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Se proprio l’assurdo moltiplica l’immaginario

Paradossi come narrazioni, metafore come giochi: brevi appunti sulle correlazioni tra creatività, neurobiologia, filosofia

Antonia Chiara Scardicchio
Professoressa associata Pedagogia Generale e Sociale, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Abstract

Giocando con parole e immagini, le Carte Scintille trasformano le loro domande paradossali nell’esercizio, cognitivo ed emotivo, dello spiazzamento. Fa paura spiazzarsi, ma anche è la pre-condizione dell’apprendimento trasformativo, cioè di un’esperienza di conoscenza che non è accumulo passivo ma ricerca creativa. Utilizzate nei contesti dell’educazione e della cura, gioco di ri-pensamenti, consentono di fare esperienza dell’arte come capacità di rialfabetizzazione del proprio lessico emotivo e cognitivo.

Parole

chiave Creatività, gioco, immaginazione, paradosso, cura

Contatti

antoniachiara.scardicchio@uniba.it info@eleonoraterrile.it

BIZZARIE LINGUISTICHE, LINGUAGGI SIMBOLICI, RESILIENZA: DI NARRAZIONI E METAFORE COME QUESTIONI DI COMPLESSITÀ
Una domanda neurobiologica

“Dove va una bambina bottone?” Come tutte quelle delle Carte Scintille di Eleonora Terrile, anche questa è una domanda assurda: perché oggettivamente si può dire che “non ha né capo né coda”, ovvero che la premessa non è correlabile alla conclusione, e che soggetto e predicativo sono in palese dissociazione: questa domanda è apoteosi della contraddizione. Non sta in un corso di grammatica, né di scienze o di matematica. E neppure con l’arte è immediata la correlazione. Dentro questa oggettiva rilevazione d’assurdo, proviamo a esplorare una domanda neurobiologica: cosa ci accade dal punto di vista neurofisiologico davanti a un ribaltamento, o anche solo una sospensione, della logica? Cosa si muove/ci muove al cospetto di un paradosso? Davanti a una domanda che ci destruttura, a una immagine insolita, così come davanti alle domande che la vita ci pone quando la nostra trama logica si smaglia, cosa si muove, ci smuove? A 5 anni come a 55, alla scuola dell’infanzia o dopo la pensione, cosa ad-viene quando il nostro ragionamento è scalzato dal non-senso, dal paradossale che, sfacciatamente come se fosse logico, fa sì che ci travolgano avvenimenti che non riusciamo facilmente a codificare? L’instabilità e il disordine, come spiegano sia le scienze della complessità sia la neurobiologia, possono generare psichicamente due risposte: una è il loro rifiuto che ha duplice forma (irrigidimento, il freezing proprio della paura, oppure esplosione, l’eruzione propria della rabbia) – e l’altra è esplorazione della spaccatura generata dalla rottura (cfr. Cyrulnik, 2002; Cyrulnik, Malaguti, 2005; Daniele et al., 2014). Questa seconda risposta corrisponde fisiologicamente a nuove connessioni sinaptiche, a riscritture psichiche e pragmatiche che in neurobiologia descrivono la plasticità cerebrale, ovvero la nostra capacità vitale: la creatività come risorsa legata a doppio filo con la resilienza (Scardicchio, 2019), ovvero con la nostra competenza a fronteggiare l’ignoto, il misterioso, il perturbante (Zeki, 2010), e che è in grado di generare esiti che non sono nella logica lineare: non soltanto il “disturbo post-traumatico” ma anche, e paradossalmente, “post traumatic growth”, la “crescita post traumatica” (Tedeschi et al., 1998; Tedeschi e Calhoun, 1995) possono caratterizzare le vicende esteriori e interiori umane, lungo l’intero arco della vita, quando il non-senso è riconfigurato, risemantizzato, decodificato e ricodificato. Come stiamo davanti al parados

so – quello logico o grafico di un gioco, così come quello cognitivo ed emotivo dentro cui la realtà ci porta, da adulti come già da bambini – è allora una domanda cruciale per esplorare questioni che intrecciano narrazioni e metafore a processi di autoregolazione cognitiva ed emotiva (Siegel, 2001), potenziamento dell’immaginario a scienze della complessità e neurobiologia relazionale (ivi). In età evolutiva e per tutta la vita, imparare a giocare ed esplorare dinanzi al paradossale infinitamente grande (Mezirow, 2003), così come dinanzi al paradossale infinitamente piccolo, è questione epistemologica incarnata, embodied (Pankskepp, 2014). Come stiamo davanti a un’immagine paradossale (Paura? Rabbia? Esplorazione?) è forse la sintesi della nostra capacità vitale, ovvero di quanto e come riusciamo, davanti a una dissonanza (che Festinger, 1973, ci diceva essere cognitiva, ma che oggi sappiamo essere al contempo anche emotiva e corporea), a rispondere vivendo e non andando in congelamento, in quello stato – anche qui interrelato: cognitivo, emotivo e incarnato (Damasio, 1995) nel quale riusciamo a conoscere soltanto quello che abbiamo già codificato, derubricando il nuovo come minaccia, pericolo, attacco. Che effetto ci fa, allora, una Carta Scintilla? Le Carte Scintille di Eleonora Terrile sono un’esperienza di moltiplicazione di logica, di invito al ragionamento pluriplanare: un’interrogazione assurda mossa da una metafora paradossale che congiunge quel che logicamente non è congiungibile, come accade nella epistemologia rodariana, che è un gioco non solo linguistico, ma anche di capovolgimento paradigmatico (Scardicchio, 2012). Che effetto generano questi esercizi di narrazione immaginale e linguistica paradossale? In taluni casi scompensano: accade che qualcuno si irrigidisca e possa persino difendersi o attaccare, magari gettando via la Carta e l’opportunità, considerandola inutile o sciocca e dunque una perdita di tempo rispetto ad attività con capo e con coda. Oppure/eppure? Gioca. Nel non-senso dove ogni Carta invita, prova a esplorare pos

sibilità: le bambine e i bambini ridono, come alcuni adulti (non tutti, oggettivamente). E sì: “Che poteri ha una mamma scarabocchio?” oggettivamente è una domanda illogica e può essere che per qualcuno lo straniante/ straniero sia incomprensibile circa il suo valore educativo e il suo senso didattico. Proviamo a visualizzare chi davanti alle Carte Scintille si scandalizza per l’assurdo e soprattutto per l’inutilità immediata, verificabile, impossibile da condurre a un questionario di valutazione a risposte chiuse: effettivamente, dentro una certa visione queste Carte appaiono inutili o forse persino pericolose, col timore che allontanino da logica e ragionamento computazionale. (Mi immagino, davanti alle Carte Scintille, le osservazioni di chi oggettivamente rileverà che sono “inutili come l’insegnare ai bambini che non diventeranno mai musicisti a riconoscere una scala di do. Inutili come quegli assurdi laboratori di arte che non si capisce come possano prepararli al successo, al contrario del saper fare di conto. E non sarebbe meglio insegnare ai bambini un business plan?”). Sicché occorre dichiarare che le Carte Scintille sono suscettibili d’essere messe al bando in contesti nei quali si vive la scuola-come-allevamento-per-prestazione: occorre onestamente darne avvertimento alle e agli insegnanti che volessero integrarle nella didattica di quelle scuole in cui è concesso valore soltanto ai contenuti-presi-come-prodotti-da-consumare e alle competenze-pacchettizzate-come-meriti-da-certificare. Nei setting psicoterapeutici, lì dove da tempo si riconosce il potenziale euristico e terapeutico delle metafore (Casonato, 2003; Faenza, 2005; Gordon, 1992; Onnis, 1996; Watzlawick, 1988), queste Carte potrebbero non scandalizzare: faranno forse ridere, innanzitutto per l’abisso che distanzia la gravità di una situazione terapeutica dalla leggerezza di queste Scintille. Faranno ridere e sarà un grande bene: perché gli studiosi di processi sistemici e di plasticità cerebrale ci indicano come sia potente il nesso tra umorismo e flessibilità cognitiva (Fry, 2001) e quanto sia cruciale per la salute mentale accogliere i paradossi, ovvero ricomporre scissioni, rammendare frammentazioni.

SEMIOSI INFINITA, UMORISMO, PLASTICITÀ CEREBRALE: DEL NARRARE I PARADOSSI COME QUESTIONE DI SALUTE PSICHICA
Una domanda filosofica

Per la loro semplicità e per quanta complessità riescono a muovere, a dire senza disquisire, a far sperimentare senza intellettualizzare, queste Carte divertenti e nude, sfacciate ed essenziali, invitano allo stesso gioco metaforico di quei “papaveri alti alti” che sembravano non-senso e invece custodivano dell’immaginario il potenziale di resistenza, l’impertinenza salutare del pensiero laterale (Dallari, 2008): ecco, è epistemologico, etico e anche politico il senso di questo lavoro di Eleonora Terrile, che insegna a giocare con immagini e parole paradossali per mobilitare pensieri, riconfigurare mondi: le sue Carte sono gioco didattico che introduce alla complessità (Morin, 2018). E dunque c’è anche molto altro, oltre quello che si può oggettivamente non vedere: ci sono questioni di salute e di cura intrecciate, curiosamente mascherate da gioco per bambini, proprio come avveniva – e ancora ad-viene – nelle scritture di Rodari (Scardicchio, 2012). Le bambine e i bambini ridono spiazzati, giocano con le metafore e sviluppano connessioni, non sbagliano in questo gioco in cui il loro pensiero critico e creativo è convocato nel riconoscerli narratrici e narratori (Dallari, 2018) e dunque creatori, non solo ricettivi ma anche riproduttori, fruitori di arte e gioco. Le congiunzioni paradossali, introducendo nel registro del poetico, nel quale ludico e tragico coesistono (Antonacci, Schiavone, 2021), generano beneficio cognitivo ed emotivo: si può provare, con delicatezza – considerando la percezione di minaccia di cui sopra – a indicarlo come gioco “salutogenico” (Garista, 2018) anche a chi ha l’ossessione per la misurazione, la religione degli obiettivi, l’ansia del risultato “immediatamente visibile/ oggettivo”, illustrando con mitezza e con scienza che la ricerca scientifica sul trauma indica chiaramente che il loop patogeno si installa e perpetua quando le parole-non-hanno scampo, quando i racconti si irrigidiscono e al lessico interiore ed esteriore mancano narrazioni in grado di riscrivere e ri-scriversi (Cyrulnick, 2002; Faenza, 2005). In tal senso, si configurano come “salutogenici” tutti i setting d’arti che promuovono la moltiplicazione dei linguaggi e delle semiosi possibili, così come quelli con le Carte Scintille, ovvero gli atelier educativi che moltiplicano le risorse psichiche per la salute intesa come capacità di attraversamento della complessità del vivente e sua esplorazione (Guerra, 2020), lasciando andare l’irrigidimento della logica binaria che sa leggere soltanto secondo le categorie preda o predatore, utile o inutile. Isomorfiche alla vita, le Carte Scintille fanno veramente ridere e veramente anche commuovere, per il paradosso al contempo così irreale e così vero di una “mamma goccia”, di un “padre scarabocchio”, di un “bambino vento”, di una “bambina piuma”. La loro paradossalità è un esercizio epistemico: sono giochi narrativi che allenano al non giudizio, alla sospensione e alla ricerca prima dell’approdo, a una soluzione/interpretazione: che è poi il proprium di ogni esperienza autenticamente estetica, di ogni art-based learning che ti prende e ti porta al largo euristico, con la vertigine propria dell’epistemologia sistemica. Le Scintille di Eleonora sono carte poetiche. “Struggenti”, le ha definite Prandin (2020), che nel suo lavoro come consulente del tribunale dei minori e di servizi sociali ed educativi incontra infanzie trafitte da storie strazianti e con loro sperimenta la coniugazione formativa e terapeutica tra gioco, postura estetica e riconfigurazione di immagini/ narrazioni dolorose (Di Nardo, Prandin, 2020). Sono Carte poeticamente struggenti perché giocano con le parole ribaltando significati, e probabilmente proprio per questo spiazzamento può essere che irritino chi sta nelle maglie del pensiero funzionalistico: può essere che commuovano chi vede e intravede il nesso tra “conoscenza, ignoranza e mistero” come postura interiore (Morin, 2018) e pratica didattica per il lavoro, individuale o in gruppo, e può essere che l’eventualità di un nesso tra poesia e educazione al pensiero infastidisca chi davanti a ogni “fuori registro (non solo didattico, anche epistemologico)” si chieda: “A che servono?”. “A niente”, potrebbe logicamente sostenere un teorico dell’intelligenza-come-computazione. “A trovare qualcosa da fare nei momenti in cui si fa pausa dalla attività didattica disciplinare”, potrebbe lucidamente ritenere chi guarda alla eredità rodariana come condensato di passatempi per la ricreazione. E sì. Ognuno penserà quel che può. L’utilizzo dei linguaggi simbolici come cruciali nei curricola scolastici di ogni ordine e grado è correlato neurofisiologicamente a questioni di rigidità o plasticità cerebrale (dei docenti, non degli allievi). E dunque qui potrei scrivere, col linguaggio della programmazione per obiettivi, un lungo elenco, che una volta scrivevo per rassicurare chi mi domandava intorno ai nessi tra logica e fantastica, e potrei citare copiosa la letteratura scientifica, non solo in campo umanistico ma anche neuroscientifico, che è correlabile al beneficio, cognitivo ed emotivo (o anche soltanto invitando a rileggere Piaget, 1967), che questo strumento didattico può generare: ma vorrei esercitarmi io stessa alla fatica cognitiva ed emotiva del paradosso, ed evitare di cedere alla tentazione di codificare educazione e didattica in forma di spendibilità. L’educazione alla vita a scuola non coincide con l’educazione all’impresa, e l’educazione al lavoro – che forse qualcuno sta per teorizzare anche nella fascia 0-6 – non si esaurisce nel sapere tecnico. E dunque, sì, “oggettivamente” (!) non si impara alcun mestiere con queste Carte (così come con le Arti, quando a scuola sono setting che moltiplicano le intelligenze, non le caselle del monitoraggio dei progetti) e non si apprende da esse nessuna nozione memorizzabile e replicabile: e se forse non giovano ad alcuna efficienza come da modello Invalsi, sicuramente non abilitano bambine e bambini a superare, quando andranno all’università, i test di ingresso che chiedono chi ha vinto Sanremo nel 1984. Deponiamo la presunzione e l’ingenuità di sciogliere chi è irrigidito, di dimostrare quel che pure è neuroscientificamente già dimostrato a chi non riesce a comprendere il nesso tra arti e apprendimento, tra gioco e salute, tra creatività e resilienza reale (non quella del solipsismo volontaristico “ce la posso fare”). Il che significa che sì, occorre accettare che un “insegnante piombo” può non riuscire a comprendere un “insegnante piuma”. E viceversa, naturalmente.

OPPURE/EPPURE?

Nel gioco dei possibili, così come una “maestra piuma” ha il diritto di piangere lacrime di piombo, così un “maestro acciaio” potrebbe voler esplorare possibilità di planare, se noi saremo in grado di giocare con queste Carte con postura umile e non totalitaria. Tutto è possibile. Il “bambino bottone” si attaccherà? Questa è la logica della linearità. No, un bambino vero – come un docente o un genitore nella realtà – può essere che esca dall’aspettativa logicamente soltanto bianca o soltanto nera: ci chiederà di non essere letto nel binario che legge se un bottone si attacca oppure no, ci condurrà a un altro paradigma: il “bambino bottone” andrà su una giacca oppure, come nei racconti di Rodari, navigherà verso un’isola. Per restare solo. Oppure per cercare altri bottoni viaggianti. Tutto è sempre possibile, e imparare a concepirlo credo sia il senso dell’esercitarsi ad abitare anche il non-senso (Ceruti, 2015). A tre anni come a trentatré o sessanta. Fa paura e spavento, oggettivamente. Ma anche, oggettivamente (!), è questa moltiplicazione dei possibili ad aprire alla salute psichica (quella degli adulti, non soltanto dei bambini), ovvero alla comprensione dell’evidenza teoretica ed empirica più dolorosa da concepire e che pure continuamente l’Assurdo ci invita a rilevare: la Vita eccede. Eccede la logica, il linguaggio, il senso, la narrazione che si irrigidiscono nel binario 0 e 1. Se non si esercita alla moltiplicazione – di parole, pensieri, correlazioni, possibilità (Antonacci, Guerra, 2018) – la conoscenza resta solo riproduzione, il sapere si sclerotizza in memorizzazione e replica: paradossalmente, è l’immaginario ad ancorare alla realtà. È l’immaginazione la più importante risorsa per la resilienza (Cyrulnik, 2002; Dallari, 2010; Faenza, 2005). (E se fosse proprio questo infinito provare a concepire e a rielaborare le domande paradossali che il Vivente – come una Carta Scintilla Universale – ci pone, che possiamo legittimamente chiamare apprendimento permanente?) O, meglio ancora, a sintesi di ogni riga che ho scritto: “Che segreto custodisce un bambino vento?

© Scuola dell’infanzia Casa del Bambino, Ferrara

 

 

BIBLIOGRAFIA

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