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FATICHE E CONSAPEVOLEZZE

Tra incertezza e professionalità consapevole

Costruire risposte educative a partire dall’osservazione e dalla riflessività

Manuela Bruno

Vicepresidente e Coordinatrice area infanzia, cooperativa sociale Jobel, Savona e Imperia

Elena Marone

Coordinatrice pedagogica, cooperativa sociale Jobel

Abstract

L’articolo riflette sulla difficoltà che educatori ed educatrici incontrano quando devono gestire comportamenti di bambini e bambine che manifestano difficoltà non riconducibili a diagnosi specifiche. Partendo dalle esperienze della cooperativa sociale Jobel, si analizzano gli aspetti pedagogici e relazionali implicati in tali situazioni, evidenziando strategie educative basate sull’osservazione e sulla riflessività e mostrando come tali fatiche possano diventare occasioni per un approccio educativo più consapevole e inclusivo.

 

Parole chiave

Professionalità educativa, riflessività, relazione educativa, osservazione, inclusione

 

Contatti

manuela.bruno@jobel.it elena.marone@jobel.it

“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO

INTRODUZIONE

Lavorare nei servizi educativi nella fascia 0-6 anni significa incontrare quotidianamente la complessità delle traiettorie evolutive di bambine e bambini, ciascuno portatore di unicità, bisogni specifici, tempi e linguaggi propri. È un lavoro spesso accompagnato da incertezza, che richiede sensibilità, preparazione e capacità di accogliere l’altro da sé. Il mandato educativo oggi è articolato: costruire contesti relazionali significativi, garantire benessere, promuovere competenze, favorire inclusione e partecipazione. Una sfida nutrita dall’osservazione e dal dialogo, ma che può trasformarsi in fatica quando si incontrano nelle bambine e nei bambini comportamenti difficili da comprendere, non classificabili, ma profondamente sfidanti per l’équipe educativa. All’interno dei servizi gestiti dalla cooperativa Jobel ci siamo più volte trovate a riflettere su episodi che hanno richiesto risposte complesse, capaci di coniugare fermezza e cura, contenimento e ascolto. Questo articolo nasce dalla volontà di condividere tali riflessioni, valorizzando un approccio che considera l’incertezza non come ostacolo, ma come risorsa per la crescita professionale.

 
QUANDO IL COMPORTAMENTO METTE ALLA PROVA

Nei servizi educativi accade frequentemente di osservare bambine e bambini che manifestano comportamenti complessi, che generano fatica nel gruppo adulto: esplosioni emotive improvvise, oppositività, evitamento, difficoltà di interazione con i pari, richieste continue di attenzione. Questi comportamenti, se letti solo come “problemi da risolvere”, rischiano di attivare risposte reattive e poco efficaci.

Le immagini si riferiscono ai servizi educativi della cooperativa Il Mosaico Servizi (Lo)

La fatica più grande non risiede tanto nella gravità dei comportamenti, quanto nell’impatto emotivo che essi producono sugli adulti: impotenza, frustrazione, dubbi sulla propria competenza. Giuseppe Nicolodi (2008) definisce “disagio educativo” quella sensazione di difficoltà provata dall’educatore di fronte a comportamenti infantili non immediatamente comprensibili, che si configurano non come fallimento, ma come segnale di un’urgenza relazionale ed educativa. Tale disagio, soggettivo e variabile da educatore a educatore, può influenzare significativamente la qualità della relazione educativa. Nel nostro lavoro quotidiano, abbiamo notato che dietro reazioni apparentemente sproporzionate (urla e pianti inconsolabili, gesti aggressivi, opposizione), si celano bisogni profondi: richiesta di attenzione, difficoltà a gestire la frustrazione, bisogno di sicurezza affettiva. È qui che emerge il valore della professionalità educativa come capacità di reggere la complessità, mantenere aperta la domanda, trasformare l’episodio critico in opportunità di ascolto e rilancio progettuale. Una professionalità che non si rifugia nella categorizzazione o nell’automatismo, ma che si alimenta della tensione tra sapere e non sapere, tra immediatezza e riflessione, tra urgenza e attesa.

OSSERVARE PER DECIFRARE: I COMPORTAMENTI COME LINGUAGGI

L’osservazione nei servizi per l’infanzia è molto più di un atto tecnico: è una postura, una disposizione all’ascolto capace di cogliere anche ciò che si cela tra le pieghe del quotidiano. Osservare significa sospendere il bisogno di intervento immediato, permettendo alla comprensione di maturare nel tempo. Quando un comportamento ci colpisce – sia per la sua intensità, per la sua ripetitività o per la nostra difficoltà a dargli un significato – l’osservazione sistematica aiuta a uscire dalla logica della risposta automatica. Nel nostro lavoro di coordinamento e supervisione pedagogica, abbiamo introdotto pratiche di documentazione narrativa e osservazione partecipata, che consentono di annotare non solo l’evento osservato, ma anche il contesto, i protagonisti, le reazioni dell’adulto e l’atmosfera emotiva. Questa attenzione al contesto è essenziale: uno stesso comportamento può assumere significati diversi in funzione del luogo, del tempo, del clima relazionale in cui si manifesta. Solo l’osservazione ripetuta, condivisa e discussa può aiutare l’équipe a distinguere le sfumature e a comprendere il “perché”, il “come” e il “quando” di un comportamento. Osservare consente di andare oltre la prima impressione, oltre la fatica generata da un comportamento problematico, per entrare nel campo dell’interpretazione educativa. Come sostengono Bondioli e Savio (2018), la relazione educativa si costruisce su tre pilastri: rispecchiamento, contenimento e impalcatura. Senza un’osservazione attenta, tali dimensioni rischiano di non potersi attivare in modo efficace, poiché mancherebbero le basi per un’azione educativa realmente significativa e responsiva. Ad esempio, nel caso di un bambino che, durante i momenti di attesa o di transizione, metteva in atto comportamenti provocatori nei confronti dei pari, stuzzicando o interferendo bruscamente nel gioco altrui, l’osservazione ha permesso di portare alla luce la funzione relazionale e comunicativa di tali azioni. Tali gesti, che inizialmente apparivano come semplici “dispetti”, si sono rivelati essere delle modalità complesse attraverso cui il bambino cercava di affermare la propria presenza nel gruppo, ottenere attenzione o esercitare un controllo sulla situazione per contenere l’ansia generata dal cambiamento. Inoltre, l’osservazione non può prescindere da una riflessione dell’educatore e dell’educatrice sulle proprie emozioni e reazioni. Che cosa sento quando quel comportamento si ripete? Cosa mi attiva dentro? Come cambia il mio modo di stare nella relazione con quel bambino o quella bambina? Tali domande hanno lo scopo di favorire un’autoconsapevolezza professionale necessaria per costruire risposte intenzionali e coerenti. Infine, osservare è anche un atto etico: è il primo passo per riconoscere l’altro nella sua interezza, non solo come destinatario di un’azione educativa, ma come soggetto attivo di una relazione. In questo senso, osservare è già prendersi cura.

 
ABITARE L’INCERTEZZA PER GENERARE TRASFORMAZIONE

Riprendendo il pensiero di Bondioli e Savio (2018), possiamo affermare che ogni relazione educativa si realizza attraverso un processo dialogico e trasformativo, che implica la co-costruzione del significato da parte dell’adulto e del bambino. Il rispecchiamento, ad esempio, è un atto attivo di riconoscimento e valorizzazione. La dimensione del contenimento non riguarda solo il “porre limiti”, ma piuttosto l’offrire sicurezza affettiva attraverso la presenza, la coerenza e l’ascolto autentico. L’impalcatura, infine, si attua nell’accompagnare lo sviluppo del bambino, offrendo opportunità calibrate nel rispetto delle sue potenzialità e dei suoi tempi. In questo quadro, l’adulto si configura come facilitatore dell’espressione e della crescita, piuttosto che come correttore del comportamento. L’educazione, dunque, si sposta dal piano del controllo a quello della cura, dell’incontro e della costruzione condivisa di senso. L’incertezza educativa, se riconosciuta e non negata, può diventare uno spazio abitabile dentro il quale generare nuovi modi di essere in relazione con le bambine e i bambini. 

1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.

2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.

È proprio qui che si manifesta l’essenza della professionalità educativa: non tanto nel sapere già cosa fare, ma nella disponibilità ad ascoltare, osservare, attendere. L’educatore deve imparare a sostare nella complessità, a non produrre risposte immediate bensì domande autentiche, a costruire insieme all’altro una strada possibile (ivi). In tal senso, l’incertezza è un luogo generativo, dove le routine non bastano e le risposte standardizzate si rivelano inefficaci, dove si richiede una presenza professionale capace di sospendere il giudizio e accogliere ciò che accade come occasione di trasformazione. Nei nostri contesti, abbiamo imparato che questa postura è tanto più efficace quanto più è condivisa e sostenuta dal gruppo di lavoro. Non si tratta infatti di una disposizione “individuale”, ma di una vera e propria cultura pedagogica dell’incertezza, che si costruisce nella pratica riflessiva, nell’osservazione condivisa, nella messa in discussione delle proprie certezze nella collegialità.

 
LE PRATICHE RIFLESSIVE COME RISPOSTA: TRASFORMARE LA FATICA EDUCATIVA IN COMPETENZA COLLETTIVA

Quando un bambino manifesta comportamenti difficili è naturale provare disorientamento. La riflessività pedagogica, attivata dal confronto professionale tra colleghi, consente di trasformare tali episodi in opportunità educative significative. Attraverso questo processo riflessivo, la lettura puramente comportamentale lascia spazio a una più articolata visione relazionale, capace di riconoscere i bisogni autentici espressi dai bambini e orientare gli interventi educativi in modo mirato ed efficace. La riflessività pedagogica rappresenta dunque il cuore pulsante dell’agire educativo, perché permette agli educatori di mantenersi aderenti alla realtà, superando rigidità metodologiche e rischi di deresponsabilizzazione. Quotidianamente, la gestione di comportamenti quali provocazioni, urla o opposizioni mette alla prova le risorse emotive e professionali degli educatori. Tuttavia, nel momento in cui la fatica viene riconosciuta, condivisa e rielaborata attraverso il confronto e la narrazione, essa diviene patrimonio collettivo, offrendo al gruppo nuove chiavi di lettura e occasioni formative. Anche frustrazione e senso di impotenza, se accolti e analizzati, possono costituire autentici “materiali educativi” per il lavoro di équipe, stimolando così una continua ridefinizione delle strategie educative. La formazione continua assume, in quest’ottica, un ruolo determinante: non è solo acquisizione di competenze tecniche, ma spazio permanente di crescita personale e professionale, che consente agli educatori di rinnovare il proprio sguardo pedagogico, ampliando le prospettive teoriche e arricchendo le pratiche quotidiane. Tale formazione dovrebbe essere strutturata in modo integrato, combinando approfondimenti teorici, laboratori pratici e momenti riflessivi di gruppo, allo scopo di sostenere una professionalità competente, consapevole e capace di rispondere in maniera flessibile e creativa alla complessità educativa contemporanea. In questo processo, la figura dell’educatore emerge con chiarezza come un professionista capace non solo di osservare e interpretare i comportamenti infantili, ma anche di progettare interventi educativi consapevoli e costruire relazioni autenticamente trasformative.

UN’ALLEANZA EDUCATIVA CON LE FAMIGLIE: COSTRUIRE INSIEME

In un sistema educativo davvero inclusivo, la relazione con le famiglie non è mai accessoria, ma costituisce una dimensione fondante dell’agire educativo. Comunicare comportamenti complessi, come quelli osservati nei bambini e nelle bambine che presentano difficoltà relazionali o di regolazione, richiede tatto, ascolto e tempo. Le famiglie, spesso, vivono con fatica la restituzione di osservazioni che mettono in discussione l’immagine idealizzata del proprio figlio o figlia. È fondamentale che la comunicazione avvenga in un clima di fiducia e corresponsabilità, dove gli educatori non si pongano come esperti “che sanno” ma come alleati “che osservano e si interrogano” insieme alle figure familiari. Solo così si possono costruire percorsi condivisi, capaci di sostenere insieme, grazie al continuo confronto, la crescita del bambino. Anche su questo aspetto, gli Orientamenti nazionali (Ministero dell’Istruzione, 2022) sottolineano che il lavoro educativo deve prevedere la creazione di spazi e tempi dedicati all’ascolto e al dialogo con le famiglie, riconoscendo la loro centralità educativa e valorizzando le loro competenze. Esperienze di supervisione pedagogica ci insegnano quanto sia importante trovare le parole giuste, ma anche i tempi giusti, per accompagnare le famiglie nel comprendere ciò che accade, restituendo loro uno sguardo complesso, ma non giudicante, sullo sviluppo del proprio figlio o figlia.

VERSO UN’EDUCAZIONE CHE ACCOGLIE E VALORIZZA

Le esperienze che abbiamo vissuto con le bambine e i bambini nei nostri servizi ci restituiscono una pedagogia concreta, situata, fatta di tentativi, di relazioni, di intuizioni. Una pedagogia che non cerca formule valide per tutti, ma che si fonda sull’incontro, sull’imprevedibilità, sulla capacità di leggere ciò che accade come possibilità. Bondioli e Savio (2018) ci ricordano che educare significa anche “dubitare di sé con competenza”: è questo paradosso fertile che può guidare una cultura pedagogica capace di accogliere la complessità e di trasformarla in progetto. Una cultura che valorizza il ruolo dell’adulto non come figura direttiva, ma come compagno di esplorazione, che accompagna i bambini nel loro cammino di crescita, sostenendoli senza sostituirsi, ascoltandoli senza assorbirli, contenendoli senza inibirli. In un tempo in cui le incertezze sembrano moltiplicarsi, la capacità di abitare la complessità diventa una delle competenze più preziose per chi lavora nei servizi per l’infanzia (Morin, 2001). Le situazioni complesse richiedono un lavoro d’équipe fondato su una cultura del confronto e della riflessività. Durante gli incontri di supervisione nella nostra cooperativa, l’équipe ha avuto modo di condividere osservazioni, dubbi e ipotesi interpretative, cercando di costruire insieme un senso condiviso attorno ai comportamenti osservati. Questo ha permesso non solo di individuare strategie operative più efficaci, ma anche di contenere il disagio emotivo generato negli adulti, restituendo loro un senso di agency e competenza. Il gruppo, in questa prospettiva, si configura come uno spazio generativo di pensiero e rinnovamento professionale, in cui l’incertezza non viene eliminata, ma accolta e trasformata. Come ricorda Morin (ibidem), l’incertezza è parte integrante della conoscenza e, nel nostro caso, parte integrante dell’agire educativo. Una delle sfide principali dell’educazione contemporanea è non ridurre il bambino a un insieme di comportamenti da correggere, ma riconoscerne la complessità, l’unicità e la capacità relazionale. I comportamenti problematici, interpretati nel contesto educativo, aprono spazi profondi di significato e intervento. Le situazioni vissute nei nostri servizi educativi evidenziano quanto sia fondamentale, per educatrici, educatori e insegnanti disporre di strumenti teorici e operativi per affrontare la complessità. L’osservazione, la riflessività, il lavoro d’équipe e la formazione continua rappresentano cardini irrinunciabili per sostenere la professionalità in contesti incerti e sfidanti. Abbiamo attraversato un percorso fatto di condivisione e ricerca educativa; abbiamo riconosciuto che la fatica educativa è reale, ma che non è mai sterile: se sostenuta e narrata, può diventare occasione di apprendimento e di crescita professionale. Da queste riflessioni emergono alcune indicazioni operative che riteniamo fondamentali:

• rafforzare costantemente la formazione degli educatori, integrando aspetti teorici, metodologici e pratici, per garantire una preparazione pedagogica ampia e flessibile;

• offrire spazi strutturati di supervisione e riflessione pedagogica, in cui il gruppo di lavoro possa rielaborare esperienze, difficoltà e successi, individuando strategie condivise e personalizzate;

• curare con particolare attenzione la comunicazione con le famiglie, strutturando momenti specifici di confronto, ascolto e condivisione, con l’obiettivo di costruire un’alleanza educativa solida e continuativa. In questa prospettiva, incertezza e fatica diventano risorse preziose per la crescita personale e professionale, arricchendo significativamente la qualità dei servizi educativi offerti. L’auspicio è che esperienze come quelle qui raccontate possano contribuire a diffondere una visione dell’educazione come pratica critica e trasformativa, fondata su relazioni autentiche, su contesti inclusivi e su una professionalità consapevole. Perché ogni bambina e ogni bambino possa essere accolto nella sua interezza, e ogni educatrice e ogni educatore possa sentirsi parte di un progetto collettivo, orientato non solo all’efficacia, ma anche e soprattutto alla dignità e al senso. L’educazione, allora, sceglie di stare accanto, di interrogare il reale, di trasformare la fatica in progetto. 

1 Il problem posing fu teorizzato da Freire in Pedagogia degli oppressi (1968), dove lo contrapponeva al modello educativo della banking education secondo la quale chi impara è un vaso da riempire più che un soggetto capace di spirito critico e di problematizzazione.

2 Polo infanzia Merlino (Medesano), nido d’infanzia intercomunale La Rondine (Comuni di Felino e Sala Baganza), nido d’infanzia Magico Mondo (Comune di Colorno), nido d’infanzia La Tana (Comune di Borgo Val di Taro), nido d’infanzia Bellentani (Comune di Bedonia); nido-scuola Otello Sarzi e scuola dell’infanzia Claudel (Comune di Reggio Emilia)

Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Bondioli A., Savio D., Educare l’infanzia. Temi chiave per i servizi 0-6, Roma, Carocci, 2018.

Ministero dell’Istruzione, Orientamenti Nazionali per i Servizi Educativi per l’Infanzia 0-3 anni, Roma, 2022.

Morin E., I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Milano, Raffaello Cortina, 2001.

Nicolodi G., Disagio educativo. Strategie per educatori e insegnanti, Trento, Erickson, 2008

L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.

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