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DIRITTI DI BAMBINE E BAMBINI

a cura di Elisabetta Biffi e Chiara Carla Montà

Prospettive future per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Oltre il mito del bambino universale

Simone Colli Vignarelli

 

La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (UNCRC, 1989) si inserisce nel più ampio quadro dei diritti umani delineato dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) del 1948 e rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la tutela dei diritti dell’infanzia a livello globale, soprattutto per il riconoscimento delle persone minorenni di tutte le età come soggettività aventi diritto e agency sociale. Sebbene questo impianto giuridico miri a garantire diritti a tutte le persone, un’analisi critica delle sue aspirazioni universalistiche mette in evidenza come, nella pratica, i discorsi giuridici – che informano anche le pratiche educative e professionali – tendano a riferirsi e a ri-produrre una visione precisa e limitata di umanità (Rajah, 2018), incarnata dal prototipo dell’uomo bianco, eterosessuale, cisgenere, abile, neurotipico, di classe media e di mezza età. Ne derivano limiti significativi nella capacità di riconoscere e di contrastare le strutture di potere che discriminano, escludono e rendono maggiormente vulnerabili tutti i corpi e le soggettività che si discostano da questo modello. Tra le categorie implicitamente escluse dai discorsi sui diritti umani vi sono anche le persone minorenni, la cui vulnerabilità non è quindi imputabile unicamente alla necessità di cura e educazione nelle prime fasi dello sviluppo, ma è amplificata dal sistema sociale entro cui siamo inseriti, fortemente caratterizzato da quello che può essere definito come adultismo (Hall, 2021): una struttura di oppressione che conferisce alle persone adulte il potere di “controllare, disciplinare e agire per conto dellǝ giovani [e dellǝ bambinǝ] senza il loro consenso, privandoli dei diritti” (ivi, pp. 283-284) – sanciti proprio dalla UNCRC –, ponendo, così, le persone minorenni in una condizione di dipendenza, maggiore vulnerabilità e subordinazione nei confronti degli adulti. Tale condizione pone in secondo piano l’agency, l’autodeterminazione e il riconoscimento delle persone minorenni come attrici sociali e titolari di diritti. È proprio per colmare tale lacuna che, a partire da un cambiamento culturale promosso dal sapere pedagogico (Macinai, 2013), nasce la UNCRC. Quest’ultima, in continuità con la UDHR, è animata da un intento universalistico, esplicitato in particolare nell’Articolo 1, che stabilisce che tutti i diritti sanciti dalla Convenzione si applicano a ogni persona di età inferiore ai 18 anni. Questo approccio è spesso incentrato esclusivamente sulla dimensione dell’età (Frödén e Quennerstedt, 2020), e rischia, di conseguenza, di appiattire e uniformare tutte le esperienze delle persone minorenni, trascurando le molteplici differenze che attraversano l’infanzia o, meglio, le infanzie: contesti geografici e socioculturali, identità di genere e sessuali, caratteristiche corporee, differenti abilità fisiche e modalità di funzionamento cognitivo. Il rischio di tale prospettiva è quello di alimentare – anche attraverso discorsi e pratiche educative – ciò che viene definito il mito del bambino universale (Davis e Marsh, 2022): un’immagine omologata dell’infanzia che oscura culture e soggettività non egemoniche, impedendo la piena tutela dei diritti in presenza di altre strutture di oppressione. Parlare di infanzie al plurale, in questo contesto, non è una semplice scelta linguistica, ma un atto epistemologico e politico che rompe con l’illusione di neutralità e universalità. Significa riconoscere che non esiste un’infanzia disincarnata e omogenea, ma solo esperienze molteplici, situate e profondamente interconnesse con rapporti di potere. In tal senso, l’infanzia cessa di essere uno stadio naturale dello sviluppo umano per divenire una costruzione culturale, istituzionale e storicamente determinata e, quindi, plurale. In questo quadro, le pratiche educative non sono mai neutre: esse costituiscono spazi di costruzione, ma anche di resistenza (hooks, 1984). Se da un lato possono agire come strumenti di riproduzione delle gerarchie sociali, dall’altro possono trasformarsi in luoghi di rottura, in cui si interrogano le norme egemoniche. Per costruire giustizia sociale e eguaglianza, e per contrastare le molteplici forme di oppressione, è necessario allora interrogarsi sugli effetti reali che una visione universalistica dei diritti può avere sulle pratiche educative e sui processi di costruzione del significato delle infanzie. Questo richiede un’analisi critica che consideri se, e in che modo, le diverse strutture di potere – in relazione con l’adultismo – generino ulteriori effetti discriminatori e siano effettivamente considerate nell’attuazione e nel monitoraggio dei diritti sanciti dalla Convenzione. Per le ragioni qui esposte, i discorsi giuridici e pedagogici fondati sulla prospettiva dei diritti stanno iniziando a intrecciarsi con approcci critici come l’intersezionalità, che analizza l’interazione tra diverse forme di oppressione (genere, razza, classe, disabilità ecc.) e come esse si rafforzino reciprocamente (Frödén e Quennerstedt, 2020); gli studi di genere, che esplorano le costruzioni sociali e culturali dei generi e le relative implicazioni in termini di potere e disuguaglianze (De Greave, 2015); le teorie queer, che decostruiscono le diverse forme di normatività e binarismo, in particolare quelle legate ai sessi, ai generi e agli orientamenti sessuali (Joosten, 2024); gli studi post-coloniali e decoloniali, che denunciano l’eredità coloniale – occidentale e eurocentrica –, nelle strutture di potere e sapere e nelle rappresentazioni socio-culturali, proponendo pratiche epistemiche alternative (Faulkner e Nyamutata, 2020); i disability studies, che superano l’approccio medico e patologizzante sulla disabilità, interpretandola come costruzione culturale, sociale e politica (Jones, 2000).

In conclusione, è necessario adottare uno sguardo complesso, critico e radicato nei margini della società, intesi come “spazio di possibilità e apertura radicale” (hooks, 1984, p. 72), per contrastare le strutture di potere che limitano i diritti dei corpi e delle soggettività che sfuggono alla comprensione universalista di umanità e di infanzia.

PER APPROFONDIRE

Davis J., Marsh N., “The Myth of the Universal Child”, in D. Holmes (a cura di), Safeguarding Young People. Risk, Rights, Resilience and Relationships, Londra, Jessica Kingsley Publisher, 2022, pp. 111-128.

Faulker E.A., Nyamutata C., The Decolonisation of Children’s Rights and the Colonial Contours of the Convention on the Rights of the Child, in “The International Journal of Children’s Rights”, 28(1), 2020, pp. 66-88.

Frödén S., Quennerstedt A., The child as a gendered rights holder, in “Childhood”, 27(2), 2020, pp. 143-157.

De Greave K., “Children’s Rights from a Gender Studies Perspective: Gender, Intersectionality and Ethics of Care”, in W. Vandenhole, E. Desmet, D. Reynaert, S. Lembrechts (a cura di), Routledge International Handbook of Children’s Rights Studies, Londra, Routledge, 2015, pp. 147-163.

Hall S., Panoptical Time, Cissexism, and Heterosexism. How to Discourses of Adultism Discipline Queer and Trans Youth, in “Feminist Formations”, 33(2), 2021, pp. 283-312. hooks b., Feminist Theory. From Margin to Center, Boston (MA), South End Press, 1984.

Jones H., Disabled Children’s Rights and the UN Convention on the Rights of the Child, in “Disability Studies Quarterly”, 20(4), 2000. Joosten F., Queering children’s rights: a critical queer analysis of the UNCRC, in “Journal of Social Welfare and Family Law”, 46(2), 2024, pp. 208-225.

Macinai E., Pedagogia e diritti dei bambini. Uno sguardo storico, Roma, Carrocci, 2013.

Rajah J.K., Queer (In)Human Rights: The (Re)Production of Queer Subjectivity in International Human Rights Discourse, in “SSRN Electronic Journal”, November, 2018.

United Nations, Convention on the Rights of the Child, New York, Department of Public Information, United Nations, 1989.

UN General Assembly, Universal Declaration of Human Rights, Resolution 217 A (III), 1943.

 

 

 

Simone Colli Vignarelli, Dottorando, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Elisabetta Biffi, professoressa di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Chiara Carla Montà, ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

L’incontro con la luce sollecita nei bambini e nelle bambine un processo esplorativo semplice, ma minuzioso, catturando l’attenzione di ognuno e ognuna in modi differenti. La luce, infatti, è un elemento in grado di mutare, variare e alterare percezioni, sensazioni e prospettive: poterci entrare in relazione è un’occasione leggera e intima per esercitare punti di vista.

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