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AVER CURA
Pratiche artistiche di cura
Rallentare il tempo e cucire legami
Sara Quadrelli e Anna Raimondi
Educatrici, asilo nido comunale I Cuccioli, Viterbo Sara Basta Artista
Abstract
L’articolo si propone di evidenziare la collaborazione tra le educatrici e i genitori, guidati da un’artista che, nel suo percorso di ricerca, si è concentrata sulle dinamiche relazionali e sulle pratiche di cura che intercorrono tra persone all’interno di contesti privati e pubblici. Il lavoro che l’artista ha proposto è stato impostato come laboratorio esperienziale e ha avuto il suo culmine nella realizzazione di un manufatto: il Manifesto della Cura, che riassume la visione e l’interpretazione di ogni partecipante.
Parole chiave
Cura, legami, relazioni, arte, narrazione
Contatti
saraquadrelli@live.it
Le immagini che accompagnano l’articolo sono dei nidi e delle scuole dell’infanzia del Comune di Correggio (RE)
"Lungo alcune strade si incontrano giardini involontari: li ha creati la natura. Non danno l’impressione di essere selvatici e tuttavia lo sono. Un indizio, un fiore particolare, un colore vivo, li distingue dal paesaggio circostante”
Gilles Clément, 1991
“All’interno di un servizio educativo si può educare solamente a partire dalla costruzione di un rapporto di ascolto, dialogo, e alleanza con le famiglie” (MI, 2022, p. 23). “Le famiglie sono portatrici di risorse che vanno riconosciute e valorizzate, per far crescere una solida rete di scambi comunicativi e di responsabilità condivise” (ivi, p. 26). “Partecipare al servizio educativo come genitori porta a sviluppare relazioni sempre più significative con altri genitori e diventare parte di un gruppo coeso” (ivi, p. 27). Queste premesse ci aiutano a mettere a fuoco in modo chiaro l’obiettivo che da alcuni anni il nido I Cuccioli di Viterbo si propone credendo nel profondo valore della relazione con le famiglie e impegnandosi quindi nella ricerca di strategie e di modalità per il loro coinvolgimento. Il contributo che presentiamo si sviluppa intorno all’esperienza di un intero anno educativo, a partire da una proposta di Sara Basta. L’artista, nel suo percorso di ricerca, ha concentrato la sua attenzione sulle dinamiche relazionali tra le persone all’interno di contesti comunitari e sulle pratiche di cura come gesti capaci di accogliere e far incontrare i membri di un gruppo con lo scopo di far emergere narrative comuni. Negli ultimi trent’anni l’arte contemporanea si è occupata di temi quali l’identità, l’integrazione, la globalità di linguaggi e le diversità culturali tra comunità e si assiste così alla nascita di progetti in cui gli artisti aprono la propria ricerca al lavoro di gruppo mettendo in atto processi dialogici denominati “arte pubblica”, o “arte partecipata”. Il progetto proposto ha proprio questo obiettivo: sondare i rapporti tra le persone e attivare forme di interazione che possano generare pratiche di vicinanza e momenti di confronto discorsivo, partecipato tra i membri di un gruppo attorno a un tema che in questo caso si concentra sulle relazioni di cura. Il primo momento del progetto ha previsto appuntamenti d’incontro tra educatrici e famiglie frequentanti il nido; incontri dove conoscersi e dialogare, raccontarsi ed esprimere le proprie idee a proposito del tema proposto. Per rompere la barriera inibitoria dei partecipanti l’artista si racconta in prima persona parlando di sé e tracciando attorno al gruppo un perimetro sicuro, che genera empatia e favorisce lo scambio tra i soggetti. Nel secondo momento, si è entrati nel vivo delle sessioni laboratoriali con l’utilizzo di diversi linguaggi dedicati al disegno alla pittura e al cucito, nel tentativo di tradurre i pensieri e le parole espresse nei precedenti incontri in forma artistica. La modalità laboratoriale, esperienziale proposta dall’artista è conosciuta dalle educatrici sia come possibilità nel lavoro con i bambini e le bambine sia con i genitori del nido e prende ispirazione dal pensiero di grandi maestri come Loris Malaguzzi (Edwards, Gandini e Forman, 2017; Restelli, 2002).
Il laboratorio è il luogo privilegiato del pensare e del fare; del capire e dello sperimentare. Qui si fa ginnastica mentale e si costruisce il sapere; è un luogo di incontro, di sperimentazione, di scoperta e di formazione. È uno spazio generativo e autogenerativo, all’interno del quale ogni partecipante può dare il proprio contributo con originalità e creatività. La domanda che ha animato la proposta è stata: in che modo l’arte può prendersi cura della comunità? E come, attraverso l’arte, la comunità può indagare il tema dei legami, delle relazioni e della cura reciproca? Il progetto ha previsto incontri settimanali tra famiglie e educatrici, per riflettere insieme attorno all’argomento suggerito da Sara, in questo caso le relazioni di cura. “La cura e quel qualcosa tra cognizione e passione che è seguita da un fare, si conclude nell’azione. Curarsi di qualcosa significa essere attenti e allo stesso tempo essere pronti a fare, passare cioè all’azione” (Colombo, Cocever e Bianchi, 2004, p. 18). Durante gli incontri i partecipanti hanno dialogato, scambiandosi idee e racconti di vissuti, e con il tempo hanno iniziato a vivere lo spazio destinato agli incontri in modo familiare e conviviale. Il laboratorio artistico è diventato il luogo dove intraprendere “viaggi di consapevolezza con linguaggi artistici”. Dopo la fase iniziale, dedicata all’incontro tra i partecipanti e al confronto sul tema, l’artista ha proposto un’esperienza di osservazione di immagini rappresentanti la natura nelle sue diverse manifestazioni, riconducibili simbolicamente al tema proposto: radici di alberi che si intrecciano, torrenti, cascate d’acqua, semi e germogli. L’invito è stato quello di osservare con uno sguardo attento, rintracciando non solo una risonanza emotiva ma i dettagli e le sfumature che avevano catturato l’attenzione, raccontandone poi le ragioni. Le immagini raffiguranti gli elementi naturali sono state scelte dai partecipanti che hanno poi condiviso con il gruppo motivazioni e suggestioni. Il lavoro proposto ha stimolato il gruppo all’osservazione e ha portato a riflettere sulla necessità di educare lo sguardo per imparare a “vedere oltre ciò che appare”.
Balducci e Pironi mettono in connessione la radice etimologica fra l’osservazione e la cura: “dal latino observare, serbare significa, innanzitutto, conservare, custodire, prendersi cura di, e farlo, ob, verso, in direzione di qualcuno. L’osservazione mette dunque in gioco una dinamica di incontro e di avvicinamento fra due realtà, una delle quali è chiama a prendersi cura dell’altra: non vi è osservazione senza cura, anzi l’osservazione è già una forma di cura” (Balducci e Pironi, 2017, p. 27). L’artista ha poi chiesto a ognuno di prendersi del tempo per ascoltare i propri pensieri e il proprio stato d’animo e, in silenzio, realizzare un disegno o un dipinto capace di raccontarli. È stato sorprendente come la scelta delle immagini e dei disegni abbia saputo tradurre, attraverso colori, forme e figure, gli stati emotivi dei partecipanti. Erving Polster, noto psicologo, attribuisce al racconto un potere curativo: “Raccontare/si ci rende protagonisti della nostra vita” (Polster, 1988, p. 94), Polster nella sua ricerca si è domandato come, e se, la bellezza di una composizione naturale potesse farci da specchio, se è possibile che attraverso la natura si traccino percorsi che ci restituiscono un pezzetto di noi definendo il nostro modo di stare nel mondo. “La natura come specchio dell’animo umano” (ibidem). In questa prima fase, dedicata allo scambio tra partecipanti di una narrazione personale, intima, in uno spazio protetto, contenuto fisicamente ed emotivamente, ognuno ha portato i propri ricordi, i propri vissuti, le proprie riflessioni sul concetto di cura, di rispetto, sul valore dell’accoglienza, sulle proprie radici di provenienza, sulla propria infanzia, sulle proprie tradizioni culturali. Ciò ha permesso la messa a fuoco di valori di convivenza universali come l’ascolto reciproco, il silenzio, il rispetto, il valore del tempo lento, lo spazio, la qualità dello stare insieme in una relazione empatica. La fiducia nel sentirsi rispettati ha liberato i partecipanti permettendo di incontrarsi, riconoscersi e raccontarsi. Nel tempo il percorso ha consentito di uscire da una visione individualista aprendosi concretamente al valore dell’accoglienza.
È stato possibile ricondurre poi i temi rintracciati alla vita al nido come luogo privilegiato dove indagare il mondo delle relazioni. Una trasposizione che ha dato senso e significato ai vissuti quotidiani all’interno del nido e un valore nuovo ai legami che giorno per giorno si tessono tra i genitori e gli educatori, senza confondere i ruoli, ma anzi, mantenendo e definendo confini rispettosi. Il laboratorio ha dato l’opportunità di conoscersi sovvertendo i ruoli generalmente predeterminati e di iniziare insieme un processo di consapevolezza sul ruolo genitoriale e sul valore del nido come luogo di crescita per tutti: bambine, bambini e genitori. Successivamente Sara ha proposto di ripensare al percorso fatto e di individuare una parola chiave che potesse riassumere per ciascun membro del gruppo il tema centrale di tutta l’esperienza: relazioni di cura. Ogni parola è stata dapprima cucita su un piccolo pezzo di tessuto, successivamente, è stata riportata su uno scampolo comune, appeso poi in sezione. Attraverso un gesto artistico si è realizzata un’opera in grado di raccogliere il pensiero di ognuno in un unico manufatto. Tessere con ago e filo ha simbolicamente permesso di legare e cucire relazioni. Cucire collettivamente è un’operazione quasi meditativa per la sua ripetitività gestuale, che tiene i corpi in un medesimo spazio, uno accanto all’altro, sollecitando occasioni di dialogo spontaneo. Il ricamo è un legame emotivo in quanto le forme e le parole che vengono cucite su tessuto sono frutto di una narrazione condivisa. Si è trattato di un lavoro intenso, comunitario, che è riuscito a tessere insieme luoghi, relazioni e storie e che è riuscito ad attivare narrazioni circolari in grado di cucire la storia tra arte e vita. L’artista a conclusione del progetto ha raccontato: “Dal mio punto di vista, quest’esperienza è stata ricchissima. Mi ha permesso di osservare come l’arte possa essere concretamente uno strumento a disposizione di una comunità, una possibilità di entrare in relazione, di agire trasformazioni. Un processo artistico può aiutare ad aprire un dialogo, a entrare in contesti diversificati e a riflettere le singole esperienze, dandogli la possibilità di riverberare nelle storie delle altre e degli altri. Dare forma ai propri pensieri attraverso il dispiegarsi di immagini, che si materializzano ogni volta in maniera imprevista, trovandone il senso nella reciprocità”.
1 ECEC: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education and Care. 2 Tale abbreviazione indica la traduzione a cura dell’autrice.
3 ECE: abbreviazione in lingua inglese di Early Childhood Education.
BIBLIOGRAFIA
Balduzzi L., Pironi T. (a cura di), L’osservazione al nido. Una lente a più dimensioni per educare lo sguardo, Milano, FrancoAngeli, 2017.
Colombo G., Cocever E., Bianchi L., Lavoro di cura. Come si impara, come si insegna, Roma, Carocci, 2004.
Edwards C., Gandini L., Forman G. (a cura di), I cento linguaggi dei bambin. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2017.
Mi, Orientamenti Nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, 2022.
Polster E., Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Roma, Astrolabio, 1988.
Restelli B., Giocare con tatto. Per una educazione plurisensoriale secondo il metodo Bruno Munari, Milano, FrancoAngeli, 2002.
Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano.
CIAO ALESSIA, HARMAN, SOFIA -PABLO