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Le parole dell’educazione

Parola

Vera Gheno – Sociolinguista, Università di Firenze



“Le parole sono importanti!”: probabilmente, una delle citazioni più usate – e abusate – oggigiorno in Italia. Il riferimento è alla famosa scena del film Caro Diario, in cui il personaggio interpretato da Nanni Moretti schiaffeggia la giornalista, rea di avere infarcito di anglismi e di plastismi (cioè, parole consumate dal troppo uso) il suo eloquio. Ed è indubbiamente vero: le parole sono importanti; forse, però, non esattamente nella maniera intesa da molte persone. Intanto, è diffusa la convinzione che esistano parole belle e parole brutte, parole da usare e parole da evitare; che la ripetizione sia il male, e che sia doveroso ricercare la variatio a ogni costo; altrettanto comune è l’idea, se vogliamo di segno opposto, che fare attenzione alle parole rappresenti una sorta di elitismo culturale, perché, si sa, sono i fatti a contare. In questa oscillazione tra l’estremo del formalismo lessicale a scopo performativo, magari anche con la creazione di liste di proscrizione linguistiche, e quello del whateverismo, occorre forse fermare il pendolo in una posizione intermedia, che risolva, per quanto possibile, tale polarizzazione, tutto sommato innecessaria. 

Intanto, ricordiamo un aspetto importante: il patrimonio lessicale di una lingua di alta cultura come l’italiano si aggira tra le trecentomila e il milione di unità; in compenso, nella nostra vita di tutti i giorni, tendiamo a rifugiarci in un gruppo molto più ristretto di meno di settemila parole, che bastano e avanzano per supplire alle nostre esigenze linguistiche di base. Tra questi due numeri, c’è una prateria sconfinata di parole più o meno note, più o meno utili, più o meno specialistiche; più ne conosciamo, più saremo in grado di esprimere le sfumature del nostro pensiero. Considerando che non esiste un tetto massimo di capienza linguistica nel nostro cervello, è facile comprendere che la competenza lessicale è un esempio da manuale di lifelong learning: non conosceremo mai tutte le parole di una lingua (o di più lingue), ma non ne conosceremo nemmeno mai abbastanza, perché la parte ancora da esplorare del lessico sarà sempre maggiore di quella già nota. 

Forse è proprio in questa ottica che bisogna rivedere il senso della frase morettiana: la cosa davvero rilevante, a mio avviso, è saper scegliere, tra le (si spera) molte parole a disposizione, quelle più adeguate al contesto, agli interlocutori, alle intenzioni comunicative, senza escluderne a priori alcuna. In quest’ottica, infatti, non esiste parola che non possa essere quella giusta in una determinata occasione – anche quella apparentemente brutta, cacofonica, violenta, sordida. Non c’è nulla di elitista nel maneggiare la lingua con perizia: è una competenza che, in condizioni normali, è alla portata della maggior parte delle persone, e il cui affinamento porta molti benefici, non solo in termini di… voti a scuola, ma di miglioramento della qualità della vita stessa. In fondo, siamo animali narranti e narrati, per i quali la competenza della parola è centrale e definente. Come fare per portare questo tipo di visione a scuola? Per quanto mi riguarda, seguendo le orme e l’ispirazione del maestro Tullio De Mauro, penso che sarebbe necessario fare più formazione metalinguistica, sin dalla più tenera età: stimolare le giovani menti a ragionare su che cosa sia una lingua, come si formi e si modifichi la norma, come si creino le parole, a cosa serva parlare, quanto sia delicato e complesso il meccanismo alla base del lógos, ma soprattutto, quanto sia sbagliato dare questa capacità, questo dono, per scontato. Troppo spesso, in tutti gli ordini scolastici, si predilige una formazione tecnica, pratica sulla lingua: morfologia, sintassi, analisi grammaticale, analisi logica, ortografia, definizione chiara e apodittica dell’errore. Forse, tutto questo bastava nella lunga fase emergenziale che il nostro Paese ha vissuto, dal punto di vista dell’insegnamento linguistico, dall’Unità in poi; ma adesso, con il progressivo e sempre più veloce complessificarsi della nostra realtà, della società, di noi stessi come individui parte di tale società, il pensiero metalinguistico non può più essere una competenza di pochi, ma dovrebbe diventare parte integrante della vita di ogni bambino. Abbiamo bisogno di farci più domande sulla lingua, piuttosto che limitarci a dare risposte. 

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

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