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ESPERIENZE

La cultura dell’infanzia come risorsa della città

Tracce di percorsi significativi al nido

di Giulia Redi

Giulia Redi

Pedagogista ed educatrice, nido d’infanzia comunale “Mario Lodi”, Sestri Levante (Ge)

Abstract

Progettare l’azione educativa a partire dall’organizzazione di op-portunità nuove, alternative, pro-fonde, determina per gli adulti un cambiamento dall’attenzione a ciò che i bambini sanno fare a come sviluppano le loro espe-rienze. Per lavorare sulla cultura dell’infanzia non basta far affi-damento su modelli normativi di riferimento, ma è necessario ad-dentrarsi nelle specificità e nelle rappresentazioni implicite che abitano i servizi e la comunità di appartenenza. Gli aspetti culturali non subiscono cambiamenti pro-fondi soltanto attraverso l’attua-zione di normative: è necessario un continuo lavoro di messa in di-scussione dei significati impliciti e nascosti che sottostanno all’agire pedagogico, e per far questo il ruolo del coordinatore pedagogi-co risulta di primaria importanza.

Parole chiave

Cultura infanzia, coordinamento pedagogico, educazione, territorio, tracce

Contatti
giulia.redi@gmail.com

Tra le molteplici aree di intervento assegnate alla professione di co-ordinatore pedagogico, rivestono un ruolo centrale la promozione e la diffusione della cultura dell’in-fanzia all’interno del territorio.

Riflettere sul tema della cultura dell’infanzia significa dare pa-rola e rilievo all’implicito e far emergere le azioni, i momenti, le esperienze significative vissu-te, agite e sviluppate all’interno dei servizi educativi dedicati alla prima infanzia. Il coordinatore pedagogico deve stimolare un lavoro riflessivo, collegiale e pro-fondo in cui l’esperienza educa-tiva viene riletta e ripensata in un esercizio di decentramento, ponendo i bambini e le bambi-ne al centro del loro percorso di crescita e apprendimento.

Il concetto dell’infanzia ha subi-to profonde trasformazioni nel corso del Novecento, fino ad affermarsi come età dinamica e complessa, caratterizzata da un protagonismo attivo nei processi interattivi e nella costruzione di legami affettivi, emozionali e co-municativi. Nel corso dell’ultimo decennio sono state le norma-tive relative ai servizi “zerosei” che hanno posto l’accento sullo sviluppo di una specifica cultura dell’infanzia (Dm 254/2012, Dlgs 65/2017), la quale sostiene l’idea di un “bambino competente”, autonomo, costruttore di signi-ficati e quindi capace, se messo nelle condizioni da un ambiente adeguatamente supportivo, di esprimere il proprio punto di vi-sta. Le Linee Pedagogiche per il sistema integrato 0-6 ribadisco-no la necessità di restare legati a una concezione dell’infanzia che non è solo preparatoria alle tappe successive: ciascuna età va vissuta con compiutezza, di-stensione e rispetto per i tempi personali, e ciascun bambino va inteso nella sua unicità e diver-sità. Le accelerazioni, i salti, non aiutano i bambini nel percorso di crescita personale, ma li induco-no a rincorrere mete individuate per loro da parte degli adulti. Si tratta di valorizzare “un bambi-no […] bisognoso di non essere sovra-interpretato, strumenta-lizzato, frainteso e equivocato ma, nello stesso tempo, che ab-bisogna di una particolare sen-sibilità di decodifica da parte di educatori e pedagogisti capaci di dominare la semantica e la punteggiatura che governano la logica ‘altra’ delle sue manife-stazioni e dei suoi discorsi” (Bob-bio e Traverso, 2016, p. 9). Il nido e la scuola dell’infanzia rappre-sentano la prima tappa del pro-cesso formativo, accompagna-no il bambino nell’età evolutiva e oltre, e lo fanno attraverso espe-rienze significative in grado di determinare la qualità di un pri-mo contatto con il mondo e nella costruzione iniziale della propria identità. Essi rappresentano dei veri e propri luoghi di crescita e apprendimento e come tali pos-sono incidere, attraverso la cul-tura che li permea, sulle compe-tenze e potenzialità dei bambini. Ne deriva la necessità di rivendi-care un’autentica cultura dell’in-fanzia, che possa far affidamen-to sulle molteplici competenze di coordinatori, educatori, inse-gnanti e che possa offrire una valenza pedagogica e di qualità dei servizi educativi. Per gli ope-ratori dei servizi 0-6 diventa fon-damentale coltivare un “habitus esplorativo”, ovvero un’attitudi-ne permanente alla ricerca, che consiste nel porre al centro un’e-ducazione fondata sull’esperien-ze e sull’esplorazione. Quello che serve per restituire l’autonomia propria del mondo dell’infanzia è una didattica altra, che sollecita la riflessione intorno alla costru-zione di buone domande, più che di buoni percorsi, una didattica delle piccole cose (Guerra, 2019). All’interno di questo contesto nuovo e rinnovato, dove i bam-bini e le bambine sono al centro dell’agire educativo, si inserisce la professione del coordinato-re pedagogico nel ruolo di colui che promuove e diffonde una cultura dell’infanzia attraverso azioni mirate, attente, profonde, che permettano al territorio di entrare a contatto con i diversi ambiti educativi presenti in un determinato contesto territoriale e sociale. Il ruolo del coordina-tore, unito al lavoro degli edu-catori/insegnanti, sarà quello di promuovere la cultura dell’in-fanzia non solo all’interno dei servizi educativi nei quali opera con le famiglie e i professionisti, ma sull’intero territorio circo-stante, diffondendo in maniera capillare, mirata e consapevole molteplici aspetti legati al modo dell’infanzia. Da un lato, significa valorizzare e sostenere abilità, competenze, possibilità proprie del mondo dell’infanzia, ponen-do i bambini al centro dell’azione educativa, rispettando profon-damente i bisogni, le richieste e le caratteristiche di ciascuno. L’i-dea di un bambino costruttivo e di un adulto più attento a deter-minate possibilità pone l’accento sul contesto, quale indispensabi-le aspetto che genera, alimenta, contiene e riflette, modificandosi nel tempo: i bambini diventano protagonisti del loro processo di crescita, esprimendo questa loro attitudine naturale, traducendo-la nella curiosità nei confronti del mondo delle cose e delle relazio-ni e nella abilità di essere pre-senti costruttivamente all’interno dei contesti di esperienza in cui sono coinvolti.

Progettare l’azione educativa a partire dall’organizzazione di opportunità determina, per gli adulti, un cambiamento dall’at-tenzione a ciò che i bambini sanno fare a come sviluppano le loro esperienze. In secondo luogo, significa conferire sempre maggiore importanza all’attività di documentazione di tali espe-rienze per far sì che si possa la-sciare traccia del percorso svol-to, condividendolo non solo con le famiglie che abitano i servizi educativi, ma con una comunità territoriale e cittadina più estesa.

“DAL GESTO AL SEGNO: TRACCE DI PERCORSI SIGNIFICATIVI AL NIDO” UNA MOSTRA PER LA CITTÀ

“Le città di dimensioni ridotte hanno una loro grazia nelle proporzioni, non sono né confusamente grandi, né piccole in modo soffocante. Favoriscono l’immaginazione, l’energia, lo spirito comunitario […]. Coltivare l’immaginazione è la prima cosa, ma non bisogna limitarsi a leggere le favole. È l’immaginazione che salva tutti noi dall’ovvio e dal banale, dagli aspetti ordinari della vita. L’immaginazione trasforma i fatti in congetture. Perfino un’ombra proiettata a terra non è soltanto un’ombra: è un mistero”.

Così scriveva Jerome S. Bruner nel volume I cento linguaggi dei bambini (Bruner, 2017, pp. 25-26), ed è proprio da queste parole che è nata la volontà di valorizzare un percorso educativo di qualità, nato, cresciuto e sviluppato al Nido d’Infanzia comunale “Mario Lodi” di Sestri Levante (servizio presso il quale chi scrive lavora da circa quattro anni) e di presentarlo non solo alle famiglie che abitano il servizio e ai professionisti che vi operano, ma all’intero territorio cittadino, attraverso l’allestimento di una mostra collocata al centro della città, presso la sala “Aldo Vallerio Riccio” di Palazzo Pallavicini, sede centrale del Comune di Sestri Levante.

La scelta della sala non è stata casuale, ma si è voluta porre e proporre intenzionalmente al centro della cittadina, nel cuore pulsante delle attività, in un percorso fatto di immagini, materiali, suggestioni e parole legate al tema dell’arte nell’infanzia, esplorando gesti, tracce, segni significativi e inaspettati, che bambine e bambini compiono ogni giorno tra le mura del nido.

La mostra, intitolata “Dal gesto al segno: tracce di percorsi significativi al Nido”, si propone come un itinerario d’arte, alla scoperta delle varie fasi espressive e creative dei bambini e delle bambine, in un crescendo di colori, materiali, spunti e traguardi.

L’esposizione è stata inaugurata sabato 18 novembre 2023 ed è rimasta aperta al pubblico fino al 29 novembre 2023: il progetto si è inserito a conclusione del PEG biennale, in un contesto articolato che ha permesso all’intero team educativo e ai bambini e alle bambine di sperimentare nuovi percorsi ed esperienze, valorizzando la dimensione corporea dell’attività grafica e il piacere della gestualità durante la prima infanzia.

Nell’arco di questi due anni educativi (2021/2022 e 2022/2023) il progetto si è concentrato sul tema delle capacità espressive, artistiche e creative dei bambini, sia attraverso la proposta di esperienze, laboratori e atelier dedicati alla valorizzazione delle competenze grafiche e motorie, sia mediante una formazione per il personale educativo specifica sul tema dell’allestimento delle opere dei bambini e sul valore della documentazione.

I gesti, le tracce, i segni sono stati i temi privilegiati, visto che lasciare una traccia su un foglio, un sasso, un piano di argilla, una superficie rappresenta un’esperienza molto gradevole per chi la produce: è quella relazione impercettibile che si crea tra una sequenza motoria e una visiva; una forma di armonia silenziosa in bilico tra i sensi e la mente. Essa genera piacere sensoriale nel bambino così come nell’adulto, e appare con chiarezza in molti artisti contemporanei. A volte, questa relazione si esprime con forza, quasi aggredendo la materia, alterando i supporti o le iniziali campiture: possono essere tagli, buchi, gesti ampi dell’arco del braccio, oppure segni lasciati dal corpo, che partecipa allo sforzo grafico. In altri momenti, sono gesti più dolci, intimi, quasi spaventati dal colore, dal foglio, dai pennelli, che hanno bisogno di più tempo e confidenza per esprimere appieno la propria sensibilità e corporeità.

È proprio quel corpo che, se lasciato libero di esprimersi, può creare mondi inaspettati. Al fine di sostenere i bambini nel loro percorso di sviluppo gestuale e segnico è risultato indispensabile progettare stimolazioni ambientali coerenti e favorevoli: anche al nido i bambini iniziano a scarabocchiare e a mostrare curiosità nei confronti dei segni. Lo scarabocchio è tra le prime indispensabili espressioni artistiche del bambino, il cui movimento si traduce in linee.

Gli incontri e le esperienze del progetto sono stati dedicati alla creazione di esperienze significative per i bambini, predisponendo ambienti, materiali e situazioni, che permettessero loro di esprimersi liberamente, tenendo in considerazione le diverse età, competenze, abilità di ciascuno. In questo ricco confronto nel campo dell’arte e dell’espressività sono emersi stili consolidati e nuovi modi di progettare queste esperienze: come predisporre i materiali per renderli adeguati alla libertà di sperimentare, in quali tempi far fluire il tempo dei bambini, come predisporre gli spazi nei quali i bambini potessero creare e produrre significati. Scegliere e favorire alcune variabili ha permesso di creare le condizioni affinché i bambini potessero esplorare, scoprire, provare e riprovare, garantendo una condizione di “continuità fluida”, dove ritrovare le tracce del proprio operare. In quest’ottica, i fogli dipinti non sono nascosti nell’armadio, il vasetto di colore rimane a disposizione in un angolo attrezzato, i pennarelli, i pennelli, i rulli non finiscono in un cassetto. Sono segni effimeri, segni e disegni d’acqua tracciati su una pietra, su un sasso, raccolti dai bambini in spiaggia, in quella Baia del Silenzio tanto cara alla città, sono segni che vengono accolti e assorbiti in un tempo che fluisce trasformando e narrando. Una narrazione anch’essa fluida e trasformativa, in stretta relazione con le forme grafiche e il tempo.

La pittura non si svolge soltanto seduti al tavolino, ma anche in corridoio nell’angolo dedicato alla pittura verticale, dove i bambini possono sperimentare con tutti i sensi, sentire il sapore e l’intensità dei colori sulla propria pelle, dare e darsi forma, facendo i conti con le emozioni e le immagini suscitate da quei colori. Tracce e segni che non si esprimono soltanto attraverso l’utilizzo di pennelli e rulli ma anche attraverso materiali ed elementi naturali come legnetti, foglie, melograni, zucche, petali di girasole e semi di zucca.

Gesti e segni non soltanto dei bambini ma anche degli adulti, che accompagnano i loro piccoli in questo cammino: le famiglie sono entrate al Nido con i loro bambini e hanno passato del tempo insieme, tempo prezioso, lento, attento e hanno esplorato insieme nuove possibilità fatte di legami, relazioni, riflessioni ma anche letture, cartoni, pennelli, colori naturali, derivati dalla spremitura di piante, fiori, curcuma e caffè.

Le educatrici hanno proposto e messo a disposizione dei bambini e delle bambine molteplici materiali e strumenti: farina, sabbia, pietre, conchiglie, foglie, rami, acqua, carta e cartoncini, pennelli, penne e pennarelli, colori a dita, pastelli a cera e poi ancora rulli, scatole e argilla. Ed è proprio l’argilla, “la parte più nobile della terra” che conclude il percorso della mostra. Il laboratorio dedicato all’argilla, dal titolo “E invece il cento c’è… I cento linguaggi dei bambini”, si è sviluppato a partire da marzo 2022 e si è concluso nel mese di luglio 2022, ed è stato curato dall’artista e scultore Alfredo Gioventù in collaborazione con Daniela Mangini, coadiuvati dalle educatrici della sezione grandi (gruppo bambini 18-36 mesi).

La libertà di espressione in tutte le sue forme è stata il caposaldo della programmazione dell’anno educativo 2021-2022 nel nome del maestro Mario Lodi, a cui il Nido è intitolato e che ha speso tutta la sua vita umana e professionale a dare voce ai bambini, secondo le loro individualità e inclinazioni. I bambini e le bambine del nido hanno avuto la possibilità di conoscere, esplorare, manipolare e trasformare un materiale nuovo e meraviglioso come l’argilla, nelle sue molteplici consistenze, forme e colori, passando da uno stato liquido a uno solido e plastico, lasciando tracce, impronte, creando paesaggi con piccoli elementi naturali, dal piano al volume.

La capacità dell’argilla di accogliere tracce e segni ci ha permesso di vederli fissati in segni plastici, conferendo significati profondi all’agire creativo dei bambini. Nella creazione di un grande volume e nel successivo frazionamento, i bambini hanno iniziato a modellare, togliendo, aggiungendo, bucando, deformando, in una continua ricostruzione della materia, fino all’elaborazione di uno spazio per il racconto. Non solo, la narrazione si è spostata in giardino, di fronte al muro di pietra, presenza costante nello spazio di vita dei bambini, che è stato osservato, vissuto e trasformato, in maniera nuova e inaspettata attraverso interventi plastici con le argille, con le impronte e con gli elementi del prato. Il percorso si è concluso con una parte di segni di terra: l’argilla che diventa segno plastico e che disegna grandi spazi. La plasticità dell’argilla e la gestualità dei bambini hanno creato segni, scarabocchi, disegni tridimensionali, in dialogo con spazi liquidi e colorati.

Il percorso svolto in questi due anni ha permesso al gruppo educativo e ai bambini che abitano il Nido di percorrere nuove strade, di esplorare nuove possibilità, nuovi modi e mondi di sperimentare, e quale migliore occasione se non quella di curare e presentare una mostra che potesse far emergere questi momenti ed esperienze, talmente preziosi e significativi da non poter essere lasciati nel cassetto, per diventare patrimonio culturale condiviso e consapevole. In questo modo, l’educazione diventa patrimonio collettivo, che concorre a definire l’identità di un servizio, rispecchiando idee, orientamenti, condotte della realtà in cui il servizio stesso è inserito, rendendoli visibili e fruibili da tutti gli attori coinvolti. L’obiettivo è quello di creare servizi promotori di cittadinanza (ovvero di alta qualità), che vedono come imprescindibile la partecipazione al progetto educativo dei genitori e della comunità, che hanno personale con una buona formazione, sia di base sia continua, e con una supervisione pedagogica. L’intera città, come luogo di vita e di cultura, è al servizio dei bambini e costituisce una risorsa per la loro educazione. Insegnanti, educatori, coordinatori, dirigenti del servizio, esperti interni ed esterni e famiglie trovano occasione per coltivare la loro competenza educativa.

Tutti questi soggetti si trovano così impegnati in un’opera di pedagogia sociale, che si esplicita attraverso incontri, materiale informativo, mostre, partecipazione a programmi educativi. Si tratta di un programma di pedagogia della città nel significato più ampio della locuzione: i servizi per l’infanzia sono concepiti quali luoghi accoglienti nei quali ciascun bambino e ciascuna bambina può trovare occasioni e risorse di crescita, da poter trasmettere e condividere in maniera consapevole e attenta anche al di fuori delle mura scolastiche.

PER APPROFONDIRE
BIBLIOGRAFIA

Bobbio A., Traverso A., Contributi per una pedagogia dell’infanzia, Pisa, ETS, 2016.

Bruner J.S., “Reggio: una città fatta di gentilezza, curiosità, immaginazione”, in Edwards C., Gandini L., Forman G., I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Parma, Edizioni Junior – Spaggiari edizioni, 2017, pp. 25-26.

Guerra M., Le più piccole cose. L’esplorazione come esperienza educativa, Milano, FrancoAngeli, 2019.

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