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Saper leggere un film:
il gioco più bello

Bagliori del “metodo Taddei” in alcune scuole liguri dalla metà degli anni Novanta all’inizio del Duemila

Giordano Giannini
Studioso di cinema

Abstract

Se fruite con giudizio, le immagini in movimento rilasciano indizi di bellezza vera, nel piacere di questa cresce la smania di conoscere: ciò anima le discipline audiovisive. L’articolo riporta un’esperienza di scuola elementare e media (anni Novanta, primi Duemila) vissuta lietamente, di come alcuni docenti, legati a materie diverse, abbiano trasmesso la bellezza sopra descritta. Può il cinema d’autore essere ancora percepito come “curioso balocco” e i registi come “compagni di banco” (o di gioco)?

Parole chiave Gioco, cinema, Taddei, stupore, bellezza

Contatti pianeta.verde87@gmail.com

Per l’occasione l’autore ha ripreso, con
aggiunte e altre lievi modifiche, un articolo pubblicato in precedenza; cfr.
G. Giannini, “Saper leggere un film”, in
AA.VV., SPECIALinguaggi, riv. on-line
(semestr.), n. 15: “I giovani e la Scuola”,
Firenze, Accademia “Aliprandi ~ Rodriguez”, 12/2024.

IL CINEMA? UNO DEI TANTI GIOCATTOLI SPARSI PER CASA

Da ragazzino su tutto vaneggiavo, a tutto credevo tranne che il cinema potesse diventare una parte così ricca (ingombrante?) della mia vita. Finora trascorsa, almeno: 38 anni, 17 dei quali dedicati all’ideazione nel terzo settore di corsi e iniziative varie finalizzati all’educazione al linguaggio audiovisivo. Che ruolo ha giocato la scuola in questo cammino, mi auguro ancora prodigo di sorprese? Metterò gli orologi indietro, cercando di comporre un mosaico sensato.

I film, anzi le videocassette, cosa rappresentavano nella “nursery” affollata già di agate, creature marine e vecchie illustrazioni archeologiche? Giusto dei “balocchi” e, a ben vedere, neppure fra i più spassosi sebbene, col senno del poi, i colori della Settima Arte tingevano già vividamente ciò che la lisa cassapanca all’ingresso e alcuni scatoloni custodivano (non me ne sono liberato, confesso): mutanti, falsi dei, eroi equipaggiati, armi e veicoli da combattimento provenienti dall’immaginario dei grandi successi dei generi catastrofico, horror e fantastico; si pensi ad Aliens, Predator, Stargate, Il mondo perduto – Jurassic Park, Men in Black, Godzilla. Come pure Star Trek, Guerre stellari

Pomeriggio dopo pomeriggio, istanti e chiarori che sembravano non dover finire mai, il corridoio e, specialmente, il tinello si trasformavano in buffi “set cinematografici”: toccava al ficus benjamina suggerire la giungla; il complesso sistema di incastri e scanalature sottostante al bianco tavolo in plastica (ormai sfatto) al centro del terrazzo avrebbe dovuto ricreare, invece, la fusoliera di chissà quale temibile vascello spaziale. I miei genitori apprezzavano il cinema. Tuttavia, poiché quelle avventure, quell’immaginario erano assai frequenti nel nostro quotidiano, in una forma o nell’altra, li davo per scontati, non li consideravo essenziali (convinto che il tempo non avrebbe mai agito su di essi?) oppure, proprio perché importanti, proprio perché la loro presenza accompagnava così tanto, più di quanto credessi, le mie ore, tenevo tutto dentro, per me e soltanto per me, senza sentire il bisogno di parlarne, certo che un approccio simile fosse adottato anche dai compagni di classe, che ritenevo agissero allo stesso mio modo, dando cioè al mondo esterno (famigliari, mode soprattutto musicali, altri gruppi di amici) né più né meno di quel che richiedeva, della “lezione” che voleva sentir ripetere, lasciando la vera “natura”, il vero “io” altrove.

Come in un gioco, l’ennesimo gioco, per l’appunto. Per chiarire la cosa, riferirò di una reazione avuta durante una visita alla Stazione Centrale della Spezia, dove alcune carrozze dismesse vennero trasformate in “tappe” di un brioso viaggio nel Novecento (ogni carrozza un’età diversa). Nello spazio dedicato agli anni Sessanta, il manifesto di Per un pugno di dollari, tra i film preferiti di papà, attirò subito la mia attenzione, eppure, alla domanda della guida “cosa vi ha colpito di più?”, dissi “l’hamburger”, riferendomi al gigantesco panino in vetroresina esposto all’entrata del vagone. Risposta più idiota non avrei potuto dare: il fatto indispettì, e non poco, i miei, ma non ne sono affatto pentito. Sergio Leone era il nostro “giocattolo”, la nostra pietra preziosa. Perché portarla “fuori”, rischiando che si “scheggiasse”?

SCALE “CELESTE”, CHIOCCIOLE INNAMORATE, BIMBI SELVAGGI CHE SI INSEGUONO FINO AL MARE

Restando al periodo delle elementari, ricordo che la maestra, Paola Gatti, ci accompagnò al Teatro Civico a vedere una pièce dal nome Romanzo d’infanzia, “parto” della Compagnia Abbondanza/Bertoni. Un’attrice e un attore impersonavano madre e padre, figlia e figlio (per pochi minuti, perfino un gigante sui trampoli), cambiandosi in un lampo vesti e pettinatura sul posto. Nel corso della vicenda, i figli decidono di fuggire da opprimenti mura, da genitori tanto ciarlieri quanto sordi alle loro esigenze, lasciano una lettera che invita i cari a non preoccuparsi e, intanto, al centro del palco scende un telone sul quale scorre un filmato terso, solare: un bambino e una bambina corrono gioiosi lungo la battigia. Negli anni universitari avrei scoperto che quel “frammento” proveniva da L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij, maestro russo al quale dedicai la tesi di laurea breve. Niente accade per caso.

Al “brano” di Tarkovskij seguì Microcosmos di Claude Nuridsany e Marie Pérennou, visto al mattino con tutta la classe al Cineclub Controluce Don Bosco, Il ragazzo selvaggio di Truffaut commentato insieme agli alunni della scuola media “Anna Frank” (mi piacque? Difficile a dirsi, non riuscivo comunque a togliermi dalla testa il bianco e nero, la luna piena, il dondolare del corpo del protagonista), Bogus di Norman Jewison, con Haley Joel Osment. Eravamo troppo piccoli per Amistad di Spielberg: maestra Paola lo vide per noi e ci incuriosì descrivendo la celebre scena dove Yamba umilmente “reinventa” la vita di Cristo attraverso le incisioni di una Bibbia.

VISIONI (UN POCO PIÙ) CONSAPEVOLI

Lungo il triennio delle medie (presso la “Silvio Pellico” spezzina), invogliato dalla lettura degli “Atlanti del cinema” della Demetra, accuratamente nascosti in cartella, iniziai a collezionare classici di fantascienza. Mi ammalai, un giorno, per andare a ritirare sotto la pioggia il VHS di Metropolis di Lang, appena arrivato. Seduto dietro un banco, intanto, non cessavano per me impercettibili “epifanie”: il prof. Fabrizio Lombardi, di religione, ci mostrò il primo episodio del Decalogo di Kieślowski e Genesi – La Creazione e il Diluvio di Ermanno Olmi; il prof. Campione, d’inglese, propose in lingua originale The 39 steps di Hitchcock; anche la prof.ssa Maria Luisa Prati in Massari, di musica, si faceva aiutare dalla Decima Musa, proiettandoci Amadeus di Forman, Eroica di Walter Kolm-Veltée e La Traviata di Zeffirelli.

L’EREDITÀ DI SUOR ELETTA (1925-2020)…

Approdare al liceo significò, fra le tante cose, andare al cinema finalmente da solo, con le mie gambe, i miei sensi, procurandomi i primi strumenti di valutazione consultando le recensioni del critico Enzo Natta su Famiglia Cristiana. Secondo la madre superiora Maria Eletta Crociani (direttrice della scuola elementare cattolica “S. Domenico di Guzmán”) la lettura filmica era una nozione indispensabile. Fino all’ultimo, aderendo agli scritti di padre Nazareno Taddei (1920-2006), lo ribadì: il cinema è un linguaggio, in quanto un film è portatore di un discorso che trasmette allo spettatore attraverso un insieme di segni. Taddei ha elaborato una metodologia che, attraverso tre passaggi (Cosa? Come? Perché?), consente una vera e propria “lettura del film” al fine di arrivare a cogliere l’idea centrale dell’autore.

La lettura del film avviene in due fasi distinte: “lettura durante”, al momento della proiezione, e “lettura dopo”, possibile solo al termine del film, quando lo spettatore può porsi la domanda definitiva sul “perché”. Mediante la metodologia della lettura strutturale lo spettatore-critico si pone alla ricerca della verità per arrivare al fondamento dell’opera, esaminandola a partire dalla vicenda, passando attraverso lo studio del racconto per arrivare alla significazione e all’universalizzazione dei temi. Il pensiero torna spesso a quelle aule, a come il mio stupore sia stato rinfocolato da affettuose maestre, al desiderio di conoscenza attraverso la Bellezza.

…E OGGI?

Agosto 2025. L’amica Paola Gatti accetta di incontrarmi, riferendomi cos’è rimasto inalterato e cos’è cambiato: tutt’ora gli studenti della “Guzmán” vengono sensibilizzati a ricevere consapevolmente ciò che passa sugli schermi, sempre nel segno del metodo Taddei. Coordinando gli sforzi le insegnanti hanno ulteriormente esteso l’uso del linguaggio audiovisivo all’approfondimento della fase storica trattata in classe.

Benché i film siano spesso impegnativi, i bambini, correttamente guidati, seguono bene: opere quali Il giardino segreto di Agnieszka Holland, Jakob il bugiardo oppure La fabbrica di cioccolato di Burton continuano a essere apprezzate. Rispetto a qualche decennio fa si incontra forse una difficoltà maggiore a sollevare delle domande: i bambini sembrano non farsene più tante. Bisogna spronarli: dalla famiglia gli stimoli risultano spesso deboli. Si rafforza l’interesse verso il teatro e i legami fra esso e altre forme espressive: quest’anno si è lavorato molto su L’uomo che piantava gli alberi. La soglia di attenzione si abbassa sempre più: si sperimenta, perciò, fianco a fianco dei bambini, attraverso schede e disegni in un percorso collettivo.

È stato bello rivedersi. L’immaginario di celluloide respira ancora, sa guarire e irrobustire; abbraccia tanti saperi che, una volta armonizzati, evitano frammentazione nello sviluppo del ragionamento. Se la si vive, un piccolo “miracolo” accade. Paola Gatti, Gabriella Ghilarducci, Patrizia Gnetti, Enrica Pasquinelli, Patrizia Pensa… avete curato un seme, dandogli buona terra. L’albero continua a crescere.

Un unico rammarico: come si intitolava quello strano spettacolo visto a teatro in cui ragazze e ragazzi marciavano in cerchio, calava un telone con sequenze di macellazione dei maiali e due giovani sposi Shoshone rimpiangevano la purezza della loro terra? Mistero.

Dedicato all’indomita Viola che, a 6 anni, ha voluto guardare Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls sullo smartphone, insieme alla zia Cristina.

In senso orario
“L’infanzia di Ivan”,“Microcosmos”,“Il ragazzo selvaggio”,“Bogus

creare un racconto che può funzionare solo grazie a quello strumento, ma in un senso diverso dai compiti a casa. La stessa ragazza ha poi inserito un prompt chiedendo di comporre una colonna sonora per la parte finale del corto: le prime soluzioni non le piacevano, ha continuato a provare, è arrivata all’ultima lezione con la colonna sonora (perfetta) anche questa composta da ChatGPT (ChatGPT PLUS, a dire il vero).

Le compagne e i compagni della ragazza hanno interagito con lei in modo completamente diverso rispetto a quando sono arrivato: spesso in questa nuova dinamica si acquista anche un nuovo status, ci si fa vedere sotto un’altra ottica. E in un mondo a volte chiuso in cui un soprannome resta per anni, è fondamentale aprire di tanto in tanto la finestra e dare aria. Si scompigliano i fogli, e cambiano gli sguardi. Il contenuto del lavoro finale è una malinconica lettera d’amore a qualcosa che non si potrà provare, ma nel processo si sono ribaltate le convenzioni di ciò che “si può” usare a lezione, e le relazioni di classe. Ma il come hanno realizzato il corto è il punto educativamente fondamentale.

“OBBIETTIVI”

Quando scrivevo i progetti per le scuole era obbligatorio inserire gli “obiettivi didattici”. Riprendendo a distanza di 20 anni quei progetti, mi accorgo che sono sempre gli stessi. Stimolando un intenso lavoro di gruppo si vuole:

  • insegnare gli aspetti tecnici e le nozioni di base della comunicazione per immagini;

  • stimolare la capacità osservativa e la consapevolezza degli aspetti considerati secondari della realtà quotidiana;

  • dare la possibilità di raccontare la propria realtà dal proprio punto di vista;

  • abituare a uno sguardo attento e critico nei confronti del mondo della visione grazie a una precisa presa di coscienza di ciò che sta dietro alla realizzazione di un video;

  • stimolare la capacità di sintesi e attivare una sensibilità di narrazione puramente visiva.

Ho scoperto poi che c’erano degli obiettivi meno evidenti o, meglio, meno “generici”: a volte un laboratorio si fa proprio se c’è già un’esigenza o uno scopo preciso su cui riflettere. Nel 2009 una quinta elementare di Cesano Maderno mi aveva chiesto di progettare un percorso sulla diversità, perché avevano 35 alunni di cui 20 di nazionalità diverse. Il lavoro finale si chiamava “(S)guardo diverso” ed era una forma di documentario-autoritratto. Ciascuno disegnava un proprio autoritratto e lo spiegava agli altri che lo riprendevano, ma nel montaggio finale lo schermo era diviso in due, da una parte il loro volto ripreso dai compagni in primo piano, dall’altro continuava con il disegno.

Poi si riprendevano a vicenda (a turno tutti facevano il cameraman, il fonico, il ciakkista, l’intervistato, e così via) e si chiedevano: “perché ti senti diverso?”. È stato un momento rivelatorio per tutti, in cui un ragazzo russo in affido si sentiva diverso perché aveva la R moscia e un ragazzo iraniano perché amava mangiare verdure ed era l’unico della classe. Una ragazza cilena si sentiva diversa perché amava il calcio, un ragazzo siciliano con il sostegno perché era rosso con le lentiggini. Ma tutti si sentivano diversi per qualcosa e nel processo di ascolto mentre si facevano le riprese tutti si sono sentiti vicini perché diversi. Fare un documentario sulle persone che si frequenta ogni giorno è un processo altamente empatico.

Ricordo una prima elementare in cui avevo realizzato un laboratorio di scrittura di personaggi di film d’animazione. Si chiamava “Oggetto, giocattolo, personaggio”: portavo tre oggetti vecchi (di solito una vecchia caffettiera bruciata dei miei nonni, un porta scotch, e una vecchia torcia degli anni Settanta) e facevo fare una carta di identità. Come si chiama questo personaggio? Quali sono i suoi punti forti, i punti deboli, l’età? e così via. Una bambina solitamente silenziosa e (o così mi dissero prima di iniziare) “problematica”, ci teneva a vedere nella caffettiera una signora sulla sedia a rotelle (la caffettiera era bruciata sotto e non in ottime condizioni) che però aveva dei poteri straordinari come leggere la mente delle persone. Alla fine, quella caffettiera era l’eroina della storia e faceva diventare il “cattivo” (quella volta era toccato al porta scotch) buono, capendo perché era arrabbiato e facendolo sfogare. Del resto, i buoni e i cattivi in assoluto non esistono.

Lo scopo del laboratorio (che era solo di 4 ore) era creare dei personaggi e delle situazioni “da film d’animazione”, anche se poi nel concreto non si usava la videocamera. Era un laboratorio di scrittura e invenzione: e come sempre in questo campo si proiettano paure, desideri, mondi interiori “liberi”. Le maestre erano molto contente perché avevano parlato molto i bambini e le bambine di solito più silenziosi e “problematici”. All’uscita, mentre slegavo lo scooter ho visto la bambina della caffettiera con la madre sulla sedia a rotelle. Aveva trasfigurato, trasformato e s-formato la realtà e proiettato un sogno.

L’infanzia e le proiezioni cinematografiche hanno molto in comune. Una certa intensità. Il sogno ad occhi aperti. La gioia di vedere successivamente persone e cose apparire e scomparire. Il grande gioco delle metamorfosi”

(Comolli, 2015, p. 34).

La professoressa Emi Beseghi, nella postfazione al libro di Bergala, dona parole molto significative a riguardo. “La passione – si sa – si trasmette per contagio, accende la scintilla della curiosità, si nutre del ‘non detto’; alimenta il senso di uno scambio [...]. Come la lettura incontrata nell’infanzia è una vera e propria iniziatrice ‘le cui chiavi magiche’, racconta Proust, ‘aprono la porta di dimore in cui non avremmo saputo penetrare da soli’, così il piacere della visione, se incontrato e sperimentato nell’infanzia, lascia un segno così profondo da accompagnare anche altre età della vita”

(Bergala, 2008, p. 160).

In senso orario: “Genesi – La Creazione e il Diluvio”, “Eroica”, “La Traviata”,
“The 39 steps”

BIBLIOGRAFIA

Beltrame G. (a cura di), La conquista del West, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1997.

Beltrame G., Pavesi F. (a cura di), Musica in cinema in 201 film. Filmare il ritmo, la melodia e l’armonia, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1999.

Fabbrica M. (a cura di), Ritorno al futuro. La fantascienza in 201 film, schermi stellari e visioni virtuali, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1998.

Fabbrica M. (a cura di), Paura! L’armata delle tenebre in 201 film, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1999.

Mingoni P. (a cura di), Cinema da ridere, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1999.

Moretti L., Nazareno Taddei, sacerdote gesuita. Dalla lettura del film alla teologia dell’immagine, tesi di laurea magistrale in Scienze Religiose, La Spezia, Istituto Superiore di Scienze Religiose (I.S.S.R.) “Niccolò V”, 2017.

Natta E., Il linguaggio dell’immagine. Un programma di educazione al cinema e alla televisione, Cinisello Balsamo (Mi), Paoline, 1986.

Sandri G. (a cura di), Un secolo al cinema. 201 film capolavoro secondo la critica, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1997.

Tedeschi Turco A., Tedeschi Turco M. (a cura di), Libri al cinema, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1999.

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Tirapelle R. (a cura di), Tracce di giallo. I capolavori del delitto, Colognola ai Colli (Vr), Demetra, 1997.

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