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Sguardi lenti e attenti
sull’infanzia

Il nido incontra il museo: alla ricerca della meraviglia

Giulia Redi
Pedagogista, educatrice nido d’infanzia comunale Mario Lodi, Sestri Levante (Ge)

Abstract

L’incontro di un luogo come il museo può dare vita a conoscenze, abilità, relazioni del tutto nuove e inaspettate per bambini che frequentano il nido e non solo. Un museo a misura di bambino rappresenta un luogo di scoperta per i più piccoli, ma anche un ambiente vivace e accogliente per tutti, in cui ogni spazio, settore, angolo racchiudono un’opportunità unica di esplorazione e di meraviglia. Il museo può diventare un luogo dove adulti e bambini si incontrano, si emozionano e si arricchiscono reciprocamente, attraverso le storie, le immagini e i racconti che le opere d’arte riescono a suscitare.

Parole chiave

Pedagogia, museo, esperienze, infanzia, territorio

Contatti

giulia.redi@gmail.com

Viviana Bobbio ha curato il laboratorio “andar per erbette”, mentre il laboratorio “Lasciamo un segno” è stato curato da Daniela Mangini.

Il tema centrale della programmazione educativa del nido d’Infanzia “Mario Lodi” di Sestri Levante, per l’anno educativo 2023/2024, è stato incentrato sulla meraviglia e sulla valorizzazione della bellezza che ci circonda quotidianamente. Da questa premessa è scaturita la volontà di proporre un percorso esperienziale significativo e creativo, incentrato sull’incontro e l’esplorazione di un luogo nuovo come il museo archeologico, un progetto dedicato a bambine e bambini quali principali protagonisti del loro processo di crescita e di sviluppo. Il progetto, dal titolo “Il nido incontra il MuSel: tracce di meraviglia”, è stato rivolto ai bambini della sezione grandi (fascia d’età 24-36 mesi) come conclusione di un percorso volto alla valorizzazione della meraviglia in ogni sua forma e consistenza, senza tralasciare lo scambio e l’incontro con altri servizi presenti sul territorio cittadino. L’idea del progetto nasce dall’intenzione di mettere in relazione due realtà presenti sul territorio, il nido e il MuSel (il museo archeologico della città), promuovendo nuove possibilità per i piccoli che abitano la struttura. Il nido d’infanzia “Mario Lodi” di Sestri Levante si sviluppa nel centro cittadino, a pochi passi da parchi, spiagge, negozi e luoghi di interesse. Questa centralità ha consentito, nel corso degli anni, di proporre ai bambini che abitano la struttura numerose esperienze, sia all’aperto (porticciolo, baia, parchi, spiagge), sia all’interno di luoghi e spazi altri, come la biblioteca comunale, le librerie, l’acquario, i musei. E proprio a pochi passi dall’ingresso del nido, si aprono le porte del MuSel, il museo archeologico della città. Il nuovo allestimento e progetto del Museo è stato presentato alla città il 20 aprile 2013 e ormai è divenuto una realtà consolidata e molto apprezzata sul territorio. La sede del museo è rappresentata da Palazzo Fascie, cuore pulsante della cultura della città: con un allestimento innovativo e curato, il MuSel propone una varietà di reperti, dalle più antiche testimonianze del Paleolitico e dell’età dei metalli, fino alle più recenti testimonianze della città nel secolo scorso. Ogni anno il MuSel offre laboratori didattici rivolti ai più piccoli: tale offerta nasce dall’esigenza di far comprendere a bambini e ragazzi i vari aspetti e tecniche di ricerca dei reperti archeologici, che forniscono preziose informazioni per conoscere e ricostruire la storia dell’ambiente e dell’uomo nelle diverse epoche storiche. In questo contesto culturale così florido e ricco, non poteva che scaturire una collaborazione tra nido e MuSel: la vicinanza non solo geografica ma anche educativa della proposta museale ben si sposa con la mission pedagogica del nido comunale, partendo dal concetto che bambine e bambini sono protagonisti attivi del loro percorso di crescita e che ogni esperienza a loro rivolta può contribuire, se pensata in maniera attenta e autentica, a promuovere in loro molteplici abilità e competenze.

PRIMO E SECONDO INCONTRO: LA VISITA DEL MUSEL

I primi due incontri del progetto sono stati incentrati sulla visita del museo archeologico da parte delle educatrici e del gruppo di bambini e bambine della sezione grandi del nido (24-36 mesi). Durante la prima vista, arrivati davanti alla biglietteria, Ambra ha consegnato a ciascun bambino i biglietti per entrare al museo. Entriamo a Palazzo Fascie, saliamo la prima rampa di scale, la seconda, sorpassiamo i locali della biblioteca e al terzo piano troviamo una porta grigia e un grande quadro che segnala l’inizio del nostro percorso. Apriamo la porta e ci sediamo a terra: appare in video il signor Fascie che ci accoglie nella sua dimora e racconta la storia del palazzo nel quale ci troviamo: i bambini rimangono rapiti da ciò che li circonda. Attraversiamo le varie sale che compongono il museo, in un susseguirsi di reperti antichi, anfore, collane, proiezioni, anelli, piantine topografiche, fotografie d’epoca, statue. Durante tutta la visita è un susseguirsi di domande e rilanci, di occhi attenti e meravigliati, di momenti carichi di felicità e stupore. Presenza costante delle nostre prime due visite al MuSel, Marzia Dentone, che dal 2019 è diventata conservatrice del MuSel. Marzia è laureata in Conservazione dei beni culturali presso l’Università di Genova. Come archeologa ha condotto molte campagne di scavo, soprattutto in Liguria; ha partecipato a diversi convegni sull’archeologia della produzione, del territorio e sulla viabilità storica. Ama il suo territorio, vuole trasmettere la sua passione e vedere la curiosità e l’entusiasmo negli occhi delle persone, soprattutto dei bambini, ricostruendo storie comuni, di vita quotidiana e delle produzioni antiche e moderne. E noi questa passione l’abbiamo colta e raccolta tutta.

IL TERZO INCONTRO: “ANDAR PER ERBETTE”

Il terzo incontro è stato proposto e condotto da Viviana Bobbio all’interno della sala principale del MuSel. Viviana nasce e vive a Genova, è una naturalista e lavora come educatrice, guida ambientale e accompagnatrice turistica. Ama lavorare con i bambini e raccontare storie incentrate sugli usi tradizionali delle piante nella nostra regione (Liguria). Ed è proprio dal suo amore per le piante che nasce il racconto proposto ai bambini del nido, che seduti su morbidi e colorati cuscini iniziano ad ascoltare la storia sul “Preboggiòn”, erbetta alimurgica che, scottata in pentola e strizzata, si utilizza per cucinare minestroni, frittate e i ripieni di pansotti, ravioli, tipica della tradizione culinaria ligure. Conclusa la storia, valorizziamo l’esplorazione dei cinque sensi, toccando e annusando erbette e fiori che nascono nei prati e nei boschi della nostra regione come la valeriana rossa, l’elicriso, la passiflora, il finocchietto, la mentuccia. I bambini possono sentire i profumi delle erbe aromatiche e dei fiori, passandole di mano in mano con tanta attenzione, per poi lasciare spazio a un racconto fatto di segni e tracce color pastello, impresse in fogli di cartoncino. L’esperienza sarebbe conclusa, ma abbiamo ancora tempo e così invitiamo Viviana nel nostro nido, in giardino, alla ricerca di altre erbette e fiori profumati. Viviana, estrae dalla borsa uno spago e una ciotola piena di acqua e inizia a disegnare nell’aria enormi bolle di sapone: bambine e bambini iniziano a rincorrerle, in un continuo moto di sorpresa, sorrisi e suggestioni, con gli occhi e il cuore pieni di gioia. Ecco qui la magia. Ecco qui la meraviglia che nasce da gesti semplici, attenti, inaspettati.

IL QUARTO INCONTRO: “LASCIAMO UN SEGNO”

L’ultimo incontro è stato curato da Daniela Mangini. Daniela vive a Sestri Levante assieme allo scultore e ceramista locale Alfredo Gioventù, progetta e conduce percorsi educativi e didattici sul rapporto uomo-natura per tutte le fasce d’età e utenze, in contesti scolastici, museali, di sostegno educativo e sociale, di formazione per insegnanti e educatori. Ceramista, privilegia nei suoi laboratori l’uso dell’argilla che, insieme a una pluralità di materiali e tecniche, permette di indagare i processi artistici contemporanei volti ai linguaggi estetici della natura. Da questo amore per l’argilla nasce il laboratorio proposto ai bambini del nido. Entrando nel museo, il gruppo di piccoli ricercatori di meraviglia ha trovato, su una pedana rialzata, alcuni piani di legno su cui è appoggiato un quadrato di argilla. Bambini e bambine l’hanno osservata, toccata, per poi affondare polpastrelli e mani nelle sue consistenze. Abbiamo passeggiato con le dita, corso, saltato, rotolato. “È fredda!” esclama Ada, “è morbida”, dice Olimpia. Abbiamo aggiunto materiali di recupero e parti sciolte come legnetti, pietre, conchiglie, rametti al piano di argilla per scoprire che le “piccole cose” che troviamo nel bosco o sulla spiaggia lasciano tracce e impronte bellissime e possono saltare e rotolare, creare boschi e tane, montagne e mari, orti e impronte, infiniti modi e mondi tutti da scoprire. Ogni bambino ha scelto il suo modo di lavorare l’argilla e di manipolarla per creare un qualcosa di unico e speciale. A noi adulti il compito di osservare e documentare con altrettanta cura e attenzione la bellezza che ne scaturisce: tra racconto e gioco, nel divertimento e nella creatività dei bambini che spesso seguono sentieri non indicati da noi adulti, ma che noi adulti abbiamo il dovere di osservare e valorizzcare.

INCONTRARE I LUOGHI: CREARE TRAIETTORIE CARICHE DI SIGNIFICATI

Nel rileggere le diverse esperienze legate al progetto “Dal nido al MuSel: alla ricerca della meraviglia” emerge la volontà, da parte del gruppo educativo, di proporre un percorso creativo e suggestivo, che potesse mettere in luce e valorizzare competenze, interessi, possibilità di ciascun bambino e bambina, di fronte a esperienze in luoghi del tutto nuovi e inesplorati come il museo archeologico. I bambini sono stati avvolti e coinvolti dal contesto nel quale erano stati condotti: sono nate domande e rilanci, relazioni e legami, partendo dalla realtà che avevano di fronte, fatta di reperti antichi e preziosi, fotografie in bianco e nero, proiezioni paesaggistiche, erbette, argilla. Si sono immersi nella particolarità di un luogo del tutto sconosciuto come esploratori del mondo, diventando ricercatori di tesori e bellezza. Le educatrici, insieme alle professioniste che hanno proposto i vari laboratori tematici, non hanno imposto posizioni o saperi preconfezionati o rigidi ma al contrario, si sono poste come adulti che osservano la realtà seguendo, accompagnando e decidendo di volta in volta, incontro dopo incontro, se e in che modo inserirsi per sostenere e provocare le esperienze in corso. Tale quadro di riferimento parte da una concezione del sapere inteso non come qualcosa di statico e precostituito, ma come qualcosa in continuo divenire, carico di valori. In questa traiettoria il museo diventa “matrice di significati” (Bateson), dove la cultura non viene “opportunamente confezionata” ma garantita attraverso l’esperienza percepita, come costruzione di significato. Conoscere e saper fruire delle possibilità offerte da un ambito museale significa trasmettere a bambini e bambine il ruolo sociale dell’arte e della cultura e non considerare il museo come un tempio, ma come un luogo dotato di enormi significati culturali e sociali, un luogo dove vivere esperienze formative che fanno parte del bagaglio culturale di ciascuno e che possono creare alleanze profonde con luoghi e contesti presenti sul territorio. Accessibilità, inclusione, valorizzazione della diversità, attenzione ai tempi e ai bisogni dell’infanzia sono alcuni degli elementi che hanno caratterizzano la proposta educativa: in questa prospettiva, il museo, lungi dall’essere un mero conservatore del patrimonio, diventa strumento per coinvolgere tutti i pubblici nella produzione culturale e nella co-costruzione dei significati, accogliendo punti di vista, interpretazioni e nuove narrazioni. Le bambine e i bambini sono parte della comunità alla quale appartiene il patrimonio culturale, pertanto diventa necessario che i professionisti che operano all’interno dei servizi dedicati alla prima infanzia si interroghino su come creare esperienze di qualità entro contesti nuovi, variegati, inusuali, rispettando tempi lenti, attenti e adeguati ai bambini e alle persone che se ne prendono cura. Progettare l’azione educativa a partire dall’organizzazione di opportunità e possibilità presuppone, per gli adulti di riferimento, un cambiamento nell’attenzione, da ciò che bambine e bambini sanno fare, alle modalità con cui i bambini sviluppano le esperienze. L’osservazione dei processi di crescita e sviluppo pone in rilievo il tema delle differenze: sono differenti i tempi e i percorsi di crescita e apprendimento, i bisogni, le richieste, le emozioni dei bambini. Per questi motivi diventa fondamentale osservare, comprendere e rispettare queste diversità, attraverso uno sguardo lento e attento sull’infanzia, uno sguardo attento al particolare che ciascun bambino porta con sé e che l’adulto ha il dovere di sostenere e indagare. Slow looking: “una pratica comportamentale intenzionale sostenuta da un’attenzione paziente e immersiva”. Così Shari Tishman, ricercatrice presso la Harvard Graduate School of Education, definisce lo sguardo lento e diventa fautrice di una pratica nata in ambito museale per le opere d’arte, ma che può generare benefici in tutte le sfere d’azione e in tutti i contesti della nostra vita. Lo sguardo lento consente di sviluppare capacità cognitive attive, creative e critiche, in ambito umanistico e scientifico ma anche in ambito educativo, rispetto a una visione rapida e frettolosa che renderebbe tutto il processo limitato e parziale. Impariamo così ad affrettarci lentamente, in campo educativo e pedagogico, seguendo il ritmo di cui hanno bisogno bambine e bambini per comprendere il mondo, interagire tra loro e la realtà che li circonda, rispettando profondamente i diversi tempi e bisogni, proponendo un “pensiero narrativo” (Bruner, 1988) che permetta al bambino di mettere in relazione esperienze, situazioni presenti, passate e future in forma di racconto, rendendole attuali e oggetto di possibili ipotesi interpretative e ricostruttive. Gli avvenimenti vissuti, raccontati e partecipati consentiranno la condivisione dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri: i bambini potranno ricostruire attraverso il proprio racconto e quello degli altri il senso profondo delle esperienze vissute e realizzate insieme. Immergiamoci nel mondo dell’infanzia con uno sguardo lento e attento volto a cogliere le diversità che ciascun bambino porta con sé, dando voce e forma alla complessità che caratterizza i percorsi di crescita: questa postura educativa richiede una capacità da parte degli adulti di riflettere e reagire in tempo reale, in modo da cogliere le sfumature e le evoluzioni dei processi educativi, offrendo una rappresentazione profonda e autentica delle esperienze vissute dai e con i bambini, sapendo cogliere e accogliere l’imprevisto, l’incertezza e la sorpresa come elementi fondanti l’azione educativa. L’impegno di chi educa è rivolto a una progettualità che lasci sempre maggiore libertà di espressione al bambino, al suo corpo nello spazio, alla sua mente che traffica nell’esperienza, una libertà mai fine a sé stessa, ma condizione che valorizza quella tensione emotiva che permette a bambini e bambine di ampliare il pensiero, di combinare in nuovi e personali modi gli oggetti e le situazioni che sono a disposizione, lasciando spazio all’invenzione che si affina in nuove connessioni costruendo ciò che prima non c’era.

 

 

DOMANDE GENERATIVE

L’esperienza raccontata presenta interessanti caratteristiche di accoglienza all’interno di un museo verso il pubblico dei bambini. Quali ritieni essere condizioni fondamentali per proporre uscite al museo?

In che modo favorire l’esperienza di fruizione delle opere esposte per i bambini del nido o della scuola dell’infanzia, considerando che i musei sono spesso progettati per intercettare sguardi adulti?

Individuato un museo o un’esposizione che vorresti proporre ai bambini, quali passi potresti compiere per garantire loro una buona esperienza?

Cinzia D’Alessandro

BIBLIOGRAFIA

Bateson G., Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1976.

Bruner J., La mente a più dimensioni, Bari, Laterza, 1988.

Tishman S., Sloow looking: the art and practice of learning through observation, New York and London, Taylor & Francis Ltd, 2017.

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