Menu
L’insegnante per l’infanzia come curatrice di esperienze educative
Riflessioni dal Brasile su una professione
in fase di rielaborazione
Sariane Pecoits
Dottoressa in Scienze dell’educazione, direttrice generale dell’Istituto Stella Goulart (Brasile)
Abstract
Questo testo fa parte della tesi di dottorato Diritti di apprendimento nell’educazione dell’infanzia: narrazioni dall’esperienza di una docente nello sviluppo di un’orientamento curricolare, basata sull’esperienza didattica con bambini di 4 anni in una scuola municipale di Porto Alegre. Presenta riflessioni sul ruolo dell’insegnante in un approccio che la riconosce come “curatrice” di esperienze di apprendimento nell’educazione dell’infanzia.
Parole chiave
Educazione dell’infanzia, docenza, curatela, contesto di apprendimento, pedagogia
Contatti
sariane@institutostellagoulart.ong.br
La professione docente nella scuola dell’infanzia è in fase di rielaborazione, accompagnando le trasformazioni e le esigenze contemporanee di questa fase educativa. Se da un lato accogliamo il superamento di una visione storica che riduceva la scuola dell’infanzia a un semplice luogo di custodia, dall’altro ci confrontiamo con un’organizzazione spesso orientata alla preparazione all’alfabetizzazione. Ciò che cerchiamo di costruire è una comprensione che permetta alla professione di assumere un carattere più riflessivo, intenzionale e profondamente connesso alle specificità del modo di apprendere dei bambini da 0 a 6 anni. In altre parole, né pratiche votate all’assistenzialismo, né un’anticipazione della scuola primaria: il ruolo dell’insegnante nella scuola dell’infanzia si sta delineando, fra gli altri aspetti, nella creazione di opportunità di apprendimento attraverso la creazione di contesti in cui i bambini possano vivere esperienze che promuovano significati personali e collettivi. Questo ruolo richiede prossimità, fiducia e la capacità di ascoltare e documentare i “cento linguaggi” dei bambini (Malaguzzi, 1999). Spetta all’insegnante competente instaurare, interpretare e narrare con profondità i processi di apprendimento, restituendo ai bambini e alla pratica pedagogica nuovi significati che accolgano la complessità e rafforzino l’identità di ognuno (Fochi, 2020). In questo senso, durante la ricerca sul campo per questa indagine si è perseguito l’obiettivo di un ruolo dell’insegnante come “curatrice di esperienze educative”. Tale concezione si è basata sulle idee e riflessioni sulla curatela di Bhaskar (2020), Obrist (2010) e Alves (2010), sugli “organizzatori dell’azione pedagogica” di Barbosa (2006) e Fochi (2019), nonché sul concetto di docente-curatore di Marcello (2013).
CURATELA COME ARCHEOLOGIA DELLE COSE A VENIRE
Ispirata dal titolo di Daniel Birnbaum (Obrist, 2010), in un’intervista con la curatrice Suzanne Pagé esploro le connessioni tra curatela, contesti di apprendimento e azione docente nella scuola dell’infanzia. Considero che il ruolo dell’insegnante consista nel promuovere la vita quotidiana a scuola come un “laboratorio continuo” (Fochi, Staccioli, Ritscher, 2017) e nel creare condizioni affinché i bambini da 0 a 6 anni possano vivere esperienze significative. In questo contesto, l’insegnante non è una semplice spettatrice né colei che definisce rigidamente ciò che verrà appreso. Il suo ruolo consiste nell’organizzare, interpretare, narrare e restituire le situazioni di apprendimento, consentendo ai bambini di attribuire significati alle loro esperienze scolastiche. Questi significati, sempre in costruzione, trovano nell’insegnante una partner e una guida per apprendimenti “che ancora devono venire” (Obrist, 2010, p. 296). Tale prospettiva avvicina il ruolo dell’insegnante alla figura del curatore. Nel corso dei secoli, la curatela ha subito trasformazioni che aiutano a comprendere il concetto di “insegnante-curatrice”. Secondo Michael Bhaskar (2020), nel XVI secolo i collezionisti creavano “gabinetti delle curiosità”, ricchi di oggetti unici. Con il tempo, occuparsi di queste collezioni è divenuto un mestiere. Già nel XVIII secolo, la crescente complessità di tali collezioni ha portato alla creazione di musei come il British Museum, dove l’organizzazione e la presentazione al pubblico hanno assunto un carattere più strutturato. Al Louvre, questa idea è stata approfondita sotto la direzione di Dominique Vivant, barone Denon, che all’inizio del XIX secolo ha riorganizzato le collezioni secondo criteri come la cronologia e le scuole nazionali. Egli ha trasformato la curatela da un semplice “prendersi cura” degli oggetti a un processo di selezione e organizzazione con uno scopo narrativo: “selezionare con una finalità specifica, per poi disporre [gli oggetti] in modo da raccontare una storia” (Bhaskar, 2020, p. 76). È a partire da questa condizione del curatore ‒ colui che sceglie, dispone e organizza ‒ che colloco l’azione di una “insegnante-curatrice”: colei che seleziona, organizza e costruisce un contesto di apprendimento, sempre ancorato a determinati principi, offrendo ai bambini esperienze ricche che favoriscano apprendimenti individuali e collettivi.
CONSIDERAZIONI SUL CONTESTO DI APPRENDIMENTO
Per riflettere sull’organizzazione dei contesti di apprendimento, è importante comprendere il significato di tale espressione a partire da riferimenti precisi. La parola “contesto” deriva dal latino contextus, contexere, che significa “intrecciare, unire tessendo”. Nel dizionario, il termine può indicare “relazione di dipendenza tra le situazioni collegate a un fatto o a una circostanza; ciò che circonda qualcosa o qualcuno; ambiente” (Houaiss, 2001). Tuttavia, la comprensione del concetto di contesto richiede di approfondire l’ambito in cui la parola viene utilizzata, poiché il significato di una parola non si esaurisce nel nome che si dà a qualcosa, ma risiede anche nell’uso che se ne fa. Dunque, prima di utilizzare in modo superficiale la locuzione “contesto di apprendimento”, è necessario appropriarsene concettualmente, posizionando i riferimenti teorici scelti per accompagnarci. La scuola, in quanto istituzione, si è consolidata tra il XVII e il XVIII secolo, proteggendo i bambini dallo sfruttamento economico, ma al contempo rispondendo alle esigenze della società industriale. In questo modello, ispirato al funzionamento delle fabbriche fordiste, le scuole sono diventate luoghi di “produzione di massa” di risorse umane (Figueiredo, 2016). Molte delle pratiche derivanti da tale logica ‒ come banchi disposti in fila, curricoli rigidi e predeterminati e memorizzazione meccanica dei contenuti ‒ persistono ancora oggi nella maggior parte delle istituzioni, seppur con nuove modalità. Questo modello decontestualizzato ha progressivamente allontanato gli apprendimenti scolastici dalla realtà quotidiana, trattando la conoscenza come un artefatto materiale trasferibile (Figueiredo, 2016; Freire, 1996). Prima di questa massificazione, l’apprendimento succedeva in modo contestualizzato e integrato nella quotidianità, rispondendo alle necessità della vita pratica. Tali processi collegavano organicamente l’imparare al fare, promuovendo una relazione diretta tra conoscenza e vita (Dewey, 1979). Con la Rivoluzione industriale, però, le scuole hanno introdotto un modello isolato e disintegrato, disconnesso dalla realtà circostante e orientato alla mera accumulazione di saperi, indipendentemente dalla loro applicabilità (Figueiredo, 2016). Da questo modello “fordista” derivarono pedagogie incentrate sulla trasmissione e sull’obbedienza. In contrapposizione, le pedagogie dell’autonomia, della liberazione e della partecipazione, sostenute da autori come John Dewey e Paulo Freire, promuovono pratiche educative basate sull’esperienza dei soggetti, sui loro saperi e contesti, rafforzando la continuità e l’approfondimento degli apprendimenti attraverso l’azione-riflessione. Per “contesto di apprendimento”, possiamo intendere qualsiasi evento ‒ formale o informale ‒ in cui si apprende. Nei modelli di pedagogia trasmissiva, i contesti di apprendimento consistono soprattutto “nell’insieme delle attività svolte in classe, nell’ambiente dell’aula (con i suoi banchi, sedie, lavagne e altri strumenti), dagli studenti, dall’insegnante, nel curriculum e nelle strategie e regole adottate per portare a termine la lezione” (Figueiredo, 2016, p. 814). Questi modelli si configurano in prassi abituali, stabili e predefinite, senza che sia essenziale considerarli come contesti di apprendimento da progettare nella complessità di tutto ciò che li costituisce, a partire da una riflessione sul gruppo che li abita. I modelli legati a pedagogie democratiche e partecipative, invece, si impegnano a costruire spazi, materiali e tempi in cui le relazioni e le interazioni siano sostenute da attività che permettano ai bambini ‒ singolarmente e in gruppo ‒ di essere attivi e partecipi nella costruzione del loro apprendimento (Oliveira-Formosinho, 2007). In questa prospettiva, i contesti di apprendimento diventano oggetto di indagine, riflessione e azione continua, con l’insegnante come co-creatore e co-gestore di tali contesti, insieme ai bambini. Ed è in questo ruolo che intendo la funzione di “curatrice” che l’insegnante esercita nella relazione pedagogica.
DIDATTICA E CURATELA
Per avvicinare la didattica alla curatela, propongo l’idea dell’insegnante come “curatrice di esperienze educative”, basandomi sui contributi di Cauê Alves (2010), curatore capo del Museo d’Arte Moderna di San Paolo, e di Fabiana de Amorim Marcello (2013), pedagogista e ricercatrice. A queste riflessioni si aggiungono gli studi di Maria Carmen Silveira Barbosa (2006) e Paulo Sergio Fochi (2019), che approfondiscono gli “organizzatori dell’azione pedagogica”. Ogni professione richiede conoscenze e azioni specifiche. La curatela, intesa come selezione e organizzazione di opere d’arte, comprende concetti, riflessione, produzione, allestimento, design, conservazione e formazione (Alves, 2010). Nella scuola dell’infanzia, l’insegnante organizza e propone esperienze che permettono ai bambini di conoscere sé stessi, gli altri e il mondo, attraverso pratiche come la cura personale, il gioco, la lettura di libri e varie sperimentazioni (Brasile, 2017). Entrambi gli ambiti condividono competenze quali riflessione, organizzazione, pianificazione e mediazione, pur avendo finalità differenti. Marcello (2013) propone l’idea di “docente-curatore” come colui che realizza una “matematica dello sguardo” basata su selezione, somma e moltiplicazione. La selezione riguarda l’organizzazione di materiali ed esperienze significative e collegate tra loro. La somma ha la funzione di ampliare il repertorio culturale dei bambini, offrendo possibilità al di là di ciò che già conoscono. La moltiplicazione, infine, promuove nuovi significati e relazioni a partire dall’azione dei bambini, rafforzando il carattere istituente e non statico dell’intenzionalità educativa. Il docente-curatore, così come il curatore d’arte, organizza contesti aperti alla pluralità di significati e a nuove interpretazioni (Alves, 2010), rispettando le peculiarità della scuola dell’infanzia e promuovendo la continuità e l’ampliamento delle esperienze dei bambini. Questa pratica combina cura, intenzionalità e apertura verso il mondo, arricchendo l’esperienza educativa. Quando accenno alla selezione, all’organizzazione e alla disposizione di materiali, spazi ed esperienze educative realizzate dall’insegnante, parlo di un contesto di apprendimento in cui l’intera dinamica si collega a determinati principi. Non mi riferisco a una singola attività o a un singolo progetto (sebbene possano essere inclusi), bensì alla vita quotidiana nella scuola dell’infanzia, che comprende spazi, tempi, materiali, micro-transizioni e momenti di cura personale (Fochi, 2019), permeati da relazioni, giochi, da un’immagine di bambino attivo, dai campi di esperienza educativa (Brasile, 2017), dai diritti di apprendimento dei bambini (Brasile, 2017) e dall’intenzionalità educativa di un’insegnante che mira a costruire una pratica democratica. L’insegnante-curatrice, in questa prospettiva, ha la responsabilità di elaborare tale contesto di apprendimento: “Con una visione macro, per creare un’atmosfera di benessere complessivo, che rappresenti la scelta di costruire un certo ritmo per la vita quotidiana, in cui siano rispettate le diverse necessità dei bambini in dialogo con le esigenze degli adulti e dell’istituzione, e che traduca le credenze educative nel modo in cui si svolgono le diverse situazioni della giornata” (Fochi, 2019, p. 239). Riflettere sulla composizione del contesto di apprendimento, tenendo presenti gli “organizzatori dell’azione pedagogica” (Barbosa, 2006; Fochi, 2019), implica concepire tali elementi come “un modo per concretizzare le azioni di cura ed educazione e per sintetizzare e/o realizzare il progetto pedagogico” (Fochi, 2019, p. 245), favorendo così una didattica che rispetti e ac-
colga le specificità della scuola dell’infanzia. Questo comporta, dunque, l’azione di un adulto che sviluppi “la propria competenza di osservazione e interpretazione necessaria a comprendere il mondo del bambino e a esserne partner nella costruzione di significati nel e per il mondo” (Fochi, 2019, p. 246), poiché il modo in cui gli insegnanti selezionano i materiali e li dispongono nello spazio, organizzano il tempo e le relazioni, esprime concezioni di bambino e di apprendimento, oltre a definirne il proprio ruolo in tale processo. In questo senso, l’azione dell’insegnante-curatrice si avvicina a ciò che Bhaskar (2020) definisce come “effetti della curatela” – affinare, semplificare, spiegare e contestualizzare – nella costruzione di un contesto di apprendimento che tenga conto dei presupposti delle pedagogie dell’infanzia, e rimanda anche all’origine della parola “curatore”: dal latino curare, nel senso di prendersi cura. Se al curatore, nel significato classico del termine, spettava vigilare sulle opere, difendere gli interessi degli artisti e arricchire l’esperienza di fruizione dell’arte, all’insegnante-curatrice compete prendersi cura dei contesti di vita collettiva nella sezione di riferimento, arricchendo l’esperienza educativa, difendendo i diritti di apprendimento dei bambini e dedicando attenzione alle storie che devono ancora venire.
BIBLIOGRAFIA
Alves C., “A curadoria como historicidade viva”, in A.D.R. Ramos (a cura di), Sobre o ofício do curador, Porto Alegre, Zouk, 2010. p. 43-57.
Barbosa M.C.S., Por amor ou por força: rotinas na educação infantil, Porto Alegre, Artmed, 2006.
Bhaskar M., Curadoria: o poder da seleção no mundo do excesso, São Paulo, Edições Sesc, 2020.
Brasil, Base Nacional Comum Curricular, Brasília, MEC, 2017.
Dewey J., Experiência e educação, São Paulo, Editora Nacional, 1979.
Figueiredo A.D., A pedagogia dos contextos de aprendizagem, in “Revista e-Curriculum”, São Paulo, v. 14, n. 3, p. 809-836, luglio-settembre 2016.
Fochi P.S., A documentação pedagógica como estratégia para a construção do conhecimento praxiológico: o caso do Observatório da Cultura Infantil, OBECI. 2019, Tese (Doutorado em Educação) – Faculdade de Educação, Universidade de São Paulo, São Paulo, 2019.
Fochi P.S., Criança, currículo e campos de experiência: notas reflexivas, in “Conjectura: Filosofia e Educação”, Caxias do Sul, v. 25, Dossiê, p. 52-72, 2020.
Fochi P.S., Staccioli G., Ritscher P., Um laboratório da maravilha: marcas do cotidiano para a construção de uma pedagogia que acolhe o universo das crianças, Em Aberto, Brasília, v. 30, n. 100, p. 159-166, maio/ago. 2017.
Freire P., Pedagogia da autonomia: saberes necessários à prática educativa, São Paulo, Paz e Terra, 1996.
Malaguzzi L., História, ideias e filosofia básica, in Edwards C., Gandini L., Forman G. (a cura di), As cem linguagens da criança: a abordagem de Reggio Emilia na educação da primeira infância, Porto Alegre, Artmed, 1999, pp. 59-127.
Marcello F., “Seleção, soma e multiplicação: matemáticas do olhar no trabalho com cinema e educação”, in G. Scareli. L. Guimarães, L. Guido (a cura di), Cinema, educação e ambiente, Uberlândia, Editora da UFU, 2013, pp. 1-11.
Obrist H.U., Uma breve história da curadoria, São Paulo, BEI Comunicação, 2010.
Oliveira-Formosinho J., Kishimoto T.M., Pinazza M. A. (a cura di), Pedagogia(s) da infância: dialogando com o passado, construindo o futuro, Porto Alegre, Artmed, 2007.
DOMANDE GENERATIVE
La preparazione e cura dell’ambiente sono fondamentali per la progettazione di un pranzo educativo. Quali elementi caratterizzano il contesto del pranzo nei vostri Servizi educativi 0-6 anni?
In una prospettiva di confronto tra Servizi educativi 0-3 e scuole dell’infanzia, il momento del pranzo presenta valori, opportunità educative e dimensioni organizzative omogenee o differenti?
Quali le somiglianze?
Quali le diversità?
Francesca Ciabotti