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IN-COMPRENSIONI

Osservare nella e per la relazione

di Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini
Alla chiusura di ogni anno educativo ci si incontra come gruppo di lavoro per verificare quello che ci sembra essere stato efficace e che ci sembra aver funzionato, e per provare a individuare quel-le attenzioni e quelle cautele da tenere presenti perché qualcosa non è andato così come era sta-to ipotizzato.

Ogni anno, quando i servizi e le scuole chiudono per le vacanze estive, arriva il momento dei bilanci: si mettono a fuoco quelli che dovrebbero essere gli oggetti di lavoro dell’anno successivo e, tra gli elementi che sollecitano la verifica e la valutazio-ne, sicuramente c’è la relazione con le famiglie. Si tratta di un tema sempre centrale, sia che si tratti degli incontri che conducono ai saluti prima dell’e-state in vista degli appuntamenti per l’anno suc-cessivo, sia di quelli che danno inizio alle nuove relazioni che andranno a delinearsi in maniera più specifica nel corso degli ambientamenti che par-tono da settembre.

Il tema della comunicazione e della relazione con le famiglie è una costante che accompagna la professionalità degli educatori e degli insegnanti.

LE CINQUE TRAPPOLE DELL’OSSERVAZIONE
CONOSCERE LE TRAPPOLE DELL’OSSERVAZIONE AIUTA A SVILUPPARE “UNA CULTURA DELLA CAUTELA” CHE È ALLA BASE DI OGNI CONOSCENZA (Ziglio e Boccalon, 1996)
  • I PREGIUDIZI determinano distorsioni della realtà e sono duri a morire
  • La SUPERFICIALITÀ ovvero attenti alle cose che sembrano
  • Le PROIEZIONI ovvero quanto crediamodi vedere quando analizziamo una situazione estranea al contesto in cui siamo vissuti e alle conoscenze che abbiamo acquisito
  • Le ASPETTATIVE sono molto potenti nel deformare la realtà
  • Il PUNTO DI VISTA determina una visione delle cose a seconda del ruolo che assumiamo

È per questo che, quando arriva il mese di settem-bre e reincontriamo famiglie già conosciute o ci approcciamo a famiglie con cui stiamo iniziando a costruire una relazione di fiducia, tornano quelle che sembrano essere domande antiche. In realtà, però, si tratta di domande che esprimono curiosità e intenzionalità progettuale nel tentativo di creare e ripensare i momenti di incontro, gli eventi e le occasioni per rafforzare il dialogo tra le istituzioni educative e le famiglie.

In qualità di professionisti ci si pongono svariate domande: come saranno i genitori che arriveran-no? Cosa ci chiederanno? Ci racconteranno ve-ramente i loro bambini e le loro bambine o con-divideranno con noi delle mezze verità? Cosa ci restituiranno del tempo che hanno trascorso a casa con i loro piccoli?

A fronte di questo, la nostra professionalità ci sol-leciterà a tenere aperti gli interrogativi, ci inviterà ad attivare un ascolto attento, attivo e partecipe, ci indurrà a osservare quello che accade all’inter-no delle dinamiche comunicative. Ma osservare, e soprattutto porsi in una posizione di osservazio-ne rispetto alle famiglie, significa fare i conti con quelle che Ziglio e Boccalon (1996) definiscono le “cinque trappole dell’osservazione” quando ci in-vitano a prestare attenzione allo sguardo con cui ci avviciniamo alle situazioni, leggiamo le postu-re, interpretiamo i modi e le parole che le persone adottano all’interno delle dinamiche relazionali e comunicative.

La prima trappola è quella dei nostri pregiudizi, che spesso ci impediscono di conoscere e ricono-scere tutta una serie di segnali che le famiglie e i genitori ci inviano o desiderano condividere per-ché il nostro sguardo è teso a prestare attenzione a quello che ci aspettiamo di vedere piuttosto che a quello che effettivamente accade.
La seconda trappola è quella della superficialità che spesso ci porta a prestare attenzione a quello che sembra, all’apparenza, piuttosto che a con-centrarci sui dettagli, sugli indizi, sui segni, su quel-lo che sembra essere meno rilevante e che soprat-tutto è meno appariscente.

La terza trappola ci esorta a riconoscere, o a pro-vare a riconoscere, quelle che sono le proiezioni che attiviamo osservando l’altro, a causa delle quali attribuiamo all’altro i nostri riferimenti cultu-rali, le nostre conoscenze pregresse, i nostri punti di vista, la nostra realtà, perdendo di vista chi ab-biamo veramente di fronte e abitando poi la delu-sione di scoprire che quest’altra persona è diversa da come avevamo ipotizzato fosse.

La quarta trappola riguarda le aspettative, che possono essere molto potenti nel deformare la realtà e, in questo senso, può essere importante riconoscerle per riuscire a vedere, assumendo un atteggiamento esplorativo e curioso, come le fa-miglie e i genitori stanno all’interno della relazio-ne, con noi e con il contesto educativo. Questo è fondamentale soprattutto per non assumere un atteggiamento che poi genera quella che viene definita con la “profezia che si autoavvera”.

La quinta e ultima trappola è quella del punto di vi-sta. È quella che determina una visione delle cose a seconda del ruolo che assumiamo, della sensi-bilità che ci caratterizza e delle conoscenze che abbiamo acquisito e costruito nel tempo e che di-stingue il nostro modo di vedere, di comportarci e di essere e che rimanda al modo in cui guardiamo al mondo e alla realtà.

Sono trappole che ci esortano a essere cauti e ad assumere una posizione di attesa: questa circospe-zione ci permette di approfondire i nostri saperi ed è la base di ogni conoscenza, una conoscenza che si genera attivando uno sguardo osservativo atten-to e prudente, sempre vicino e sempre all’interno del contesto in cui ciascun soggetto abita, poiché è proprio attraverso il contesto che possiamo leggere e cogliere quello che accade (Bateson, 1997).

L’invito è allora quello di stare nella complessità, accettando la possibilità di non avere immediata-mente una risposta, provando a sostare all’interno di una rigenerante, progettata e condivisa incertez-za. L’invito è quello di affidarsi ai molteplici sguar-di di tutti i soggetti coinvolti, del proprio gruppo di lavoro e dei genitori, per pervenire a una possibile ricomposizione di quello che, con gradualità, osser-vando nel tempo, impareremo a conoscere.

È con questi presupposti che proveremo a raccon-tarci quelle storie e quegli accadimenti che speri-mentiamo quotidianamente nella relazione con le famiglie all’interno dei servizi educativi 0-6 in cui operiamo.

Le uscite in giardino dopo la pioggia offrono diverse occasioni per esplorare.

Vestiti adeguatamente con tute e stivali impermeabili, bambine e bambini sono liberi di giocare.

Una pozzanghera o un ristagno d’acqua, allora, diventano occasioni per sperimentare travasi con cucchiai e pentolini, galleggiamenti o saltare dentro con i piedi e… schizzarsi con le mani!

PER APPROFONDIRE
PER APPROFONDIRE

Bateson G., Una sacra unità. Altri passi verso un’ecolo-gia della mente, Milano, Adelphi, 1997.

Ziglio C., Boccalon R., Lei vede ma non osserva… Intro-duzione all’attività osservativa in educazione, Torino, UTET, 1996.

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