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INCONTRI CON IL VIVENTE

Stefano Sturloni

Piantaggine maggiore

La forza dell’umiltà

Prati, sentieri, viottoli, selciati… ovunque vi sia transito di pedoni, c’è da scommettere che lei non manca. Il riferimento è alla Piantaggine maggiore, vera e propria regina umile del calpestio. Guarda caso, il nome stesso che porta ha a che fare con i piedi, e non soltanto per via dell’etimo, che associa la forma appiattita della foglia all’anatomia plantare. I nativi americani, ad esempio, correlavano la sua diffusione alla presenza dell’uomo bianco, tanto da chiamarla White man’s foot: ovunque i pionieri si spingessero, eccola apparire. Tutta colpa delle loro belle scarpe suolate, a cui i semi della Piantaggine, resi appiccicosi dall’umidità, rimanevano facilmente attaccati. Sarà anche per questa predisposizione al viaggio che è diventata quasi cosmopolita. Un’altra ragione del suo successo sui suoli disturbati è dovuta alla resilienza delle foglie, che sono dotate di una nervatura particolarmente robusta. Ma sia chiaro, la nostra Piantaggine non ha scelto di stare dove la pestano perché disdegna dimore più confortevoli, semplicemente si è adattata a prosperare in ambienti meno ambiti dalle altre specie, e dunque soggetti a una pressione competitiva minore. Procediamo partendo dall’osservazione di una pianta completa di tutti i suoi apparati. Quello che si nota al primo sguardo è una rosetta di foglie basali, generalmente appressate a terra e disposte secondo una simmetria radiale e spiralata. La forma delle lamine è largamente ovale e si assottiglia in un picciolo concavo superiormente e alato verso il basso che inguaina il rizoma, favorendo la percolazione della rugiada e della pioggia verso l’apparato radicale. Il margine delle foglie è intero o leggermente dentato soprattutto nella metà inferiore e la loro dimensione può raggiungere i 12 centimetri di lunghezza. Dal cuore della rosetta, partono uno o più assi fiorali del tutto privi di foglie e definiti scapi; il loro aspetto è lineare, eretto, talora curvo alla base. Sono inoltre rigidi, angolosi, spesso pubescenti e s’innalzano fino a una trentina di centimetri, terminando con un’infiorescenza a forma di spiga, stretta e cilindrica, di color verde-ruggine, che può sfiorare i 12 centimetri di sviluppo. I numerosi fiori ermafroditi che vi si accalcano sono minuscoli, privi di peduncolo e tutt’altro che suadenti; del resto, non hanno necessità di richiamare qualche volenteroso pronubo, perché affidano i granuli pollinici al vento. Per comprendere meglio le fattezze dei fiori bisogna servirsi di una buona lente, si vedrà così che dispongono di brattee ovali, verdi, che coprono parzialmente un calice costituito da 4 sepali saldati tra loro inferiormente. La corolla si divide alla

“È il milite più audace delle piante che crescono nella strada, perché si porta fin sotto il nostro passo. La si trova dappertutto e la si riconosce facilmente per le caratteristiche spighe bruno-verdastre, corte, rigide, dritte come candeline piantate nel terreno”

Pierina Boranga, 19551

I nervi affioranti da uno strappo del picciolo

Piantaggine maggiore: Plantago major Famiglia: Piantaginacee dal latino planta = orma, piede, e ager = terra, per la forma delle foglie rasenti il suolo; dal latino major, come magnus = maggiore, più grande rispetto alle altre specie.

“Queste foglie hanno le righe, che sono le sue vene” “Guarda, se la spezzi vengono fuori!” “Io l’ho vista anche a casa mia questa pianta, sul marciapiede” “Ha un gambetto dritto: è quello dei fiorellini...

Pierina Boranga, 19551

fauce in 4 lobi biancastri, pergamenacei e acuti, lunghi poco meno di 1 mm. I filamenti degli stami sporgono dalla corolla di un paio di millimetri esponendo alle brezze antere roseo-brune. Il frutto è una capsula che si apre trasversalmente (pissidio) liberando da 4 a 30 semi bruno-giallastri, rugosi, con il lato interno piano e rigonfi di mucillagini apprezzate dalle formiche e, come abbiamo anticipato, utili alla dispersione del seme anche grazie alla loro viscosità. Indirizzando l’attenzione sulle foglie, che permangono sul terreno tutto l’anno, si comprende immediatamente a cosa facciano affidamento per resistere a suole e copertoni. La lamina, infatti, risulta leggermente coriacea, ondulata e dotata di 5-9 nervi evidenti che corrono paralleli al margine. È la loro elastica presenza a garantire tenuta alla foglia, mantenendo vitale la pianta anche qualora le foglie fossero parzialmente lacerate. Strappando la lamina in prossimità del picciolo i nervi vengono allo scoperto mostrandosi lisci e bianchi. A quel punto si possono sfilare interi e, a dimostrazione della loro tenacia, annodare come fossero sottili cordini. Nota ai cultori dei rimedi naturali, la Piantaggine maggiore è edule e officinale, con proprietà diuretiche, astringenti, espettoranti, cicatrizzanti, lenitive. Le foglie fresche infilate nelle scarpe curano le vesciche dei camminatori, e oltre a finire nei nostri piatti in insalate rinfrescanti, sono gradite a uccelli, bruchi, conigli e ungulati.

1 P. Boranga, La natura e il fanciullo. Parte seconda. La strada, Torino, Paravia, 1955.

“MI SONO SVEGLIATO PRESTISSIMO! ED È STATO BELLO. HO DETTO: “TATA, CE L’HO FATTA!”, PENSAVO DI NON FARCELA. ERO VICINO A GABRI!”

Grafiche e parole di bambine e bambini di 5 anni della scuola comunale dell’infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia © Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia © Sulle fotografie Stefano Sturlon

Stefano Sturloni, formatore e naturalista, già atelierista delle Scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Brasil, Ministério da Educação.  Base Nacional Comum Curricular, Brasília, MEC, 2018.

Freire P., Pedagogia da Esperança: um reencontro com a Pedagogia do Oprimido, São Paulo, Paz & Terra, 2020.

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Oliveira-Formosinho J.; Kishimoto T., Pinazza M., Pedagogia(s) da infância: dialogando com o passado, construindo o futuro, Porto Alegre, Penso, 2007.

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Dahlberg G., Moss P., “Introduzione”, in C. Rinaldi, In dialogo con Reggio Emilia. Ascoltare, ricercare e apprendere, Reggio Emilia, Reggio Children, 2009.

Tonucci F., Con gli occhi del bambino, Firenze, La Nuova Italia, 1989.

DOMANDE GENERATIVE

“Ascoltare” senza affrettarsi a interpretare e inquadrare le parole è frutto di un allenamento molto complesso. Nella vostra scuola condividete collegialmente pratiche sistemiche di raccolta e accoglienza del fluire dei pensieri della classe e dei singoli? Se no, per quali motivi? Se sì, come utilizzate il patrimonio di conoscenze che ne deriva? Laddove emerge una forte spinta a ricreare una casa-rifugio è necessario lavorare per la creazione di una scuola-rifugio? Se sì, come procedere? Che valore diamo alle metafore che emergono durante un ragionamento? Che cosa possiamo apprendere, ascoltandole, sulla formulazione delle idee?

Francesca Romana Grasso

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