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Routine, momenti speciali e conosciuti
tra bambini e adulti
Una riflessione sul tempo e le sue caratteristiche
nei servizi educativi
Franca Zuccoli
Professoressa ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale, Dipartimento di Scienze Umane
per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca
Abstract
In questo breve contributo si provano a mettere a tema alcune dimensioni del tempo nei servizi educativi. In particolare, la riflessione prova ad analizzare il valore delle routine come momenti conosciuti e prevedibili, per bambini e adulti, in relazione con l’imprevisto e il cambiamento.
Parole chiave
Tempo, routine, prevedibilità, libertà, intenzionalità
Contatti
franca.zuccoli@unimib.it
“Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura, il tempo è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta d’arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere”
(Calvino, 1988, p. 38)
UNA QUESTIONE DI TEMPO, MA NON SOLO…
Iniziare questo approfondimento con una citazione che parla di letteratura potrebbe apparire un controsenso. In realtà il riferimento, se osservato attentamente, calza perfettamente alla vita di adulti e bambini nei servizi educativi e nella scuola. Qui, infatti, si sperimenta una “vita pratica” che quotidianamente incalza, detta un ritmo, talvolta quasi frenetico. Scadenze, impegni, tempi dei bambini e delle bambine, delle famiglie, delle proposte, calendari… Al contempo si deve tenere in considerazione uno spazio legato alla progettazione, alla riflessione, alla valutazione di quanto compiuto per poi procedere a una riprogettazione, che si avvale di un tempo diverso, non necessariamente, più disteso, ma che sicuramente ha bisogno di un sedimento. Certamente i due aspetti sono costantemente in relazione,
strettamente intrecciati, anche se la necessità di un tempo più profondo, dilatato, per proporre qualsiasi azione educativa si conferma come una caratteristica imprescindibile. Questo primo passaggio legato all’uso del tempo, inteso in una pluralità di prospettive, è dunque un elemento importante quando parliamo di routine, perché queste sono uno degli ingredienti basilari della vita in un servizio educativo. In questo caso potremmo parlare di un tempo conosciuto e riconosciuto, tra bambini e adulti. Le routine sanno precisare e scandire la specificità dell’azione didattica. Con azione didattica o educativa si può definire l’insieme dei differenti elementi che costruiscono il processo di insegnamento/apprendimento, ponendo attenzione ai gesti, alle relazioni, agli spazi, ai saperi implicati, alle metodologie scelte, in uno specifico contesto, riferite alle normative attuative (Nigris, Teruggi e Zuccoli, 2020). In particolare, prendendo in considerazione la dimensione temporale relativa all’educazione formale negli spazi educativi e scolastici, si può notare come il tempo sia una variabile fondamentale, che si pone come costitutiva e costituente. Costellano la giornata molti momenti formativi, che negli ordini successivi vengono chiamati sinteticamente lezioni, a seconda dell’ambito disciplinare a cui fanno riferimento, ma che anche qui si contraddistinguono per una durata oraria. Nei diari scolastici viene incollata la settimana tipo, in modo che ogni alunno si ricordi la successione delle materie. Vi sono i bimestri, per talune scuole invece i trimestri oppure i quadrimestri, che suggeriscono soglie e passaggi, per questo sono previste valutazioni cadenzate nel tempo. Nella vita della maggior parte delle ragazze o dei ragazzi si succedono gli anni scolastici, si percorrono e attraversano ordini scolastici differenti. Il tempo governa questo cammino, definendolo e normandolo. Se nel proprio percorso si rispettano queste scadenze, ci si prefigura meglio il proprio futuro. Si potrebbe dire che esiste un tempo fisico, che regolamenta e scandisce ogni passaggio, non solo all’interno delle singole istituzioni, ma anche da un ordine scolastico a un altro. Per Ferdinand Gonseth, matematico e filosofo delle scienze, ogni sistema, fisico, biologico, sociale, crea una propria temporalità, quella che si potrebbe definire come un tempo interno, che cerca di sincronizzarsi con quello esterno (Gonseth, 1964). Si parla anche di un tempo strettamente legato alla costruzione del sapere, in cui si può assistere a una cronogenesi e a una topogenesi (Chevallard, 1985), intendendo con la prima quando si sceglie di affrontare un nuovo tema-argomento, decretando così l’obsolescenza del precedente, con il secondo quando si definisce cosa fare con quell’oggetto del sapere e che cosa va poi conosciuto, ricordato. In un certo senso educatori e insegnanti sono i governatori di questo tempo, per l’assunzione dell’onere delle scelte dei contenuti, delle progressioni, in questo senso si parla di uno spazio-tempo didattico (Mercier, 2000). L’uso del tempo osservato da questo punto di vista si presenta come quasi esclusivamente lineare, mentre necessariamente, entrando in ogni contesto educativo, si può cogliere come le proposte/azioni degli educatori e degli insegnanti si incontrino con le risposte/ azioni del gruppo di bambine e bambini con cui si lavora, con le dimensioni proprie delle stesse comunità. Un tempo interno, che per definirsi e rispettare le sue ciclicità, appare quasi come circolare, ma al contempo progressivo e trasformativo. In questo tempo in evoluzione continua, la presenza di momenti riconoscibili, come quelli proposti dalle routine diventa un passaggio che conferma, tranquillizza e favorisce una appropriazione consapevole da parte dei bambini. GIORNATA EDUCATIVA E ROUTINE Dopo aver appena sfiorato la tematica relativa al tempo, nelle situazioni educative e scolastiche, prendiamo ora in considerazione quella che potremmo definire una specifica unità di tipo temporale, anche se non esclusivamente limitata alla dimensione cronologica, si tratta di ciò che viene chiamato “la giornata educativa”. Come bene la presenta Loredana Paradiso: “La giornata educativa è la dimensione spazio-temporale nella quale il bambino vive la sua esperienza di crescita e formazione. È una rete intricata di processi relazionali, simbolici, cognitivi, sociali e culturali che ruota attorno alle esperienze del CorpoMente, dei ritmi biologici, delle regolarità esperienziali interiorizzate, ma anche delle discontinuità, delle eccezionalità, degli imprevisti” (Paradiso, 2023, p. 20). È nella giornata educativa che si presenta una processualità di eventi articolati in un dialogo costante tra regolarità, stabilità e tensione verso il cambiamento. (Erikson, 1999). Sempre Loredana Paradiso sottolinea in questa processualità quotidiana la presenza di esperienze di cura, educazione, apprendimento (CEA), in cui l’intenzionalità e le scelte mirate degli adulti rivestono la parte predominante, unite però ad altri
spazi dedicati alle esperienze di ludicità-progettualità dei bambini (L) nei tempi autogestiti (Paradiso, 2023). Se questa divisione può apparire talvolta troppo definitiva, in realtà, in questo scritto, come pure nelle progettualità educative in via di concretizzazione, questo passaggio permette di esplicitare più facilmente l’autorialità e la consapevolezza di alcune scelte. Ritornando alla regolarità e alla stabilità delle proposte all’interno della giornata al nido e alla scuola, un aspetto fondamentale è quello presentato dalle routine. Su questo aspetto è utile sentire la voce di Francesca Emiliani che così le presenta, collegandole alla prima forma di “socializzazione” e all’inserimento nel mondo, alla capacità di governare la struttura base della quotidianità: “Le routine consentono di poter anticipare e prevedere un’azione, di conoscerla attraverso la familiarità, di condividerne progressivamente il significato e quindi di poterla controllare” (Emiliani, 2002, p. 54). Non tutti, però, concordano nell’accettare un’unica definizione quando si cerca di declinarle nella pratica dell’azione-progettazione educativa. Da tempo molti autori ne hanno sottolineato l’importanza, come evidenziato anche da Wildenger et al. (2008), considerandole fondamentali per creare un senso di prevedibilità, rafforzando così i sentimenti di sicurezza, fiducia e indipendenza in bambine e bambini piccoli, tutto questo garantendo un equilibrio tra stabilità e prevedibilità, trasformazione e accoglienza delle esigenze specifiche dei bambini, valorizzandoli nelle proprie singolarità. Interessante il caso della Slovenia (Zorec e Došler, 2016), che volendo sperimentare nei servizi della primissima infanzia una programmazione più flessibile, rispetto a quella utilizzata nei decenni precedenti, che aveva standard igienico-sanitari più rigidi, si è ispirata ai principi del Reggio Emilia Approach. Per prima cosa si è provato a definire le routine individuandole nei momenti di: entrata, uscita, alimentazione, riposo e sonno, cura personale (vestirsi, usare il bagno e lavarsi) e delle pulizie, poi si sono realizzati momenti formativi, per accompagnare a un cambiamento, oltre all’avvio di una ricerca per evidenziare i cambiamenti durante la trasformazione. La scelta della ricerca ha voluto indagare, fin dall’avvio, quali di questi momenti venissero compiuti quotidianamente, alla stessa ora, per tutti i bambini e le bambine, verificando come gli operatori li proponessero. I risultati hanno mostrato come i momenti dedicati all’alimentazione (colazione e pranzo) fossero quelli più stabili all’interno di una giornata, mentre le routine dedicate al bagno risultassero le più flessibili. La difficoltà degli educatori si è, però, manifestata in modo puntuale nel saper passare da una modalità più direttiva, a una più flessibile e meno direttiva nel proporre le routine, necessitando di una progettualità e una formazione mirata. L’elemento interessante della ricerca slovena, rispetto a questo scritto, è quello di aver mostrato come le routine per riuscire a essere motori di un percorso di incoraggiamento verso una maggior sicurezza, fiducia e indipendenza dei bambini devono riuscire a mantenere la capacità di saper dosare la prevedibilità. Bisogna, al contempo, saper evitare di cadere in un’eccessiva rigidità, che potrebbe inficiare il percorso verso una reale autonomia dei bambini. In altre parole si tratta di quello che Guy Brousseau, matematico pedagogista, chiama la situazione
a-didattica, la capacità dell’educatore e dell’insegnante di saper favorire la relazione dei bambini con l’ambiente, avviando un cammino in cui lentamente, ma in modo costante, si “devolve” agli alunni la responsabilità del loro apprendimento, della scoperta della conoscenza e della cultura: “La devoluzione consiste nel provocare l’interazione dell’alunno con l’ambiente in una situazione a-didattica, situazione nella quale scompare la volontà esplicita di insegnare” (Brousseau, 2007, p. 86). Egli si riferisce in particolare ai saperi disciplinari, ma questa proposta può essere certamente estesa al percorso verso l’autonomia, proprio dei servizi educativi, pensato per ciascun bambino e bambina. Una strada a tappe, che si sviluppa grazie a un processo educativo qualitativamente rilevante che si gioca nelle interazioni con gli adulti, con compagni e compagne, in ambienti progettati intenzionalmente (Den Boer e Hoeve, 2017; Jensen e Brydges, 2022).
EDUCAZIONE, APPRENDIMENTO E CURA
Come si è potuto cogliere in questa rapida panoramica nei percorsi di educazione formale è presente un’elaborata alchimia, un delicato equilibrio e bilanciamento tra sicurezza confermata e possibilità di continua trasformazione. Le stesse routine per partecipare pienamente al progetto educativo devono essere strettamente interrelate agli altri momenti educativi, in quella dimensione di cura, che si definisce nell’incontro, in una prospettiva olistica e integrata (Cadima et al., 2023). Un mix di sicurezza e di possibili cambiamenti che favorisce la crescita dei bambini e delle bambine e la loro trasformazione (Bondioli, 2002)
Patrizia Sposetti, professoressa ordinaria, Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione, Sapienza Università di Roma.
BIBLIOGRAFIA
Bonaccini S. (a cura di), Dare valore alle competenze, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2018.
Bondioli A., Ferrari M. (a cura di), Manuale di valutazione del contesto educativo: teorie, modelli, studi per la rilevazione della qualità della scuola, Milano, FrancoAngeli, 2000.
Guba E.G., Lincoln Y.S., Fourth Generation Evaluation, Sage, Newbury Park, CA, 1989.
Guba E.G., Lincoln Y.S., “La valutazione di quarta generazione”, in N. Stame (a cura di), Classici della valutazione, Milano, FrancoAngeli, 2007, pp. 128-156.
Sposetti P. (in corso di stampa), “Documentare per valutare l’agire educativo”, in G. Szpunar (a cura di), Progettare e valutare a scuola. Strumenti per l’infanzia e la primaria, Roma, Carocci, pp. 103-132.