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Tra educazione e cura nei contesti prescolari
Il contributo di alcuni studi teorici
Ilaria Mussini
PhD, pedagogista e formatrice, docente a contratto, Università di Verona
Abstract
L’articolo restituisce i nuclei principali di alcuni studi teorici incontrati durante il processo di revisione della letteratura per lo sviluppo di una ricerca qualitativa volta a comprendere in cosa consista una scuola della cura. L’analisi, richiamando il pensiero di alcune teoriche dell’etica della cura, mette in luce significative prospettive con cui interpretare oggi la cura nei contesti prescolari e la cura in rapporto all’educazione.
Parole chiave
Cura, educazione prescolare, etica della cura, analisi della letteratura, studi teorici.
contatti
ilaria.mussini@univr.it
Le immagini che accompagnano l’articolo sono dei nidi e delle scuole dell’infanzia del Comune di Correggio (RE)
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
Comprendere, attraverso un percorso di ricerca, che cosa si intenda per “cura” nei contesti prescolari richiede di adottare uno stile d’indagine in grado di coniugare la dimensione teoretica con quella empirica (Dewey, 1984), considerando questa strategia, all’interno di una logica che può essere definita “dialogico-ricorsiva” (Mortari, 2007, p. 13), la via maestra per incrementare i saperi di natura pedagogica e, al contempo, qualificare la professionalità degli insegnanti. In questo articolo, per ragioni di spazio, verrà posta l’attenzione su alcuni concetti individuati attraverso un’analisi della recente letteratura sul tema, dando conto della sola dimensione teoretica della ricerca, nella speranza che gli studi analizzati possano contribuire ad allargare gli sguardi attorno al fenomeno indagato, immaginando altre occasioni per la restituzione della dimensione empirica. Vista l’ampia letteratura disponibile sul tema in oggetto diventa essenziale, durante un processo di revisione, circoscrivere la ricerca collegando il concetto di “cura” a quello di “educazione”, che rappresenta il cuore della questione problematizzata, specificando ulteriormente il segmento sul quale si concentra l’interesse, ovvero l’educazione rivolta a bambini e bambine da 3 a 5 anni.
La domanda guida “che cos’è la cura?” ha consentito di selezionare un numero definito di ricerche empiriche identificate attraverso il PCC framework: population (or partecipants), concept, context (Peters et al., 2020). Segue una descrizione degli aspetti più salienti di tali contributi. Iniziando dal contesto Europeo, Aslanian sottolinea come in Norvegia il termine “cura” non compaia più nel Quadro norvegese ECEC1 (Aslanian, 2022): la cura non costituisce un’attenzione politica e educativa e i centri ECEC sono descritti sostanzialmente come ambienti di apprendimento. Tale scelta è stata motivata dai decisori politici come un atto tendente a professionalizzare il settore e ad allinearlo al settore dell’istruzione. Aslanian, per allargare le idee di cura in ECEC, suggerisce di approfondire il concetto di “etica della cura” in relazione alle dinamiche politiche e di potere che si giocano nei contesti educativi assumendo, a tale fine, la teorizzazione di Tronto (1993, 1998) e accogliendo le prospettive postumane (Puig de la Bellacasa, 2017). In particolare Fisher e Tronto (1990) definiscono la cura come “un’attività di specie che comprende tutto ciò che si fa per mantenere, continuare e riparare la vita per stare nel mondo nel miglior modo possibile” (1990, p. 40, TdA2 ). La cura in ECEC, in questo caso, ha una natura contestuale e include relazioni diadiche all’interno di un ambiente specifico (professionale, istituzionale e pedagogico). Aslanian sostiene che la cura coinvolge anche altri soggetti e attori al di fuori delle relazioni diadiche tra bambino e caregiver (ad esempio, la politica locale, quella nazionale, le famiglie, come pure il piano decisionale collocato a livello organizzativo, gestionale e pedagogico). Per comprendere meglio questo quadro complesso (la cura è assente nella politica formale, ma si assiste a una presunta presenza nella pratica) e i diversi interessi co-presenti, la ricercatrice si ispira alla figura della concubina, sottolineando come le ricerche sul tema della cura sempre più facciano riferimento all’etica della cura che pone al centro la compassione e un’etica relazionale (Archer, 2017). Per Tronto (1993) il lavoro di cura, prettamente femminile, è stato associato a uno status subordinato nel contesto sociale. Ciò non dipende dalla natura della cura, ma dalla struttura dei valori sociali e dei confini morali che danno forma al modo di vivere attuale. Tali confini riguardano:
• l’emarginazione dalla vita politica della vulnerabilità umana e del concetto di “interdipendenza” (la politica non è intesa come luogo dove ci si prende cura reciprocamente);
• l’idea che la cura nei contesti ECEC possa essere compresa applicando gli stessi principi che caratterizzano la cura nel contesto familiare;
• la separazione concettuale tra vita pubblica e vita privata (le preoccupazioni relative al lavoro di cura per lo più svolto da donne sarebbero illegittime all’interno della sfera pubblica). L’autrice invita a oltrepassare una visione diadica della cura in quanto, a suo avviso, limitante per una piena comprensione del concetto: la cura “è un processo situato che prende forma da tutti e da tutto. Questa mutualità rivela la cura come una pratica intima e esistenziale che coinvolge ed evoca la vulnerabilità umana e non umana” (Aslanian, 2022, p. 13, TdA). La stessa ricercatrice, in uno studio meno recente (Aslanian, 2015), aveva compiuto un’analisi storica dell’evoluzione dei significati dei termini “amore”, “cura” e “maternalismo”, dall’epoca romantica ai giorni nostri, per cogliere con più attenzione il significato attuale assunto da tali idee nei contesti ECEC. Per approfondire il concetto di cura, l’autrice fa riferimento alla teorizzazione di Noddings (1984) e a due concetti in particolare, così descritti:
• la cura è in primo luogo una responsabilità etica dove i bisogni dell’altro sono messi in primo piano (spostamento motivazionale); • la prospettiva dell’altro raccoglie tutta la mia attenzione (assorbimento). Noddings compie, inoltre, una distinzione tra la cura naturale (intesa come desiderio spontaneo di prendersi cura) e la cura etica (intesa come capacità intellettuale ed etica di prendersi cura in ambito professionale). Lo studio di Aslanian fa emergere due aspetti importanti per il dibattito contemporaneo. In primo luogo, l’ancora presente identificazione dell’amore e della cura in ambito educativo come tratti naturali femminili, senza considerare che tale identificazione risente delle ideologie presenti nel contesto storico-culturale entro cui le scuole dell’infanzia sono nate e si sono sviluppate. In secondo luogo, l’autrice invita a riflettere sulla relazione tra tali discorsi e lo sviluppo delle identità professionali in ECE3 , evidenziando la necessità di porre attenzione ai modi con cui le insegnanti e le educatrici percepiscono sé stesse nella costruzione della propria identità professionale in relazione alle idee di cura, considerata l’influenza dell’identità sociale delle donne nel ruolo di caregiving. Uno studio condotto in Australia da Ailwood (2020) esamina in modo critico l’idea di cura nell’educazione della prima infanzia, cura che la ricercatrice definisce come un concetto complesso, molteplice e di difficile definizione. All’interno di una prospettiva neoliberista che pone enfasi sull’individuo autonomo e razionale, prospettiva che permea la cultura e molte delle politiche in ECEC soprattutto nei contesti anglofoni, lo studio in oggetto intende offrire uno sguardo differente per contrastare una concettualizzazione della cura intesa come ciò che “naturalmente” accade tra insegnanti e bambini/e. Nei servizi educativi la cura è sovente data per scontata o assunta come un bene intrinseco. Secondo la ricercatrice è necessario trovare le parole per parlare di “cura” anche se essa viene così frequentemente spinta ai bordi dell’educazione per contrastare una visione che la vede naturale e normalizzata in un contesto, quello dell’educazione prescolare, in cui operano prettamente le donne, storicamente basato sul maternismo e sull’ideale della cura materna (Ailwood, 2007). L’autrice invita ad approfondire il concetto di “cura” esplorando l’etica femminista della cura (Noddings, 2012; Sevenhujsen, 1998) e, più recentemente, il pensiero postumano (Puig de la Bellacasa, 2017). La cura nelle istituzioni è qualcosa di differente dalla cura che avviene all’interno delle mura domestiche: la cura è relazionale (Tronto, 1993), fondamentale per l’interdipendenza umana (Sevenhujsen, 1998) e inerente a un contesto socio-politico di cittadinanza democratica. Tale relazionalità trova negli approcci postumani e più che umani ulteriori aperture (Mol, 2008; Puig de la Bellacasa, 2017). Per quest’ultima, in particolare, la cura è sempre situazionale e non è pensabile in altro modo. Di contro, all’interno del mondo neoliberale in cui la cura è invisibile e domina l’idea di un uomo autonomo e razionale, anche la cura per i bambini rischia di divenire merce, fattore di profitto. Essa ha, invece, a che fare con la complessità e la fragilità umana. La cura è un lavoro sottile, che richiede continue messe a punto, ripetuti aggiustamenti, ed è pertanto un processo dinamico e situato, fondato sulla dimensione della relazionalità. Per fronteggiare la possibile scomparsa della cura, Ailwood, in accordo con gli autori poc’anzi citati, propone di fare attenzione al linguaggio: in ECEC elaborare una lingua di cura diventa essenziale per ripensarla. “La cura è intrecciata con dinamiche di potere, la cura è politica, è di genere, di classe e potenzialmente può essere opprimente. Essa è tutte queste cose. Ma se dobbiamo vivere bene in questo mondo, allora è necessaria una cura sensibile, riflessiva ed eticamente impegnata” (Ailwood, 2020, p. 345, TdA). Un altro studio (Lee, 2020) propone di ripensare il rapporto tra cura e educazione nel contesto australiano per decostruire visioni dominanti che caratterizzano i modi di pensare alla cura nell’educazione prescolare. Per attuare tale processo Lee considera alcune traiettorie dell’approccio femminista dell’etica della cura (Gilligan, 1982; Noddings, 2013) e la teoria politica di Tronto che intende la cura come un costrutto di natura socio-politica, difficilmente analizzabile senza intrecciare tale riflessione con le diseguaglianze di genere, di classe e di razza (Tronto, 2018).
La domanda guida “che cos’è la cura?” ha consentito di selezionare un numero definito di ricerche empiriche identificate attraverso il PCC framework: population (or partecipants), concept, context (Peters et al., 2020). Segue una descrizione degli aspetti più salienti di tali contributi. Iniziando dal contesto Europeo, Aslanian sottolinea come in Norvegia il termine “cura” non compaia più nel Quadro norvegese ECEC1 (Aslanian, 2022): la cura non costituisce un’attenzione politica e educativa e i centri ECEC sono descritti sostanzialmente come ambienti di apprendimento. Tale scelta è stata motivata dai decisori politici come un atto tendente a professionalizzare il settore e ad allinearlo al settore dell’istruzione. Aslanian, per allargare le idee di cura in ECEC, suggerisce di approfondire il concetto di “etica della cura” in relazione alle dinamiche politiche e di potere che si giocano nei contesti educativi assumendo, a tale fine, la teorizzazione di Tronto (1993, 1998) e accogliendo le prospettive postumane (Puig de la Bellacasa, 2017). In particolare Fisher e Tronto (1990) definiscono la cura come “un’attività di specie che comprende tutto ciò che si fa per mantenere, continuare e riparare la vita per stare nel mondo nel miglior modo possibile” (1990, p. 40, TdA2 ). La cura in ECEC, in questo caso, ha una natura contestuale e include relazioni diadiche all’interno di un ambiente specifico (professionale, istituzionale e pedagogico). Aslanian sostiene che la cura coinvolge anche altri soggetti e attori al di fuori delle relazioni diadiche tra bambino e caregiver (ad esempio, la politica locale, quella nazionale, le famiglie, come pure il piano decisionale collocato a livello organizzativo, gestionale e pedagogico). Per comprendere meglio questo quadro complesso (la cura è assente nella politica formale, ma si assiste a una presunta presenza nella pratica) e i diversi interessi co-presenti, la ricercatrice si ispira alla figura della concubina, sottolineando come le ricerche sul tema della cura sempre più facciano riferimento all’etica della cura che pone al centro la compassione e un’etica relazionale (Archer, 2017). Per Tronto (1993) il lavoro di cura, prettamente femminile, è stato associato a uno status subordinato nel contesto sociale. Ciò non dipende dalla natura della cura, ma dalla struttura dei valori sociali e dei confini morali che danno forma al modo di vivere attuale. Tali confini riguardano:
• l’emarginazione dalla vita politica della vulnerabilità umana e del concetto di “interdipendenza” (la politica non è intesa come luogo dove ci si prende cura reciprocamente);
• l’idea che la cura nei contesti ECEC possa essere compresa applicando gli stessi principi che caratterizzano la cura nel contesto familiare;
• la separazione concettuale tra vita pubblica e vita privata (le preoccupazioni relative al lavoro di cura per lo più svolto da donne sarebbero illegittime all’interno della sfera pubblica). L’autrice invita a oltrepassare una visione diadica della cura in quanto, a suo avviso, limitante per una piena comprensione del concetto: la cura “è un processo situato che prende forma da tutti e da tutto. Questa mutualità rivela la cura come una pratica intima e esistenziale che coinvolge ed evoca la vulnerabilità umana e non umana” (Aslanian, 2022, p. 13, TdA). La stessa ricercatrice, in uno studio meno recente (Aslanian, 2015), aveva compiuto un’analisi storica dell’evoluzione dei significati dei termini “amore”, “cura” e “maternalismo”, dall’epoca romantica ai giorni nostri, per cogliere con più attenzione il significato attuale assunto da tali idee nei contesti ECEC. Per approfondire il concetto di cura, l’autrice fa riferimento alla teorizzazione di Noddings (1984) e a due concetti in particolare, così descritti:
• la cura è in primo luogo una responsabilità etica dove i bisogni dell’altro sono messi in primo piano (spostamento motivazionale); • la prospettiva dell’altro raccoglie tutta la mia attenzione (assorbimento). Noddings compie, inoltre, una distinzione tra la cura naturale (intesa come desiderio spontaneo di prendersi cura) e la cura etica (intesa come capacità intellettuale ed etica di prendersi cura in ambito professionale). Lo studio di Aslanian fa emergere due aspetti importanti per il dibattito contemporaneo. In primo luogo, l’ancora presente identificazione dell’amore e della cura in ambito educativo come tratti naturali femminili, senza considerare che tale identificazione risente delle ideologie presenti nel contesto storico-culturale entro cui le scuole dell’infanzia sono nate e si sono sviluppate. In secondo luogo, l’autrice invita a riflettere sulla relazione tra tali discorsi e lo sviluppo delle identità professionali in ECE3 , evidenziando la necessità di porre attenzione ai modi con cui le insegnanti e le educatrici percepiscono sé stesse nella costruzione della propria identità professionale in relazione alle idee di cura, considerata l’influenza dell’identità sociale delle donne nel ruolo di caregiving. Uno studio condotto in Australia da Ailwood (2020) esamina in modo critico l’idea di cura nell’educazione della prima infanzia, cura che la ricercatrice definisce come un concetto complesso, molteplice e di difficile definizione. All’interno di una prospettiva neoliberista che pone enfasi sull’individuo autonomo e razionale, prospettiva che permea la cultura e molte delle politiche in ECEC soprattutto nei contesti anglofoni, lo studio in oggetto intende offrire uno sguardo differente per contrastare una concettualizzazione della cura intesa come ciò che “naturalmente” accade tra insegnanti e bambini/e. Nei servizi educativi la cura è sovente data per scontata o assunta come un bene intrinseco. Secondo la ricercatrice è necessario trovare le parole per parlare di “cura” anche se essa viene così frequentemente spinta ai bordi dell’educazione per contrastare una visione che la vede naturale e normalizzata in un contesto, quello dell’educazione prescolare, in cui operano prettamente le donne, storicamente basato sul maternismo e sull’ideale della cura materna (Ailwood, 2007). L’autrice invita ad approfondire il concetto di “cura” esplorando l’etica femminista della cura (Noddings, 2012; Sevenhujsen, 1998) e, più recentemente, il pensiero postumano (Puig de la Bellacasa, 2017). La cura nelle istituzioni è qualcosa di differente dalla cura che avviene all’interno delle mura domestiche: la cura è relazionale (Tronto, 1993), fondamentale per l’interdipendenza umana (Sevenhujsen, 1998) e inerente a un contesto socio-politico di cittadinanza democratica. Tale relazionalità trova negli approcci postumani e più che umani ulteriori aperture (Mol, 2008; Puig de la Bellacasa, 2017). Per quest’ultima, in particolare, la cura è sempre situazionale e non è pensabile in altro modo. Di contro, all’interno del mondo neoliberale in cui la cura è invisibile e domina l’idea di un uomo autonomo e razionale, anche la cura per i bambini rischia di divenire merce, fattore di profitto. Essa ha, invece, a che fare con la complessità e la fragilità umana. La cura è un lavoro sottile, che richiede continue messe a punto, ripetuti aggiustamenti, ed è pertanto un processo dinamico e situato, fondato sulla dimensione della relazionalità. Per fronteggiare la possibile scomparsa della cura, Ailwood, in accordo con gli autori poc’anzi citati, propone di fare attenzione al linguaggio: in ECEC elaborare una lingua di cura diventa essenziale per ripensarla. “La cura è intrecciata con dinamiche di potere, la cura è politica, è di genere, di classe e potenzialmente può essere opprimente. Essa è tutte queste cose. Ma se dobbiamo vivere bene in questo mondo, allora è necessaria una cura sensibile, riflessiva ed eticamente impegnata” (Ailwood, 2020, p. 345, TdA). Un altro studio (Lee, 2020) propone di ripensare il rapporto tra cura e educazione nel contesto australiano per decostruire visioni dominanti che caratterizzano i modi di pensare alla cura nell’educazione prescolare. Per attuare tale processo Lee considera alcune traiettorie dell’approccio femminista dell’etica della cura (Gilligan, 1982; Noddings, 2013) e la teoria politica di Tronto che intende la cura come un costrutto di natura socio-politica, difficilmente analizzabile senza intrecciare tale riflessione con le diseguaglianze di genere, di classe e di razza (Tronto, 2018).
Indagare la cura come concetto politico significa, secondo Lee, considerare un ragionamento socio-culturale sulla cura in ECEC ponendo attenzione ai seguenti fattori:
• il nobile sentimentalismo delle donne di prendersi cura di altri bambini e bambine al di fuori dal contesto familiare;
• la connessione tra l’educazione prescolare e il tema dell’indipendenza economica delle madri e l’accesso al mercato del lavoro;
• la logica pervasiva dell’economia neoliberale nel lavoro di cura e, più in generale, nella cura come si riscontra dal lessico impiegato nei documenti politici e pedagogici. In chiusura, la ricercatrice auspica che possa prendere forma un processo di natura democratica capace di includere tutti gli attori della società a partire dal significato fondamentale che la cura riveste, ovvero la sua capacità di costruire relazioni, all’interno di interazioni umane e più-cheumane. Intendere la cura come processo di intra-relazione tra esseri umani, altri viventi, cose non viventi, forze ed energie è anche il pensiero espresso da Arndt, quando invita a ripensare la cura come etica o come “pedagogia della cura” dentro a un complesso quadro di interrelazioni che non avvengono tra i soli esseri umani (Arndt, 2020). Tale studio impiega la filosofia come metodo d’indagine a partire dalle teorizzazioni di Tronto (1993) e di Puig de la Bellacasa: “la cura è un problema umano, ma questo non rende la cura una questione solo umana” (Puig de la Bellacasa, 2017, p. 2, TdA). All’interno di una visione post-antropocentrica, per Arndt è necessario elevare la cura al di sopra della nozione di “cura” intesa come etica della cura (Noddings, 1984), come maternismo (Aslanian, 2015) o come fondamentale per delineare movimenti pedagogici (Moss, 2016). La cura potrebbe essere riconcettualizzata pensando alle relazioni di cura come intra-relazioni (Ceder, 2019, citato da Arndt, 2020), proponendo una visione nella quale il punto di partenza è rappresentato dalla relazionalità. Questo ri-orientare l’essere umano verso un senso di cura più-che-umano potrebbe creare nuovi spiragli nei contesti in cui la cura viene pensata, rendendo obsolete le concezioni antropomorfe che emergono nelle definizioni uomo-centriche. La prospettiva individuata in questo contributo teorico intende dunque alimentare interrogativi per ripensare la cura “in termini di etica o pedagogia della cura quando essa emana e circola al di fuori del regno umano” (Arndt, 2020, p. 355, TdA). Anche in Nuova Zelanda il governo ha scelto un approccio neoliberale e il paradigma di investimento sociale per migliorare la qualità della vita, considerando così l’infanzia come un terreno fertile di investimenti educativi e sociali per incrementare la produttività e la prosperità. All’interno di tale paradigma il focus sulla misurazione e la valutazione degli apprendimenti in chiave di istruzione riduce la possibilità di comprendere questioni educative cruciali (Biesta, 2012), evidenziando i forti limiti di tale approccio. Nel suo studio Delaune (2017) utilizza l’etica della cura di Noddings (2013) per analizzare le recenti politiche neozelandesi che hanno promosso il termine “educazione” e omesso quello di “cura”, riacutizzando il dibattito attorno a questi due concetti. Di Noddings, Delaune sottolinea in particolare il concetto di engrossement o “attenzione”, intesa come “apertura all’altro, vulnerabilità all’impatto affettivo dell’oggetto dell’attenzione” (Delaune, 2017, p. 340, TdA). Sempre per Noddings “le situazioni di cura sono uniche, la necessità di rispondere ai particolari di ogni situazione individuale rende incomplete le verità oggettive” (Noddings, 2013, p. 33, TdA).
Per costruire connessioni tra l’etica della cura e il momento storico in cui versano le politiche educative in Nuova Zelanda, Delaune richiama anche il pensiero di Foucault (2002) quando suggerisce di porre attenzione nei discorsi a ciò che non viene detto. Alla cura, dunque, in quanto assente nelle politiche, deve essere data una precisa attenzione. All’interno dei contesti neoliberali, come visto, l’apprendimento sostituisce la nozione di “cura” che, per sua natura, si caratterizza per essere contestuale e attenta ai particolari che caratterizzano la relazione tra insegnante e bambino, scarsamente accoglibili all’interno della prospettiva dominante. Un ulteriore studio canadese sottolinea nuovamente come la cura, all’interno di un discorso neoliberale, sia collocata in una posizione subordinata rispetto all’istruzione (Langford et al., 2017). L’essere vulnerabili e l’aver bisogno di cura vengono visti come carenze e non come aspetti dell’esistenza universale degli esseri umani. Conseguentemente, i legittimi bisogni di cura, che i bambini e le bambine esprimono, alimentano un’interpretazione di questi ultimi come soggetti minori e “mancanti”, mentre l’educazione persegue il più nobile obiettivo dell’autonomia e dell’indipendenza, fattori precursori del futuro successo economico di un Paese. La teoria di riferimento assunta in questo studio considera l’etica femminista di Held (2006), che a sua volta attinge agli scritti di Ruddick (1995), la quale afferma che la cura degli altri soggetti è un aspetto universale e fondamentale di tutta la vita (siamo all’interno di una visione d’interdipendenza reciproca). Tali studi, unitamente al pensiero di Noddings, sono assunti a riferimento dai ricercatori di questo studio canadese per sostenere una piena integrazione della cura nelle politiche e nelle pratiche ECEC. Per Noddings (2016), la cura ha una dimensione relazionale e il suo valore è riconosciuto nel promuovere il benessere olistico e la crescita nei bambini. La cura, per le implicazioni che porta, deve essere oggetto di attenzione pubblica. Tutto ciò contribuisce a sostenere il superamento di una visione che vede la cura in ECEC unicamente legata al corpo e alle emozioni, mentre l’istruzione risulterebbe collegata alle attività centrate sulla mente. La cura non riguarda soltanto ciò che attiene alle attività definite di custodia di base: è relazionale e coinvolge mente e corpo del bambino. Per Hamington (2015), ad esempio, è un’azione incarnata che ci permette di prenderci cura dell’altro dal punto di vista fisico, emotivo e intellettuale, mentre per Dahlberg e Moss (2004) la cura è provvisoria, contestuale ed è un processo di natura negoziale. In sintesi, per le ricercatrici occorrerebbe riconcettualizzare la cura a partire da quattro premesse fondamentali:
• la cura caratterizza l’esistenza umana, in ogni tempo e in ogni spazio;
• la cura è educazione (Moss 2014);
• le pratiche di cura possono essere oggetto di valutazione etica;
• la cura deve assumere centralità in ECEC e nelle politiche relative. Secondo Wood, l’etica della cura rappresenta uno strumento che consente di promuovere la giustizia sociale in ECEC (Wood, 2015) e di favorire processi di inclusione e di valorizzazione delle differenze in virtù dell’attenzione che essa pone alle dimensioni contestuali e particolari dell’esperienza educativa e, dunque, al soggetto, sottolineando l’importanza delle interconnessioni e delle interdipendenze. In Canada, contesto di riferimento di questo studio, la mancanza di un sistema ECEC universale e finanziato pubblicamente produce l’assenza di una politica coerente per l’inclusione dei bambini con disabilità. Ma la cura, parte integrante dell’educazione, è molto di più del dare attenzione ai bisogni fisiologici dei bambini e delle bambine: essa riguarda il diritto alla valorizzazione di ogni individuo, indipendentemente dalle proprie peculiarità, caratteristiche o abilità. La cura è centrale per tutta la vita (Hanivsky, 2004) ed è un concetto fluido: nel corso del tempo un soggetto può essere colui che offre cura e, in un altro tempo, essere colui che riceve cura (Phillips, 2007; Tronto, 1993). Per Wood occorrerebbe combinare la teoria della cura con il modello sociale di disabilità (Morris, 2001, citato da Wood, 2015) per creare contesti educativi che non disabilitino alcun bambino/a all’interno di politiche educative nelle quali purtroppo predomina un modello medico di disabilità, che incide sulle pratiche adottate in ECEC. Ma, per promuovere una reale giustizia sociale tra i bambini, la cura deve essere rivalutata in chiave positiva e essere considerata come qualcosa di prezioso. L’etica della cura, capace di mostrare le ingiustizie presenti (Hanivsky, 2004) e le dinamiche di potere in gioco, consentirebbe di riconoscere che tutti i cittadini hanno bisogno di cura e ciò in ECEC contribuirebbe a creare contesti più inclusivi, raggiungendo così condizioni di maggiore equità. Lo studio analizzato evidenzia la necessità di coltivare la cura come idea politica (Tronto, 1993) per modificare il suo status e contribuire a tenere in relazione il piano teorico con quello delle pratiche, normalizzando il lavoro di cura come parte della vita e riconoscendo il suo valore in educazione. L’attenzione all’interconnessione e all’interdipendenza sottolineata dall’etica della cura richiede inoltre di accogliere nei processi decisionali i bambini con disabilità, e le loro famiglie, come soggetti protagonisti delle scelte che riguarderanno le loro esperienze di cura nel presente e nel futuro. Infine, lo studio di Wals (2017) si fonda sul seguente interrogativo: in un mondo orientato all’indipendenza, alla competizione, alla crescita personale, quali luoghi possono invece offrire relazionalità, appartenenza, senso del luogo e cura? Per rispondere a tale interrogativo, Wals considera il concetto di “interdipendenza” di Plumwood (2002) e la nozione di “cura” così come espressa da Noddings (2013). Per Wals è possibile individuare alcuni elementi importanti nella pratica educativa:
• vivere e agire con cura;
• promuovere un dialogo aperto e delle relazioni empatiche capaci di valorizzare l’altro per la sua essenza e non per ciò che produce in relazione a un obiettivo dato;
• offrire ai bambini degli spazi di sperimentazione dove esercitare la propria agency;
• rafforzare le reazioni positive.
La cura può avvenire in modi diversi e assumere diverse direzioni, tra loro comunque connesse: la cura riguarda la relazione con sé stessi, con gli altri, con la natura, con il mondo creato dall’uomo. In coerenza a questo occorre coinvolgere i bambini e le bambine nella progettazione, nella creazione e nel mantenimento di tali luoghi cercando di comprendere come poter promuovere forme di apprendimento relazionale all’interno del contesto della sostenibilità. Infine, anche il concetto di “ecologia dell’apprendimento” e la nozione di “connettività”, utili a indagare i concetti di rete, complessità e caos (Siemens, 2005), si prestano a essere esplorati in ECE per comprendere in che modo costruire ecologie di apprendimento e luoghi volti ad attraversare confini, per creare un’etica della cura tra bambini e tutti gli altri soggetti coinvolti in ECE.
1 ECEC: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education and Care. 2 Tale abbreviazione indica la traduzione a cura dell’autrice.
3 ECE: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education.
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Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano.
CIAO ALESSIA, HARMAN, SOFIA -PABLO