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Linguaggi artistici ed espressività naturale
La “mimazione” di Orazio Costa come proposta educativa per lo 0-6
Gilberto Scaramuzzo
Professore ordinario di Pedagogia Generale e Sociale, Università Roma Tre e docente di Pedagogia presso l’Accademia nazionale di danza
Abstract
Il contributo propone una riflessione di natura filosofico-educativa sulla valenza dei linguaggi artistici per l’educazione dei bambini da 0 a 6 anni. Il fatto che grandi maestri e maestre di diverse discipline artistiche abbiano guardato all’agire espressivo dei bambini e delle bambine per trarre ispirazione per il loro lavoro costringe a procedere con cautela nel ricercare semplici soluzioni per il problema su cui si riflette. L’espressività naturale dei bambini presenta delle caratteristiche che meritano di essere approfondite prima di avanzare qualsiasi proposta educativa che preveda l’uso di linguaggi artistici. Si propongono infine delle tracce, reperite soprattutto dalla ricerca di Orazio Costa, per guadagnare consapevolezza su quei dinamismi espressivi e artistici umani che il bambino ancora ineducato ci rivela e che, se nutriti adeguatamente, potrebbero produrre effetti positivi sia per la crescita del singolo sia per il benessere dalla convivenza.
Parole chiave
Mimesis, Orazio Costa, Metodo mimico, corporeità, espressività
Contatti
gilberto.scaramuzzo@uniroma3.it
Intento di questo breve contributo è quello di proporre una riflessione di natura filosofico-educativa sulla valenza dei linguaggi artistici per l’educazione dei bambini e delle bambine da zero a sei anni. Per svolgere questo compito credo sia bene partire da un fatto che può facilmente risultare evidente a chiunque, e, da questo, trarre le necessarie conseguenze. Vedremo a breve come questo fatto ci consentirà di aprire la nostra riflessione sul nesso che lega i linguaggi artistici alla riscoperta di un’espressività naturale, come accennato nel titolo. Il fatto è il seguente: una pletora di artisti e di artiste, ma anche di maestri e maestre nelle arti dello spettacolo, hanno guardato con attenzione al fare dei bambini per realizzare le loro opere e i loro metodi di formazione. Basterà qui citarne alcuni per verificare la consistenza di questo fenomeno. Nell’ambito della pittura: Pablo Picasso, Wassily Kandinsky, Paul Klee, Joan Mirò, Henri Matisse; nell’ambito della danza, sia per la creazione di coreografie sia per la costruzione di percorsi di formazione artistica: Isadora Duncan, Rudolf von Laban, Pina Bausch, Marce Cunningham; nell’ambito teatrale, e per gli stessi fini sia artistici sia formativi prima evocati per le danza: Jacques Copeau, Konstantin Stanislavskij, Peter Brook, Orazio Costa. La lista potrebbe essere assai più lunga e attingere a tutte le arti, proponendo sempre nomi di primissimo piano. Dunque, è facile verificare come grandi maestre e maestri, oltre che artisti e artiste eccellenti in tutte le discipline, hanno guardato con grande attenzione al mondo dell’infanzia per comprendere i dinamismi profondi del fare espressivo umano e per trarre elementi di ispirazione fondamentale alla pratica della propria arte. Tra essi vi sono alcuni dei fondatori e delle fondatrici dell’idea contemporanea di formazione artistica nelle arti plastiche e sceniche. Tutti questi maestri e maestre hanno considerato i bambini e le bambine, nel loro fare espressivo naturale, i loro veri maestri e maestre. Questa semplice constatazione non può non metterci in allarme quando ci accingiamo a proporre una riflessione che concerne la rilevanza dei linguaggi artistici per la formazione dei bambini e delle bambine nella loro più tenera età. Questo perché, come abbiamo verificato, in relazione alla radicalità dell’uso del linguaggio espressivo/artistico, sono proprio i bambini e le bambine a esser presi/e a modello dai più grandi maestri e dalle più grandi maestre. Del resto, ogni maestra della scuola dell’infanzia (come anche quei rarissimi maestri), se seria e onesta, può spesso trovarsi nella condizione di dover riconoscere, durante il suo lavoro con la classe, che, per quanto riguarda la capacità e l’energia espressiva – cioè per quel che concerne quella che potremmo ingenuamente chiamare “naturale capacità artistica” – i bambini e le bambine di cui lei deve occuparsi le sono decisamente superiori. Forse, in conseguenza di questo riconoscimento, ci si dovrebbe impegnare a fare come hanno fatto quei grandi e quelle grandi a cui si accennava poco sopra, e imparare dai bambini e dalle bambine come riaccendere, prima di tutto in noi stessi, quella bellezza vitale che tanta educazione ha così colpevolmente mortificato in molti di noi adulti educati. E, così, cacciare il più possibile lontano ogni agire educativo che possa rischiare di imbrigliare quell’energia meravigliosa e sacra (perché espressione del mistero della vita) dentro un contenitore che ne impedisca in un qualunque modo lo sviluppo armonico. Ma l’umiltà che segna il sentire e l’agire dei grandi maestri e delle grandi maestre potrebbe far difetto nell’agire nostro, che grandi non siamo. Infatti, non è impossibile assistere nelle scuole a manifestazioni, che si vorrebbero artistiche, in cui l’energia bella e buona (per usare due termini della cultura greca antica in cui la poesia, in tutte le sue molteplici manifestazioni, era paideia) che la natura, la vita, l’amore o, per chi crede, addirittura Dio ha dato al cucciolo d’uomo è oscenamente mortificata; e presentata in una scatola brutta, chiamata impropriamente arte, teatro, danza… e che adulti educati festeggiano, fotografano, filmano… Qui, per questa nostra riflessione, per non incappare in un simile equivoco, vogliamo limitarci a riscoprire e rivalutare (per quel poco o tanto che è consentito a una riflessione scritta) quelle qualità umane, così prepotentemente vive nei bambini e nelle bambine, che i grandi maestri e maestre – coloro che hanno impiegato le loro migliori energie spirituali al servizio dell’arte – si impegnano (o si sono impegnati e impegnate) a recuperare per
sé e a far recuperare a tutte quelle persone depauperate nelle loro potenzialità (dopo gli anni in cui ha agito un’educazione incapace di dare loro un giusto nutrimento) che da adulte vogliono (o hanno voluto) dedicarsi alle varie forme che può assumere l’espressione artistica. Tra i maestri e le maestre d’arte che abbiamo nominato nelle prime righe della nostra riflessione, un posto particolarmente significativo, per la valenza in ambito educativo della sua ricerca, occupa, a mio parere, Orazio Costa. Egli, infatti, è sì stato, a detta di molti e autorevoli artisti, il più grande maestro del teatro italiano (cfr. Colli, 1996; Boggio, 2004; Bordoni, 2017; Piazza, 2018). Soprattutto – ed è in ciò che si rivela la rilevanza che assume la sua ricerca nella riflessione che qui proponiamo – egli, per costruire il suo metodo per la formazione dell’attore, ha compiuto un affondo sull’espressività umana, i cui risultati non possono non interessare chiunque si impegni in ambito educativo per lo sviluppo dell’umanità nell’essere umano. La ricerca di Costa sembra, infatti, rispondere a una domanda fondamentale: esiste un movimento, un dinamismo umano che possa essere messo come fondamento di ogni agire espressivo; ovvero esiste una radice comune che caratterizza ogni azione espressiva umana, fino ai vertici di quella artistica? Se per “linguaggio artistico” intendiamo una forma di espressione che non si limiti alla sola razionalità, ma consenta un dire che vada oltre ogni confine che essa possa porre per estendersi negli spazi infinitamente più vasti del fare poetico, allora il metodo di Costa può fornire le basi, sia teoriche sia pratiche, su cui costruire un’azione educativa rivolta ai bambini e alle bambine da 0 a 6 anni. Un agire che consenta di operare per la ricchezza del loro futuro vivere adulto, sia come singoli e singole sia come partecipanti attivi e attive di una convivenza. Costa chiama il suo metodo “Metodo mimico” (o mimesico), perché fondato su un agire che lui nomina “mimazione”: un principio organico che può essere ricondotto a quel dinamismo che i greci chiamavano mimesis, e che noi con troppa approssimazione traduciamo in italiano come “imitazione”. La “mimazione” è quel gioco che nessuno insegna ai bambini e alle bambine e che loro realizzano naturalmente quando si esprimono analogicamente rendendosi simili, nell’aspetto e nella voce, a qualcosa o a qualcuno che ha colpito la loro attenzione e di cui vogliono approfondire e prolungare l’esperienza precedentemente raccolta con i sensi. Dunque si ha una “mimazione”, per esempio, quando un bambino o una bambina gioca a essere la mamma o la maestra, o anche quando si rende simile all’Uomo ragno, o a un leone o a un dinosauro, o a qualunque altra realtà, esistente o immaginaria, che ha in qualche modo incontrato. Suggestionati dalla proposta di Costa, è bello tornare al concetto greco di mimesis per ritrovare, attraverso Platone e Aristotele, alcune valenze che ne possono illuminare la rilevanza educativa e procedere con estrema naturalità da un piano teorico alla realtà della pratica all’interno della classe. Nella Poetica Aristotele ci consegna una definizione di essere umano che troppo solitamente, e anche colpevolmente, è ignorata in ambito educativo. In una pagina di quest’opera (1448b) egli afferma che l’essere umano è l’animale in cui la mimesis raggiunge un’eccellenza, ed è attraverso di essa che l’essere umano si procura le conoscenze fondamentali. Aristotele non chiarisce cosa sia la mimesis, ma questo era già stato fatto efficacemente da Platone nella Repubblica, dove, a 393c, esplicita il fare la mimesis come un “rendersi simile nella voce e/o nel gesto a qualcuno o a qualcosa”. Quindi, è facile affiancare la mimesis, qui definita da Platone, con la “mimazione”, a cui fa riferimento Costa. Ed è lo stesso Costa a fare esplicito riferimento al verbo greco mimèomai (lo stesso usato da Platone nella pagina della Repubblica) esaltandone le qualità di verbo deponente, cioè di un verbo la cui azione permane nella persona che esercita l’azione: “Mi trasformo in qualche cosa, realizzo qualche cosa ma restando io” (Costa, 2022, p. 31). Il metodo di Costa per la formazione dell’attore si fonda proprio sulla riscoperta negli adulti di questa capacità che avevamo da bambini e da bambine di giocare e di rigiocare a “far finta che si era” qualunque entità che, catturata con i sensi, aveva suscitato la nostra attenzione, oppure aveva acceso la nostra fantasia. Seguendo Costa nella sua proposta, è facile rilevare quanto ogni educazione ai linguaggi artistici riceva dall’ampliamento delle esperienze sensoriali nei bambini e nelle bambine il primo e fondamentale impulso. Per questo, gli asili e le scuole per l’infanzia che prevedono molte attività in natura hanno la maggiore possibilità di nutrire l’espressività dei bambini e delle bambine, fornendo loro un facile accesso al patrimonio di infiniti movimenti, colori e suoni presente in natura. È interessante notare come il Metodo mimico di Orazio Costa, che si propone di agevolare negli adulti la riscoperta dell’originario dinamismo mimesico, inizi proprio con lo studio di quanti più elementi possibili presenti in natura, e si realizzi attraverso la pratica della mimesis con tutto il corpo di enti riconducibili ai quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. E così, nelle stanze dell’Accademia nazionale di arte drammatica, gli allievi attori si impegnavano a rendersi simili con tutto il loro corpo a un’onda del mare, al vento, alla sabbia del deserto, alle radici di un albero, al bruciare di un mucchio di paglia… Il Metodo elaborato da Costa, quando opera sugli adulti mira prima al recupero, quindi all’esercizio e, infine, all’affinamento dell’istinto mimico che era presente e attivo in ciascuno e in ciascuna quando si era bambini e bambine, ma che, solitamente, si ritrova, con il passare degli anni, sempre più soffocato, a causa di un’azione educativa che ha imposto, precocemente e continuativamente, restrizioni al movimento corporeo che ne rappresenta la sua prima espressione. Quindi, ecco una facile considerazione che, muovendo dalla riflessione teorica, può immediatamente investire l’agire sul campo: la necessità di valorizzare quell’espressività naturale che i bambini e le bambine realizzano attraverso il movimento mimesico, e la rilevanza educativa di ogni tentativo teso a intensificarla riguadagnando uno stretto contatto con gli elementi naturali. Volendo qui tentare una estrema sintesi di un agire educativo coerente con questi presupposti: molta esperienza di contatto sensibile con gli elementi naturali incontrati nella loro realtà e molta realizzazione mimesica di questi elementi. La realizzazione mimesica può essere primariamente realizzata con il corpo per poi essere trasposta in tutti i linguaggi che l’essere umano ha strutturato per dire l’ineffabile, linguaggi che costituiscono l’arte in tutte le sue forme. Partendo, per esempio, dal guardare un’alga nell’acqua o sulla riva del mare o di un lago, e dal toccarla e dall’esperirla con i sensi, si può passare al farne la mimesis attraverso il corpo – si può cioè giocare a essere un’alga. Fatto questo, sarà poi facile passare, per esempio, al suo disegno; e questo non potrà che arricchirsi (rispetto a un disegno fatto senza essere preceduto da una mimesis corporea) di particolari e sfumature, che ri-conosciute nell’esperienza corporea si sentirà necessario esprimere ora attraverso il disegno e i colori. Per Costa, inoltre, l’attività analogica e creativa sarebbe alla base anche dello sviluppo di quelle capacità che una visione superficiale della realtà potrebbe ritenere appartenenti a un reame altro rispetto a quello delle arti: quello delle scienze (Piazza, 2018, p. 138)1 . Egli non si limita a pensare a questa vicinanza di agire creativo umano, ma riporta affermazioni di scienziati eccellenti che riconoscono in sé il movimento di rendersi simili mentre sono attivamente impegnati nella loro ricerca.
CONCLUSIONI
Questa riflessione sui linguaggi artistici per l’educazione dei bambini e delle bambine da zero ai sei anni si è fondata sull’attenzione che grandi maestri e maestre d’arte hanno rivolto all’agire espressivo del cucciolo d’uomo, e si è sviluppata attraverso un breve affondo sulla ricerca di Orazio Costa. Quanto è emerso ci esorta a essere educatori ed educatrici consapevoli del patrimonio espressivo naturale umano che i bambini e le bambine, non ancora struppiati e struppiate da un’azione educativa colpevole, ci mostrano in abbondanza. Questa attenzione, sono sicuro, avrebbe effetti straordinari sulla formazione di una convivenza che, costruendosi sull’esercizio di dinamismi basati sul vivere in sé per analogia l’altro da sé, sarebbe tesa al ricercare il bene dell’altro per sentirlo rivivere in sé. Inoltre, la pratica della mimesis, estesa a quanti più enti possibili, consentirebbe di esperire vitalmente la fratellanza e la sorellanza che ci accomuna a tutto il reale, rendendo più facile una futura scelta consapevole di orientare la propria esistenza verso la costruzione di armonie piuttosto che distruzione.
1 Piazza (2018, p. 138) cita a proposito una frase del filosofo e biologo, premio Nobel, Jacques Monod, le cui tesi furono pur Costa di grande ispirazione: “Io ritengo che tutti gli scienziati abbiano dovuto rendersi conto del fatto che la loro riflessione, al livello più profondo, non è verbale: è un’esperienza immaginaria, simulata con l’aiuto di forme, di forze, di interazioni che costituiscono a stento una ‘immagine’ nel senso visivo del termine. Io stesso, non avendo più nulla nel campo della coscienza, a forza di concentrare l’attenzione sull’esperienza immaginaria, mi sono sorpreso nell’atto di identificarmi con una molecola proteica” (Monod, 1970, p. 150).
BIBLIOGRAFIA
Aristotele, Poetica, Milano, Rizzoli, 1993. Boggio M., Mistero e teatro, Roma, Bulzoni, 2004.
Bordoni M., Alle radici dell’espressività, Tricase, Ensemble 3.0., 2017.
Colli G.G., Una pedagogia dell’attore, Roma, Bulzoni, 1996.
Costa O., Parlando del metodo mimico, Roma, Audino., 2022.
Monod J., Il caso e la necessità, Milano, Mondadori, 1970.
Piazza L., L’acrobata dello spirito, Corazza, Titivillus, 2018.
Platone, Repubblica, Milano, Bompiani, 2009.