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SENTIERI INCLUSIVI
Elisa Rossoni e Moira Sannipoli

Oltre la resilienza personale

La cura come investimento collettivo

I bambini si rompono facilmente si rialzano ma solo per non darti pensiero sembra che vada tutto bene ma non è vero i bambini si rompono se non alzi la testa se non ridi mai si rompono molto prima di volare dalle finestre giù per le scale si rompono per molto meno se il loro letto cambia di continuo se bari se li vuoi comprare se mangiano troppo spesso da soli se non c’è una porta tra dentro e fuori se non ti ricordi nemmeno questa volta

(Vecchini, 2023, p. 11)

Il Grande Cretto Gibellina è la più grande opera realizzata da Alberto Burri. Si estende su una superficie di 86.000 metri quadrati sopra alle macerie della cittadina di Gibellina, vicina a Trapani, distrutta dal terremoto che purtroppo colpì la Valle del Belìce nel gennaio del 1968.

Nel 1980, Burri e altri noti artisti del panorama internazionale contemporaneo furono invitati a Gibellina Nuova, ricostruita a circa venti chilometri dalla sede originaria, per realizzare opere da donare al nuovo centro abitato. Il Maestro accolse l’invito, ma preferì intervenire sulle rovine del vecchio paese. Progettò di ricoprire con un getto di cemento bianco le macerie di gran parte della cittadina, radunate in blocchi e tenute assieme da reti metalliche, lasciando percorribili le fessurazioni che ricalcano i principali assi stradali dell’impianto urbanistico preesistente.

La realizzazione di questa imponente opera, avviata nel 1985 e interrotta nel 1989, è stata portata a termine nel 2015 in occasione del centenario della nascita di Burri. Il sito artistico può essere visto dall’alto o attraversato. Così come è stato concepito, ci permette di riflettere in maniera differente del concetto di resilienza, un costrutto spesso abusato quando si parla di bambini e bambine.

Il concetto di resilienza

Il termine resilienza, da un punto di vista etimologico, richiama il verbo latino resilire, che si riferisce a “saltare, rimbalzare, zampillare, ritornare di colpo, ripercuotersi, ritirarsi, restringersi”. In ambito fisico, dove è stato utilizzato originariamente, indica la capacità di un materiale di assorbire energia ammortizzando l’urto se sottoposto a deformazione elastica.

Il concetto è stato poi esteso alle scienze umane, indicando la capacità di una persona che ha subìto un trauma, di cui tiene memoria, di riprendersi, di uscirne fortificata, di ritornare alla vita. La resilienza è “l’arte di adattarsi a situazioni avverse […] e di sviluppare capacità collegate sia a risorse interne (intrapsichiche), sia esterne (ambientali, sociali, affettive), che permettono una buona costruzione psichica e un buon inserimento sociale” (Malaguti, 2012, p. 45).

 

Non si tratta solo di una qualità personale visto che si attiva dentro specifici ambienti socio-culturali; si può allenare e esercitare imparando da ciò che la vita propone e a volte impone senza esserne travolti e sconvolti.

Se il costrutto interessa anche i più piccoli fin dall’infanzia, è corretto parlare sempre e solo di resilienza? Potremmo aver bisogno di spostare l’attenzione su azioni collettive di cura piuttosto che affidare il superamento delle fatiche personali solo a una capacità e responsabilità individuale?

Sicuramente l’infanzia, come tutte l’età della vita, è fatta anche di dolore, debolezze e tormenti. I bambini e le bambine sanno esercitare pensieri e azioni resilienti per sopravvivere, anche quando le ferite con molta difficoltà e dopo molto tempo assumono la forma della feritoia.

All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore. La si sente sugli altri bambini, e ognuna ha un aroma tutto suo. Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello altrui. Siamo lì, intenti a parlare con una bambina, la cui infanzia odora di cenere e carbone, all’improvvisa lei arretra di un passo perché ha sentito il fetore della nostra. […] A guardarli non si direbbe che ne abbiano avuta una, e non si osa chiedere come abbiano fatto a superarla senza riportare profonde cicatrici in viso. Viene il sospetto che abbiano preso una scorciatoia segreta e indossato la loro forma adulta anni prima del tempo. Quasi tutti gli adulti sostengono di avere avuto un’infanzia felice, e magari ne sono anche convinti, ma io non credo. Secondo me sono semplicemente riusciti a dimenticarla” (Ditlevsen, 2022, pp. 35-38).

 
 

I pericoli delle aspettative di resilienza

Malaka Shwaikh, professoressa associata di “Studi sulla pace e sui conflitti” presso la University of St. Andrews, durante la Conferenza EuPRA 2024 ha presentato un intervento dal titolo “I pericoli delle aspettative di resilienza”. In questa riflessione, a partire dall’analisi delle comunità sistematicamente violentate e oppresse, ha cercato di esaminare i rischi di una narrazione che metta sempre al centro la resilienza, in una lettura che carica tutto sulle dimensioni individuali e meno, conseguentemente, interroga le dimensioni strutturali e di sistema.

Secondo questa lettura, anche quando riguarda i più piccoli e la cultura dell’infanzia, chi è oppresso ha anche completamente su di sé la responsabilità della ripresa e della ripartenza. In questa punteggiatura è come se la possibilità di salvarsi fosse comunque un merito e ci fosse qualcuno, che non potendo contare su alcuna forma di sostegno fisico o morale, debba fare da solo, essere resiliente per sempre.

In alternativa a questa narrazione, Shwaikh propone un’altra possibilità di prospettiva: si tratta di passare da una resilienza individuale a una cura collettiva, che rimetta al centro l’importanza della solidarietà comunitaria (Shwaikh, 2021). In questa cornice si cominciano a interrogare i contesti perché possano accompagnare le vulnerabilità, superarle quando necessarie e accoglierle quando sono elementi costitutivi identitari.

La capacità di promuovere giustizia in termini collettivi richiama gli adulti verso un nuovo atteggiamento verso l’infanzia. La negligenza e le altre geografie dell’incuria non possono, in alcun modo, essere sanate dalla presunta resilienza richiesta ai più piccoli. Non si può affidare loro anche la riparazione delle claudicanze dei grandi e del mondo in generale. Abbiamo allora bisogno di rimettere al centro la dimensione creaturale che chiede a ciascuno di rinascere insieme e coralmente, anche quando a chiedere protezione e possibilità di crescita sono bambini e bambine.

“Siamo creature: la stessa parola creatura conserva nella sua etimologia una sfumatura di futuro, di progetto, in analogia a termini come nascituro, morituro, venturo. Siamo coloro che non hanno finito di essere creati […] che non hanno mai finito di nascere, che vengono dal futuro ancor più che dal passato. Con l’esterno e l’interno che confinano tra loro, il finito e l’infinito; con l’eterno che si insinua nell’istante e l’istante che fiorisce nell’esterno. Stiamo sempre nascendo, siamo sempre nella preistoria di noi stessi. L’uomo non è tanto un essere mortale, ma ancor più un essere ‘natale’. Dobbiamo essere indulgenti con il nostro lungo nascimento, che è la vita” (Ronchi, 2018, p. 38).

 
 

Ritornando allora al Cretto di Burri e al suo tentativo di farsi memoria collettiva di una città annientata, invita il mondo educativo a trasformare i diversi paesaggi doloranti in luoghi nuovi, ripensati con responsabilità per tutti e per ciascuno perché nessuna ferita possa essere curata solo da chi ne ha sentito nel profondo il tormento.

Per approfondire

Ditlevsen T., Infanzia, Roma, Fazi, 2022.

Malaguti E., Educarsi alla resilienza. Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi, Trento, Erickson, 2005.

Ronchi E., L’infinita pazienza di ricominciare, Pratovecchio (Ar), Romena, 2018.

Shwaikh M., The dehumanizing discourse of resilience, in “Progressive Policy Review”, 28(5), 2021.

Vecchini S., I bambini si rompono facilmente, Milano, Bompiani, 2023.

Elisa Rossoni, docente a contratto, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Moira Sannipoli, professoressa associata di Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia.

 

 

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