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IN-COMPRENSIONI
Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini
Per cena
Lo fa in maniera sottile: è per questo che non ho mai la prontezza di rispondere. Ma prima o poi ce la farò.
Ieri sera, per esempio. Entra come fa sempre, come madre Maria Goretti, affaticata dall’enorme borsone blu che porta con sé. Improvvisamente, Ginevra e Luca, i miei figli gemelli che sono stati piagnucolosi tutto il giorno, sembrano stare benissimo e le corrono incontro a braccia aperte: “Ciao, nonna!”.
Mia suocera per loro, per fortuna, ha un sorriso, a me invece, mostra uno sguardo affranto. Non capisco se per la sua vita, se per essere venuta fin qui con quel borsone sulle spalle, se perché è arrabbiata per qualcosa, se perché le tocca stare qualche minuto con me.
“Dove lo metto?”, chiede, facendosi scivolare il borsone dalla spalla.
“Lascialo pure sul divano.”
“Sono tutte cose stirate, magari è meglio metterle nell’armadio, così non si sciupano, che dici?”
“Mattia dovrebbe tornare tra poco, quando arriva lo farà.”
“Poverino, sarà stanco… Vabbè, faccio io”, dice lei grugnendo e iniziando a estrarre dalla borsa magliette e calzini, recandosi nella nostra camera da letto, dove, inutile dirlo, noterà che le lenzuola sono in disordine.
Per forza, allora, mi tocca aiutarla.
“Dammi pure i calzini, grazie. Il pigiama va lì. La camicia nell’armadio. Grazie, grazie, grazie.”
Mi sembra assurdo che mio marito si faccia ancora lavare la biancheria da sua madre, che, quando viene a tenere i bambini, fruga di soppiatto nel cesto della roba sporca, sperando in realtà che io la noti, la lodi, la ringrazi o la dissuada. Non faccio nulla di questo, col risultato che la biancheria, però, ora mi tocca metterla via.
Le offro un caffè. Intanto Ginevra, mia figlia, le porta anche il suo, di caffè, accompagnato da un biscottino di legno.
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
“Mmmm buono, grazie Princi”, dice. Respiro ancora. “Perché Princi?”. “E come dovrei chiamarla?”. Ginevra inavvertitamente fa un rutto.
“Scaricatore di porto”, le dico.
Luca, invece, guarda dentro al borsone. Già a 2 anni conosce quella vecchia volpe di sua nonna. E infatti, come da copione, lei esordisce:
“La nonna vi ha portato un regalino!”, ed ecco che dal fondo del sacco estrae due pacchetti. I miei figli li scartano alla velocità della luce. Per Luca un bel camion dei pompieri e per Ginevra un bel set da cucina. Stavolta sushi. Di legno, fatto anche bene: gambero, orata, salmone. Apprezzo la creatività, almeno.
“Come va il lavoro di Mattia?”, mi fa allora lei.
“Lo vedo sempre così sopraffatto e stanco, poverino.” Dentro di me cerco una risposta che non sia
“Ma perché non lo chiedi a lui”, ma so che è una battaglia persa. Le dico allora:
“Il suo non lo so, ma io ho il secondo colloquio venerdì in uno show room in cui mi piacerebbe lavorare. Speriamo.”
“Ah. Bene. E che orari faresti?”.
“Dal martedì alla domenica, 10-19”.
“E come farete?”, mi chiede con lo sguardo vitreo.
“Come fanno tutti” le rispondo, quando vorrei invece dirle che forse non si è accorta che non siamo una generazione in cui può lavorare una persona sola, che anche io ho il diritto, ma oltre il diritto anche il piacere, di provare a fare un lavoro che mi piace, sperando di guadagnare un po’ di più che coi miei lavoretti da freelance.
Mi sento un’aliena e mi chiedo se questa questione del patriarcato sarà mai superata. Mi rispondo: non lo è, non lo è neanche per la mia generazione, che è quella che si dà da fare perché nelle istituzioni ci sia un bagno per chi non si riconosce in nessun genere. Mi sembra una malattia che passa da generazione in generazione, da padre in figlio, da padre in figlia, da madre in figlio e figlia. Che anche le coppie di fratelli, non riescono a liquidare. Una specie di cappa che si impossessa delle nostre esistenze e che ci inchioda nei ruoli. Che fa in modo che i maschi vengano trattati così e le femmine cosà, che loro siano per la prima metà dell’esistenza patatoni, e per l’altra i salvatori della patria, mentre le femmine più sgamate e furbe ma comunque sempre accudenti, o accudite in maniera sbagliata.
Forse l’unica cosa che si possa fare è una lentissima cura omeopatica, ovvero annacquare di passaggio in passaggio questi dettami rigidi, che inchiodano al suolo ancora e prima di tutto noi donne. Eppure, mia suocera ha fatto il ’68 ed è senz’altro una persona intelligente. Mi chiedo, cosa e chi l’ha ridotta così? Farò lo stesso io con Luca e Ginevra?
“Beh, allora esco”, le dico.
“Dove vai che non mi ricordo?”
“Al nido, le educatrici di Luca e Ginevra hanno organizzato un incontro sugli stereotipi di genere.”
Mi guarda con occhi interrogativi. Visto che il pomeriggio è già iniziato male tra di noi, e io sono di pessimo umore e non ho poi molto da perdere, visto che tra un istante me ne andrò, infierisco:
“Penso che vogliano far ragionare noi genitori sul fatto che anche inconsapevolmente indirizziamo i comportamenti dei nostri figli, per esempio facendoli giocare con determinati giochi, o vestendoli in un determinato modo, che ne so, regalando ai maschi camion e macchinine e alle femmine…”.
“Certo, del sushi! Figurati se ne facevo una giusta” mi rimbrotta lei rimanendoci male.
“Dai non prendertela – le dico – Anzi grazie per essere venuta a salvarmi dai due mostri. Vado.”
Ma in macchina sono io a prendermela. Con me stessa. Con il fatto che non mi sento mai abbastanza. Abbastanza brava a fare la madre. Abbastanza brava a trovarmi un lavoro pagato meglio. La verità è che sono sfinita, perché stare a casa con loro malati tutto il giorno da una settimana non è facile, sono lagnosi e richiedenti e io mi sento sola come un cane, andrei da qualsiasi parte per chiacchierare con qualcuno, anche per l’appunto al nido.
Arrivo un po’ in ritardo e la riunione è già iniziata. Le educatrici stanno mostrando un video di un esperimento fatto in un paese anglosassone. Hanno vestito un bambino di un anno completamente di rosa e una bambina della stessa età completamente di azzurro. Quindi li hanno posizionati uno alla volta su un materasso pieno di giochi e hanno chiesto all’educatrice di interagire e giocare con loro. Il video mostra che istintivamente, con il bambino vestito da bambina, l’educatrice ha fatto giochi più di cura, porgendole una bambolina, facendo finta di mangiare la pappa. Con il “finto” maschio, invece, sono stati fatti giochi più motori.
Tra noi genitori parte il dibattito e finalmente mi sembra di respirare un po’ di aria fresca. Forse i miei figli, che frequentano questo nido, sono salvi. E io, mi salverò? Sono ancora in tempo a salvarmi?
Torno a casa prima di Mattia. Saluto mia suocera, che mi sembra ben contenta di andarsene perché i bambini hanno sfiancato pure lei, e propongo ai gemelli uno scherzo. Loro mi guardano perplessi senza capire il senso, ma contenti che la loro mamma giochi con loro. Luca lo travesto da femmina e Ginevra da maschio, invertendogli i vestiti. Nel mio caso si tratta per l’appunto di uno scherzo e non di un esperimento, perché Ginevra e Luca, essendo eterozigoti, non si assomigliano un granché, ma sono estremamente curiosa nel vedere la reazione del loro padre.
Mattia torna, rivolge a me un ciao stanco e un ciao più sonante ai gemelli. Ha l’aria stravolta di chi lavora solo lui. Luca gli va incontro, ballonzolando nella sua gonnellina rossa.
“Ciao Luca! Ma come ti ha vestito la mamma? Beati voi che siete stati a casa a divertirvi e che avete il tempo di giocare a ’ste cose”, dice.
“Io sono morto di stanchezza.”
“Già, per voi in miniera è dura”, bofonchio, guardandolo con lo stesso rancore con cui ho guardato sua madre, perché, inutile precisarlo, Mattia non lavora in miniera. Lo guardo giocare.
“Che mangiamo stasera?”, mi dice. Gli porgo il sushi di legno ridendo. Ridacchia pure lui. Allora io lo sovrasto e rido, sonoramente. Ma è un riso nervoso.
Le immagini si riferiscono ai servizi educativi della cooperativa Il Mosaico Servizi (Lo)
1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.
2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.
Daniela Mainetti, consulente pedagogica e formatrice.
Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini, pedagogiste e formatrici.
© Chiara Dal Maso
Un giardino può essere un luogo di meraviglia quotidiana, dove i bambini possono apprezzare la natura e lo spazio aperto, osservare la vita animale e vegetale, costruire percorsi, improvvisare giochi e assistere ai cambiamenti stagionali.
Offre semi, frutti, foglie, gusci che vanno ad arricchire i piccoli musei naturali allestiti nelle sezioni, spunto per ricerche che proseguono anche all’interno.
È presenza onnipresente, visibile dalle ampie finestre delle sezioni, anche a tende chiuse, teatro di ombre che raccontano un dialogo vivo.
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.