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Mappe per custodire l’infanzia
Progettare a partire dagli incontri con le bambine e i bambini
Giulia Fortunini e Silvia Mozzi Pedagogiste, cooperativa sociale Koinè, Novate Milanese (Mi)
Abstract
Nei servizi 0-3 anni l’educazione nasce dall’incontro: sguardi che si incrociano, domande che emergono, gesti che raccontano. Osservare, ascoltare, documentare diventano modi per abitare una quotidianità fatta di cura e relazioni. La progettazione prende forma come mappa viva, in dialogo con i bambini e le bambine, in un cammino condiviso dove l’infanzia non si spiega, si accompagna e si custodisce.
Parole chiave Mappe, osservazione, progettazione, domande, formazione
Contatto g.fortunini@koinecoopsociale.it s.mozzi@koinecoopsociale
“Ogni servizio educativo per l’infanzia è un ecosistema di relazioni, [...] richiede la capacità di riscoprire il mondo con gli occhi di chi entra nel servizio per la prima volta e poi vi ritorna tutti i giorni, per trovare e introdurre nell’ambiente opportunità, problemi da risolvere, sorprese”
(MI, 2022, p. 28).
Mappe per custodire l’infanzia. Progettare a partire dagli incontri con le bambine e i bambini.
Gli Orientamenti ministeriali descrivono la postura educativa dei professionisti dei servizi educativi per l’infanzia. Ma, in concreto, queste parole che cosa significano? Come è possibile declinarle nella quotidianità dei servizi?
Per provare a rispondere a queste domande, tutto il personale educativo dei servizi della cooperativa sociale Koinè, accompagnato dalla pedagogista Francesca Morganti, ha intrapreso un percorso di riflessione e formazione dal titolo “La progettazione nei servizi 0-3 anni. L’osservazione e la documentazione dei processi educativi come strumenti di progettazione per e con i bambini” con l’obiettivo di riflettere e interrogarsi sul ruolo degli educatori all’interno dei servizi e sulle possibilità offerte ai bambini e alle bambine.
Insieme, educatrici e pedagogiste hanno approfondito il significato del progettare nei nidi d’infanzia e, a partire dall’analisi delle esperienze quotidiane, hanno cercato di delineare quali siano gli strumenti, le buone pratiche e le strategie necessarie alla creazione di progettualità basate sull’approccio reticolare.
CONOSCERE: UN’ESPERIENZA DI COMPLESSITÀ E SOCIALITÀ
I bambini e le bambine sono individui in evoluzione, in relazione e naturalmente predisposti alla conoscenza. Le loro azioni, spesso, rispondono a un bisogno primitivo, un istinto naturale ed evoluzionistico di scoprire, di sperimentare, di provare e dare senso.
Come sostiene Morin (2000), l’esperienza diventa conoscenza solo se c’è un’organizzazione delle informazioni raccolte ed elaborate all’interno delle singole esperienze (Martini et al., 2020) e, allo stesso tempo, significa distruggere ciò che è già noto al fine di attivare processi di apprendimento che coincidano con l’attribuzione di nuovi significati a ciò che si osserva e sperimenta.
Le neuroscienze ci informano, però, che questi processi non sono lineari. Il cervello dei bambini non apprende a partire dal semplice al difficile ma lo fa in modo complesso, reticolare. Il loro sguardo, infatti, spesso stupisce noi adulti. Nella loro modalità di scoprire sono capaci di credere all’incredibile e all’impossibile e un particolare apparentemente trascurabile per uno sguardo adulto potrebbe diventare un interessante focus di ricerca. I bambini seguono il loro istinto, la loro pulsione e si aprono a un intreccio complesso e (per noi) indecifrabile di piste di ricerca possibili. Sono inoltre, per natura, individui in relazione e anche il loro percorso di apprendimento non può che essere influenzato dal contesto sociale.
A chi frequenta i servizi dedicati alla prima infanzia sarà sicuramente capitato di sentire delle conversazioni tra pari che pullulano di domande come ad esempio: “Perché l’acqua è acqua?”. Spesso, come adulti, ci sentiamo chiamati a dover rispondere a queste richieste complesse e cerchiamo di farlo nel modo più lineare e semplice possibile perché possa essere comprensibile… ma forse le domande da porsi sono: “Comprensibile a chi? Comprensibile per chi?”.
Nell’elaborazione delle loro conoscenze i bambini e le bambine non cercano, infatti, spiegazioni adulte ma provano a costruirne. Utilizzano linguaggi e intelligenze soggettive, analizzano connessioni e possibilità. In questo processo emozione e cognizione coesistono (Martini et al., 2020) ed è qui che l’interazione sociale diventa importante per lo sviluppo delle funzioni cognitive.
IL RUOLO DELL’ADULTO: PARTIRE DALLE PREMESSE
Da quanto emerso finora si deduce che per gli adulti diventa difficile, e forse non auspicabile, pensare di poter prevedere a priori lo sviluppo delle indagini conoscitive di bambini e bambine e offrire loro contesti di apprendimento standardizzati. In questo senso, dunque, l’ascolto e l’osservazione si confermano strumenti imprescindibili per orientare il lavoro educativo.
L’educatrice assume, così, una posizione di ricerca attiva nei confronti di quelle che sono le indagini conoscitive dei bambini. A partire da quanto osservato e da quanto emerso nello stare accanto ai bambini, dalle loro domande, dai loro gesti, gli adulti sono chiamati a incoraggiare, sostenere, rilanciare e ricercare possibilità insieme al gruppo.
Per farlo è imprescindibile il lavoro di équipe, affinché non ci si limiti al punto di vista del singolo ma ci si apra a una posizione di riflessività dubitativa. Come sappiamo, infatti, tutti gli strumenti osservativi non sono privi della soggettività di chi guarda ed è per questo motivo che l’educatrice diventa parte attiva, al pari dei bambini, del processo di conoscenza.
Riconoscere e interrogarsi su ciò che muove l’agire è un passaggio essenziale per chi si occupa di processi educativi: significa dare valore alle premesse, spesso implicite, che sostengono ogni decisione. Questo tipo di riflessione alimenta consapevolezza e senso di responsabilità, offrendo profondità e significato al complesso e bellissimo lavoro di cura e relazione con l’infanzia.
E quindi che cosa ci muove? Che cosa ci guida? Da dove arrivano le scelte che facciamo? Quali sono le nostre bussole? Spesso parliamo di chi sono le bambine e i bambini per noi, li consideriamo competenti e attivi, li raccontiamo così quando incontriamo le famiglie, accorgendoci di continuo che il nostro sguardo ha un grande potere nella costruzione dell’identità e della relazione con chi è piccolo e vulnerabile. Avere questa idea d’infanzia, sostenuti dai principali studiosi di pedagogia, antropologia, psicologia e neuroscienze, è fondamentale, ma non basta, non è sufficiente, perché le idee devono trovare delle corrispondenze con i bambini e le bambine reali che incontriamo, che sono diversi, con storie uniche e origini da guardare, conoscere e provare a incontrare.
Inoltre, occorre fare i conti non solo con l’idea d’infanzia che abbiamo, ma anche con la storia dell’infanzia che portiamo dentro di noi. Tenendo insieme tutti questi aspetti, è possibile costruire una cultura dell’infanzia come parte fondamentale della vita dell’umano. La costruzione di una cultura dell’infanzia allora potrà prevedere delle conoscenze che, se elaborate, diventeranno consapevolezze, attenzioni e poi scelte.
Secondo Irenäus Eibl-Eibesfeldt (2001), la cura si può essenzialmente considerare come l’origine stessa della cultura. Il proprium dell’umano sarebbe quindi il curare e l’essere curati. Se pensiamo al primo anno di vita di un bambino, sappiamo che ha un periodo di dipendenza che proporzionalmente è più alto rispetto a quello di qualsiasi altro mammifero. Questo periodo di cura è l’incubatrice della stessa possibilità culturale. Dunque, se la cultura arriva dalla cura, è evidente come sia fondamentale nei servizi educativi per l’infanzia dare attenzione alle pratiche di cura quotidiane che sono fatte di corpi, gesti, dettagli, parole e suoni che accompagnano il ritmo delle giornate. Dedicare del tempo alla progettazione dei momenti di cura, dei contesti e delle esperienze che si vivono al nido o alla scuola dell’infanzia è un modo per sostenere la costruzione di una cultura attenta all’infanzia.
La progettazione è, dunque, attenzione e presenza nel quotidiano che in primis vive l’adulto attraverso una postura riflessiva (MI, 2022) nelle relazioni con i bambini e gli adulti. Ascoltare, guardare, interrogarsi, dubitare, scegliere, sentire e pensare sono le azioni che accompagnano il lavoro educativo. Non è sempre facile dare priorità a questi aspetti, lavorare sul proprio sguardo e sulla propria postura, perché spesso le educatrici sono sopraffatte dalle questioni organizzative e da molte attività da seguire. Per questo, prendersi cura dell’organizzazione, essere consapevoli degli automatismi e delle tante attività che richiedono molto tempo sono aspetti fondamentali per coltivare una postura riflessiva e presente.
Dalla nostra esperienza e grazie alle formazioni negli ultimi anni, abbiamo compreso l’importanza di provare a considerarci ricercatrici insieme ai bambini.
MAPPA PER L’ASCOLTO
Dunque, per ascoltare avvicina all’orecchio la conchiglia della mano che ti trasmetta le linee sonore del passato, le morbide voci e quelle ghiacciate, e la colonna audace del futuro, fino alla sabbia lenta del presente, allora prediligi il silenzio che segue la nota e la rende sconosciuta e lesta nello sfuggire ogni via domestica del senso. Accosta all’orecchio il vuoto fecondo della mano, vuoto con vuoto. Ripiega i pensieri fino a riceverle in pieno petto risonante le parole in boccio. Per ascoltare bisogna aver fame e anche sete, sete che sia tutt’uno col deserto, fame che è pezzetto di pane in tasca e briciole per chiamare i voli, perché è in volo che arriva il senso e non rifacendo il cammino a ritroso, visto che il sentiero, anche quando è il medesimo, non è mai lo stesso dell’andata. Dunque, abbraccia le parole come fanno le rondini col cielo, tuffandosi, aperte all’infinito, abisso del senso.Chandra Livia Candiani
alle famiglie. Ricercare insieme, attraverso la cura, per costruire una cultura attenta. Anche Tim Ingold (2019) dice che non studiamo tanto gli altri, quanto piuttosto studiamo con loro. Ecco, potremmo allora dire che un’educatrice è un po’ come un’antropologa che studia con i bambini e le famiglie che incontra, interrogandosi sulle individualità di ciascuno/a, ma anche sulle relazioni e sulla collettività.
Per fare questo, sono necessari alcuni strumenti che possono facilitare e sostenere i processi di ricerca ed esplorazione educativa. Uno degli ultimi che abbiamo sperimentato sono le mappe, utilizzate in modi differenti, nei diversi contesti educativi che gestiamo.
LE MAPPE PER COSTRUIRE CURA E CULTURA
Un cartografo sa bene che una mappa non corrisponde al territorio ma è un modo per orientarsi e per conoscere. Così, grazie al lavoro di formazione, abbiamo iniziato a costruire delle mappe per orientare la progettazione educativa non solo delle esperienze, ma anche dei diversi momenti della giornata.
Il cuore della mappa è il punto di partenza, che può essere rappresentato da una ricerca ricorrente di un gruppo di bambini e bambine (un’azione di gioco, una parola detta o pronunciata di continuo…) oppure da un momento della giornata da ri-guardare con più attenzione (la cura in bagno, l’accoglienza del mattino…). I raggi intersecati della mappa, che viene costruita in équipe dalle educatrici, arrivano dalle osservazioni, dalle domande e dalle ipotesi delle educatrici e può contenere degli appunti a cui prestare attenzione (per esempio, possono essere indicati gli apprendimenti e le competenze, utili a ricordare alle educatrici cosa c’è dietro quell’azione, quel gesto, quella relazione).
Ciascuna mappa è in divenire, si evolve e cambia nel tempo. Non è uno strumento lineare, che prevede un prima e un dopo, ma segue il modo di apprendere dei bambini che procede per connessioni. Anche noi adulti ci siamo allenati, con non poca fatica, a mettere insieme i nostri sguardi, a creare connessioni, a interrogarci sulle nostre premesse e a considerare l’impossibilità di poter comprendere con certezza di cosa hanno bisogno le bambine e i bambini. Le mappe sono state per noi uno strumento di ricerca, che non contiene alcuna verità, alcun programma lineare e definitivo, ma che richiede una disponibilità a imparare insieme ai bambini. In questo modo così, progettare non è solo una scelta dell’adulto, ma anche l’esito delle relazioni che viviamo con i bambini che incontriamo e che conosciamo. In questo senso, progettare con le mappe ci ha permesso di abitare quella postura dubitativa di cui abbiamo già accennato.
DALLA TEORIA ALLA PRATICA
Per spiegare meglio il lavoro che abbiamo sperimentato, raccontiamo di seguito un esempio di ricerca vissuta presso il nido Il trenino di Novate Milanese (Mi). Le educatrici, in osservazione del gruppo con bambini e bambine di età comprese tra i 9 e i 14 mesi, hanno notato in loro interesse e curiosità nel gesto dell’infilare. Come sostenere, quindi, i bambini in questa scoperta?
La mappa: Durante gli incontri di équipe le educatrici, accompagnate dalla pedagogista, hanno provato a costruire una mappa a partire dalle azioni osservate nei bambini. Diverse erano le aree e i momenti che il gesto dell’infilare coinvolgeva: infilavano le mani nel bicchiere durante il pranzo, infilavano la testa nella maglietta, infilavano le braccia e il corpo dentro mobili e i materiali destrutturati.
Ipotesi progettuali: Come accompagnare e sostenere i bambini nella loro ricerca lavorando nella zona di sviluppo prossimale? Le educatrici, dopo un attento lavoro di condivisione di sguardi, hanno ipotizzato dei rilanci e delle piste di indagine: azioni concrete da attuare insieme ai bambini per provare a consolidare le conoscenze già acquisite e allo stesso tempo aprire la porta a nuove competenze.
Documentare: Parte fondamentale della progettazione è stata la documentazione, pratica riflessiva utile all’équipe educativa sia per rivedere, rivivere, ripensare gli interventi educativi sia per tenere traccia di ciò che è accaduto.
Condividere con le famiglie: Le famiglie, parte attiva del lavoro di progettazione, sono state coinvolte sia nella costruzione della mappa, durante la riunione di metà anno educativo, sia nel racconto puntuale di ciò che stava accadendo grazie agli incontri quotidiani e agli strumenti documentativi a disposizione.
Ri-cominciare: La costruzione della mappa non è un punto di arrivo ma è l’inizio di un processo dinamico e in continua trasformazione. Dopo aver osservato i bambini vivere le esperienze in più occasioni, tra le educatrici emergono altre osservazioni significative. Di nuovo, quindi, ci si ritrova in équipe e si riprogetta a partire da nuove ipotesi.
SENZA CONCLUSIONE
Ascoltare, osservare, progettare e lasciare traccia fanno parte di un lavoro ricorsivo e costante che richiede una disposizione all’incontro con l’altro, al rivedere ciò che si è già visto, allo stare con ciò che c’è e che accade. È un lavoro che non ha conclusione, è sempre in divenire, mutando insieme alla relazione con i bambini e le bambine che cambiano. Un po’ come la poesia, che per sua natura non è mai definitiva, ma aperta a più sguardi.
BIBLIOGRAFIA
Di Lernia F., Eppure il vento soffia ancora. Un’antropologia rapsodica, Roma, Bordeaux Edizioni, 2018.
Eibl-Eibesfeldt I., Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del cambiamento, Torino, Bollati Boringhieri, 2001.
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Ingold T., Antropologia come educazione, Bologna, La Linea, 2019.
Malavasi L., Fuori mi annoio. Che cosa rimane ancora da dire in merito al rapporto educazione-natura?, Bergamo, Zeroseiup, 2018.
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MI, Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, 2022.
Fosha D., Siegel D.J., Solomon M.F., Attraversare le emozioni. Neuroscienze e psicologia dello sviluppo, Milano, Mimesis, 2011.
DOMANDE GENERATIVE
Cinzia D’Alessandro
Se utilizzassimo l’immagine di una rete per rappresentare i processi di apprendimento dei bambini e delle bambine, che tipo di rete sarebbe e perché?
In che modo l’utilizzo di mappe potrebbe diventare una progettazione condivisa tra bambini e adulti?
In che modo le mappe possono essere anche strumento per documentare le esperienze ai genitori?