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PIANTE

Stefano Sturloni

Trifoglio bianco

Tra prati e asfalti in affine compagnia

Quando il sole manda obliquamente i suoi raggi sulla via, i bordi di trifoglio sono tutto un lieto alternarsi di luci verdi e di opache ombre vellutate, soffuse di pace e di calma.

Pierina Boranga, 1955

Si fa presto a dire Trifoglio, ma solo l’Italia ne ha in elenco un’ottantina di specie! Alcune sono estremamente localizzate o addirittura incerte, altre molto comuni. Nelle aiuole dei parchi cittadini e a bordo strada siamo abituati a vederne soprattutto due: quello rosso, ufficialmente detto Trifoglio pratense, e quello bianco, noto ai botanici come Trifoglio ladino. È di quest’ultimo che parleremo più diffusamente adottando per semplicità il termine bianco.

Prima di presentarlo, tuttavia, è doveroso invitare i cercatori di piccole meraviglie a non soffermarsi solo su queste due specie, spesso compresenti, ma ad andare alla ricerca di trifogli un po’ più riservati. Gli ambienti antropici non ne sono certo privi, ospitandoli anche al margine dei prati, dove il verde delle malerbe confina con asfalti e selciati.

Ne ho in testa prevalentemente tre. Cominciamo con il Trifoglio a fragola, il più facile da individuare, perché dotato di un’infiorescenza di media grandezza che può raggiungere i 14 mm di diametro, e di un simpatico color roseo. Cresce dappertutto, formando numerose popolazioni grazie ai suoi fusti striscianti, da cui s’innalzano peduncoli fiorali raramente superanti i 15 cm d’altezza. Si trova spesso associato alla gramigna che ricuce le crepe marginali dei manti stradali poco trafficati. Il nome lo deriva dall’aspetto curioso della sua infruttescenza globulare, vagamente simile a una fragola feltrosa.

punteggiata dai calici rinsecchiti dei singoli fiori che componevano il capolino.

Il secondo trifoglio ha capolini più piccoli, di color giallo pallido, formati talora anche da 30-40 fiori. Il suo nome è Trifoglio campestre. Osservandone da vicino le infiorescenze si resta colpiti dalla loro bellezza, dovuta alla piegatura verso il basso dei petali superiori delle corolle (vessilli), le cui fattezze ricordano le valve concoidi e costolute di una conchiglia. A maturità queste rinsecchiscono diventando dapprima aranciate e poi brune.

Per finire ecco un trifoglio che sembrerebbe intenzionato a non farsi scorgere e al tempo stesso a scoraggiare il contatto. Non a caso si chiama Trifoglio scabro. Le sue infiorescenze, povere di fiori e di aspetto trasandato, restano al di sotto degli 11 mm di diametro e tendono a starsene appiattite al suolo, confondendosi tra foglie e fusti. Le corolle sono biancastre, scarsamente evidenti e superate in lunghezza dai denti acuti e spinosi dei calici. A volte sfugge anche ai cercatori esperti, un buon motivo per farne ricerca.

Il Trifoglio bianco, ben più regale, è pressoché cosmopolita e tappezza i prati elevandosi fino ad un’altezza di 30 cm. Come indica il nome scientifico, Trifolium repens, si tratta di una specie reptante, ossia dotata di fusti striscianti che generano gemme e radici ai nodi. Dalle gemme s’innalzano i piccioli delle foglie e, separatamente, i peduncoli fiorali, alla cui sommità svettano capolini solitari, globosi, grandi un paio di cm. Li compongono 40-80 fiorellini bianchi, talora appena rosei, dotati di un breve pedicello.

Come tipico del genere di appartenenza, il Trifoglio bianco possiede foglie a tre lembi (ternate), che nello specifico si caratterizzano per un disegno biancastro a forma di U, grazie al quale è possibile riconoscere la specie anche in assenza dei capolini.

Si tenga presente, però, che una macchia simile è osservabile sulle foglie del Trifoglio rosso, con la differenza che quest’ultima è a forma di V.

Un’ulteriore peculiarità della specie si ha al termine della fioritura, quando le corolle imbruniscono e con l’incurvarsi dei pedicelli divengono pendule:

“E allora – scrive con passione l’insegnante del secolo scorso Pierina Boranga – il capolino ha quel curioso aspetto che lo fa rassomigliare a una sciatta testa femminile in cui parte della cappellatura sia sfuggita al pettine” (1955).

L’immagine ci conduce alla fruttificazione, che vede ogni singolo fiore dare corpo a un legume allungato e piatto contenente 3 o 4 semi cuoriformi.

Oltre a consolidare i suoli e ad essere un ottimo foraggio, il Trifoglio bianco è una pianta mellifera, frequentata assiduamente da api e bombi; all’occorrenza, però, è in grado di produrre acido cianidrico per difendersi da predatori e siccità. Non è la sola nel mondo vegetale, ma è interessante l’esito di uno studio condotto in diverse metropoli del pianeta, secondo il quale in ambiente urbano, dove gli erbivori scarseggiano, il tasso di produzione di questa sostanza è inferiore rispetto a quello riscontrato in ambiente rurale (Mancuso, 2023).

“È un fiore con tanti fiori piccoli”
“Sono tutti in rotondo”
“Si chiama trifoglio perché ha tre foglie”
“Ha i fiori bianchi ma delle volte sono rossi”
“Forse sono di un altro tipo”

PER APPROFONDIRE

Boranga P.,
La natura e il fanciullo. Parte seconda. La
strada, Torino, Paravia, 1955.
Mancuso S.,
Fitopolis, la città vivente, Bari-Roma, La-
terza, 2023.

DOMANDE GENERATIVE

di Francesca Romana Grasso

Come si accolgono le domande complesse come “Maestra, cosa c’è dopo l’infinito?”

L’ambiente scolastico trasmette, a chi vi entra e lo vive, una dimensione di continuità intrinseca tra matematica, arte e natura?

Potrebbe la matematica, con la forza della stupefazione e dell’entusiasmo che suscita, essere utilizzata per favorire l’eventuale accoglienza di bambini e bambine in arrivo in corso d’anno?

Grafiche e parole di bambine e bambini di 5 anni della scuola comunale
dell’infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia
© Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia
© Sulle fotografie Stefano Sturloni

Stefano Sturloni, formatore e naturalista, già atelierista delle Scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia

 

 

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