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Le parole dell’educazione
Talento
Anna Granata

Professoressa associata di Pedagogia, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca
Scivolosa e necessaria, la parola talento attraversa gli ambienti educativi così come il discorso comune e lo spazio mediatico, dando vita a interpretazioni polisemiche. Che cosa significa avere talento o coltivare un talento? C’è un’età deputata alla scoperta dei propri talenti e alla loro valorizzazione? Esistono contesti capaci più di altri di far emergere i diversi talenti? Il talento è un punto di partenza o un punto di arrivo di un percorso di apprendimento? Per provare a rispondere a queste domande mi affiderò ad alcuni esempi storici dalla particolare forza evocativa.
Prima di chiamarsi conservatori, si chiamavano “ospitali”: luoghi per contenere, conservare, curare la fascia più fragile della popolazione. È con questo specifico intento che a fine Settecento sorgono a Venezia e Napoli quelli che oggi conosciamo come i luoghi dell’eccellenza musicale: a storpi, orfani e mendicanti di ogni età, non viene dato solo un tetto sopra la testa ma il canto e la musica come strumenti di cura (Granata et al., 2013). Un modo per attrarre potenziali sostenitori economici necessari a sostentare l’istituzione stessa. Lo straordinario talento dei musicisti richiamava visitatori da ogni parte d’Europa che, con grande stupore, scoprivano che erano i soggetti più marginali della società, in prevalenza donne, a generare quelle straordinarie melodie, divenute il vanto della città. Il talento non è un punto di partenza ma un punto di arrivo. Quando il padre Camillo lo designa come erede della fabbrica di macchine da scrivere da lui fondata a Ivrea a fine Ottocento, Adriano Olivetti veste i panni dell’operaio. Ha appena quattordici anni e sperimenta il lunedì nero dell’operaio in fabbrica dove azioni ripetute rendono il lavoro un’esperienza alienante, entro ambienti rumorosi e opprimenti. Alcuni anni dopo, prendendo le redini della fabbrica, ne rivoluziona radicalmente gli spazi e i tempi, introducendo ampie vetrate che permettono di contemplare la meraviglia delle Alpi e istituendo l’ora “per nutrire la mente” per leggere un libro di storia o di poesia, o assistere a una tavola rotonda. La curiosità diventa l’habitus dell’intera organizzazione dove l’operaio più giovane e meno istruito, violando le regole aziendali e portandosi a casa materiali di fabbrica, realizzerà il prototipo del primo calcolatore (Gino, 2019). La vera cifra del talento è libertà di iniziativa e un contesto capace di valorizzarla.
Esistono oggi luoghi dove riconoscere e valorizzare i talenti con questo ampio respiro? Non penso a quelle case dove le aspettative genitoriali orientano le scelte dei figli, escludendo percorsi e opportunità inattese. Non penso a quelle aule dove compiti preformati escludono ogni possibilità di espressione oltre la sterile logica dello standard. Non penso neanche a quei contesti agonistici dove la performance domina su tutte le altre dimensioni. Penso invece a quegli spazi “terzi” dedicati all’amore per il bello e al rifiuto dell’utile, dove l’apprendimento non ha confini di età, di genere o di estrazione sociale. Mentre scrivo ho in mente un’aula di scuola dedicata alla condivisione dei propri sogni e desideri, su iniziativa degli studenti di un istituto professionale; un museo divenuto spazio quotidiano per la vita di un quartiere all’interno di una grande città; una biblioteca di un piccolo comune dove leggere è soltanto una delle opzioni possibili; la sede di una banca di una città media, riconvertita in casa dei talenti, dove la dimensione del bello, della scoperta, della formazione continua e della cura, si intrecciano in maniera inedita. E il talento di ognuno diventa il bene più prezioso di un’intera comunità.
BIBLIOGRAFIA
Gallino L., L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti, Torino, Einaudi, 2014.
Gino F., Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita), Milano, Egea, 2019.
Granata A., Granata C. Granata E., Sapere è un verbo all’infinito, Trento, Il Margine, 2013.
Per approfondire
• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio