AVANTI TUTTA, ARRIVIAMO AL DUNQUE!


“I’m the master of my fate, I’m the captain of my soul” William Ernest Henley, 1888

Eccoci qui, dopo una così lunga premessa, a parlare della lettura animata di Daniela la pirata, l’al-bo scritto da Susanna Isern e illu-strato da Gomez, pubblicato nel 2018 dalla casa editrice NubeO-cho. La trama dell’albo illustrato racconta di una ragazzina che ha l’ambizione di fare parte della ciurma di una nave pirata molto importante, la temibile Corsaro Nero. La sua è ambizione vera, in quanto possiede già la sua piccola imbarcazione, l’Aracnide Salterino, ma non le basta. Vuo-le fare un upgrade. Malgrado la giovane età, infatti, già si diletta nella nobile – per così dire – arte della pirateria. Tuttavia, decide di non seguire le orme degli al-tri suoi colleghi filibustieri, lupi di mare di buon senso. Infatti loro, quando dal cannocchiale ve-dono la grande Corsaro Nero, invertono la rotta e scappano con i loro vascelli! Lei no, lei non scappa. Anzi, tenta l’arrembag-gio. Vuole farsi assumere, cor-po di mille balene. Nonostante superi una serie di prove in ma-niera davvero eccellente, non ri-esce nell’intento. Dimostra allora di essere anche un’abile ladra, un’eccellente cercatrice di teso-ri, un’ottima navigatrice e una pessima cuoca, oltre che una ta-lentuosa escapologa. Ma… per il Capitano Orecchio Mozzato non è mai sufficiente, lui non le con-sentirà di fare parte della nave. Il suo è un “NO” definitivo, che non aiuta a crescere. In base a qua-le principio è arrivato a questo responso, nonostante Daniela abbia brillantemente superato tutte le prove proposte? “Sem-plicemente”, a Daniela è proibito perché… è una femmina! Eh già,

incredibile che un personaggio così crudo sia finito in un libro per bambini, così, di soppiatto. Il Capitano Orecchio Mozzato è un maschilista, un maschilista2 vero! In un’illustrazione del libro che si estende su entrambe le pagine, Daniela è raffigurata nel centro, mentre a sinistra è raffigurata una bambina vestita di rosa e a destra un bimbo vestito in blu, da supereroe. Questa immagi-ne rappresenta chiaramente gli stereotipi di genere a cui si allu-de (si veda immagine). Se nasci maschio, puoi immaginare di es-sere anche un supereroe, per te si prospettano grandi cose. Ma se nasci femmina, allora per te ci sono coroncina e gonnella. Spoi-lerando l’epilogo dell’albo, ve-diamo che alla fine la ciurma si ribellerà al suo Capitano e accla-merà Daniela nuova capitana, in quanto giusta e valorosa.

Il libro è stato proposto alla se-zione in forma di lettura animata, in circle time, nella quale erano presenti alcuni oggetti di scena. Oggetti di scena low budget, come per esempio un cannoc-chiale di cartone, bende sull’oc-chio, una barchetta di carta, un lenzuolo azzurro per creare il mare, bicchieri di acqua con ag-giunta di colorante3 per indicare e far conoscere i nomi topogra-fici dei sette mari. Ecco affiorare dai bicchieri, metaforicamente, il Mar Giallo, il Mar Rosso, il Mar Nero… Già dal nome si capisce qual è il collegamento. L’Oceano Pacifico da rappresentare è sta-to un po’ più complicato, abbia-mo detto che fa il rumore di un bimbo che dorme. Il Mare Artico invece ha i brillantini perché lì c’è il ghiaccio…

Oltre a questo aspetto (a noi piacciono gli incipit), è importan-te sottolineare come è avvenuta la lettura: un’insegnante è stata la voce narrante, le altre, munite di copia del libro alla mano, han- no recitato interpretando il ruolo di Daniela e del suo antagonista, Il Capitano Orecchio Mozzato. E i bambini e le bambine, cosa han-no fatto, sono stati solo spetta-tori? No, naturalmente! Quando la lettura si è fatta più coinvol-gente hanno cominciato a inter-pretare spontaneamente il ruolo della ciurma, mimando emozioni e infine acclamando a gran voce Daniela come Capitana.

IL SENSO PEDAGOGICO DI TUTTO QUESTO

Alcune riflessioni interne al grup-po insegnanti, unite ad alcuni spunti provenienti dalle famiglie, le osservazioni sul gioco pro-posto dai bambini, le loro paro-le, alcuni loro dialoghi… hanno portato a una riflessione sugli stereotipi di genere: anche una scuola, che si riconosce attenta e sensibile al tema, è calata in un contesto sociale dove mass media e cultura inevitabilmente contribuiscono alla creazione di preconcetti e differenze tra le aspettative legate al genere.

Cosa significa, per esempio, un’affermazione come: “Questo è un gioco da maschi, tu non puoi giocare?”. Da questa stes-sa domanda deve essere par-tita l’autrice del libro, creando il personaggio di Daniela, una bambina che sogna di condur-re una famigerata nave pirata e, nonostante le sue indiscusse abilità, trova un grosso ostacolo da superare, ovvero essere una femmina, e il dover fare in modo che la ciurma superi i propri pre-giudizi su questo. La sua storia non è forse simile a quella di mi-gliaia di donne che ogni giorno devono barcamenarsi tra il ruolo di madre, moglie/compagna o single e il proprio lavoro?

Prendiamo i dati statistici.

La percentuale delle donne lau-reate in Italia è del 35%, mentre gli uomini sono meno del 23%. Se però consideriamo le materie Stem, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, solo una donna su sei si è laureata in queste discipline considerate re-munerative. Siamo al 16% contro il 37% degli uomini (Istat, 2020).

A livello europeo, nel 2018 le donne hanno guadagnato circa il 15% in meno degli uomini, se si confronta la retribuzione media oraria. Mediamente questo di-vario retributivo di genere è pre-sente in tutti gli Stati membri, ma varia da Paese a Paese. Le dif-ferenze più ampie si osservano in Estonia (22,7%) e in Germania (20,9%) (Istat, 2020).

Il divario retributivo fra donne e uomini fornisce un quadro gene-rale nelle disuguaglianze di ge-nere in termini di paga oraria. Di conseguenza, a livello europeo, il divario retributivo è legato a diversi fattori culturali, legali, so-ciali ed economici che vanno ben oltre la mera questione di un’u- guale retribuzione per un uguale lavoro. La professione che ha re-gistrato il maggiore divario nella paga oraria è quella di manager (-23% per le donne rispetto agli uomini) (Istat, 2020).

È noto, dati alla mano, che le donne raggiungono mediamen-te un livello di istruzione più alto rispetto agli uomini, tuttavia a tale formazione non corrisponde sempre una carriera come quella attesa, al contrario il salario più alto è prerogativa degli uomini.

I bambini e le bambine, che han-no sperimentato come sogni, desideri, emozioni, siano comu-ni tra loro, senza distinzione di genere, durante il laboratorio hanno vissuto la lettura animata con trasporto immedesimandosi nella ciurma, al punto che, men-tre le insegnanti impersonavano i protagonisti della storia, dando loro voce e corpo, i bambini e le bambine hanno dato voce alla ciurma, che al termine della lettu-ra ha acclamato indistintamente un capitano o una capitana. Non tanto secondo una preferenza legata al genere, ma purché in-carnasse i valori nei quali il grup-po si riconosceva: tenacia, lealtà, orientamento al risultato. Che sia giusto o giusta. L’appartenenza al genere maschile non è più ri-sultata, durante il percorso, una condizione indispensabile.

Dato il coinvolgimento, la lettura animata è stata portata in inter-sezione, riproponendola sempre con le stesse modalità: oggetti che introducono al tema pirate-sco, insegnanti che interpretano i personaggi principali, bambini e bambine delle altre sezioni che si sentono coinvolti nello spirito del-la ciurma dei 4 anni e, unendosi a loro, ne costituiscono una, di volta in volta più grande.

L’esperienza è terminata con un dialogo in circle time che ha stimolato la riflessione e le con-clusioni portate dai bambini e dalle bambine, che, infine, hanno coinciso con gli obiettivi proposti dal laboratorio e dalla lettura. È seguita poi una parte creativa laboratoriale che ha mirato a la-vorare sul sé come essere unico e originale, attraverso la crea-zione del proprio cappello da pi-rata, provando a rispondere alla seguente domanda: se io fossi un pirata, come mi chiamerei? E voi? Come vi chiamereste?

1 Il flusso di coscienza (stream of con-sciousness, di cui Virginia Woolf era fautrice già a fine dell’Ottocento) è una tecnica narrativa consistente nel-la libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganiz-zati logicamente in frasi.

2 Per fare un po’ di luce sul personag-gio del Capitano dobbiamo chiarire un passaggio, spiegando il significato della parola “maschilismo”. Con il ter-mine si intende la presunta superiorità dell’uomo sulla donna, tradizionalmen-te connessa con gli attributi della viri-lità; nonché l’atteggiamento o il com-portamento che ne derivano, nei suoi riflessi sociali.

3 Il trucco è attinto a man bassa dal-la “Melevisione”, programma televi-sivo per bambini andato in onda fino al 2010, tra i cui autori spiccano nomi prestigiosi tra cui Bruno Tognolini. Vi ricordate quando nel Fantabosco il buon Tonio Cartonio preparava al suo chiosco una Scivolizia o una Pioggia-latte? Da una brocca di acqua limpida rovesciava il liquido nel bicchiere, e una volta contenuto nel bicchiere immedia-tamente cambiava colore.

PER APPROFONDIRE
BIBLIOGRAFIA

Goleman D., Intelligenza Emotiva, Mila-no, Rizzoli, 2011.

Guerra R., Donne pirata. Vite ribelli sul mare, Youcanprint, 2022.

Isern S., Gomez, Daniela la pirata, Ma-drid, NubeOcho, 2018.

Marcoli A., Il bambino arrabbiato, Mila-no, Mondadori, 1996.

Istat, La vita delle donne e degli uomini in Europa. Un ritratto statistico, 2020, www.istat.it/donne-uomini/index.html. YouTube, Tante storie, tutte bellissime letture e laboratori, 2021, https://you-tube.com/@tantestorietuttebellissi-me8911.

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