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L’educazione partecipata

Costruire alleanze con le famiglie
nei servizi per l’infanzia

Elisabetta Musi
Professoressa associata di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Pedagogia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza

Abstract

Il coinvolgimento delle famiglie richiede una corresponsabilità costruita su valori condivisi e una riflessione critica sui processi educativi, andando oltre la semplice delega di compiti operativi. Esperienze innovative dimostrano che la corresponsabilità, pur implicando rischi e cambiamenti, può rafforzare la fiducia reciproca e creare comunità educative solide e inclusive. Questo approccio richiede strumenti, tempo e volontà di aprirsi al dialogo per costruire un’alleanza educativa che risponda alle esigenze di bambini e bambine e contribuisca al benessere dell’intera comunità.

Parole chiave

Volontà, rischio, comunità, partecipazione

Contatti

elisabetta.musi@unicatt.it

 

Il funzionamento dei servizi educativi e scolastici ha visto nella gestione sociale, e in particolare nella partecipazione delle famiglie, la sua migliore espressione democratica. È stata la cifra che ha caratterizzato i servizi per la prima infanzia in Italia fin dal loro avvio (Zaninelli, 2010, 2015; Guerra, Luciano, 2014). A partire dagli anni Settanta, infatti, leggi, decreti e organi di gestione hanno investito i genitori del compito di partecipare attivamente alla vita dei contesti educativi e al funzionamento della scuola dei figli. Oggi però molte cose sono cambiate: i servizi per l’infanzia si sono lentamente ritirati in una fucina di pratiche e riflessioni che hanno escluso i genitori dalla progettazione, ritenendoli sì interlocutori importanti ma con cui difficilmente si pensa insieme il servizio e la sua proposta educativa, e si costruisce il futuro non solo di quei bambini e bambine, ma più in generale della comunità (Camarlinghi, D’Angella, 2023).

RILEGGERE LA PARTECIPAZIONE COME RIFLESSO DELL’ORDINE SOCIALE

Come nel tempo i sistemi di relazione sono cambiati e con loro gli strumenti di pensiero per comprenderli, allo stesso modo il concetto di partecipazione deve essere continuamente rivisto, configurandosi come un topos di ricerca sempre aperto, in una logica di continua sintonizzazione con i cambiamenti sociali.

Società vs comunità

Per provare a comprendere il calo di investimento dei genitori nella co-gestione dei servizi è utile tornare agli studi di un sociologo tedesco della seconda metà dell’Ottocento, Ferdinand Tönnies, che nel suo scritto più famoso – Comunità e società, del 1878 – è stato tra i primi a teorizzare l’opposizione fra due forme sociali: la “comunità” e la “società”. Tönnies si riferisce da un lato alle società antiche, nelle quali domina la dimensione comunitaria, e dall’altro alle società industriali, in cui prevale quella societaria. La comunità si fonda su legami di vicinanza e di consanguineità; la società, invece, costituisce un raggruppamento sociale basato sul contratto e nasce da valutazioni di convenienza e di opportunità (interessi economici, culturali ecc.). Espressione della società sono gli stati moderni, le grandi città e le fabbriche, dove gli individui vivono separati ed estraniati gli uni dagli altri. La forma comunitaria, fondata sul sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea, predomina in epoca pre-industriale, mentre la forma societaria, basata sulla razionalità e sullo scambio, è caratteristica della moderna società industriale. Tönnies riteneva che nella società fosse impossibile raggiungere un insieme di valori generalmente condiviso: gli individui agiscono in modo egoistico e indipendente, dando luogo a un ordine sociale basato sulla composizione di interessi. La comunità è invece un rapporto reciproco fra i partecipanti, fondato su una convivenza durevole; è organica, le sue forme emergono in seno alla famiglia nei rapporti tra madre e figlio, tra moglie e marito, tra fratelli, per estendersi poi ai rapporti di vicinato e di amicizia. Questi rapporti sono improntati a intimità, riconoscenza, condivisione di linguaggi, significati, abitudini, spazi, ricordi ed esperienze comuni. Nella società gli individui vivono separati, in un rapporto di tensione con gli altri, e ogni tentativo di entrare nella loro sfera privata viene percepito come un atto di intrusione. Il rapporto societario tipico è il rapporto di scambio economico e commerciale, che non mette in relazione gli individui nella loro totalità, ma soltanto nelle loro prestazioni. Gli effetti di questa competizione prestazionale si estendono dalla rivalità che caratterizza il libero mercato alle dinamiche relazionali.

© Edward Breda, La Terra dei bambini, San Ginesio (Mc)
PERCHÉ TANTA FATICA NEL “SENTIRSI PARTE”?

In questa situazione è facile comprendere come l’evidente calo di partecipazione dei genitori alla vita dei servizi, e ancor di più della scuola (più presenti nei contesti 0-6, mentre il calo è progressivo a partire dalla scuola primaria), sia espressione di un clima culturale generale e di un’organizzazione sociale che poco spazio (e tempo) concede alla cura delle relazioni. Non è da imputare dunque al disimpegno dei singoli genitori, a volte guardati con disappunto dal personale educativo e scolastico che si prodiga nell’organizzazione di incontri e formazioni per mamme e papà. Può essere utile allora tornare a interrogativi radicali: cosa vuole dire invitare le famiglie a prendere parte attiva alla vita dei servizi? Aderire a iniziative? Essere presenti? E quando i genitori sono presenti, si può dire che partecipino se ascoltano, parlano, se sono propositivi, se hanno il coraggio di esplicitare il proprio punto di vista, anche in disaccordo con quello altrui? O la partecipazione è ancora altro? E se la partecipazione coincide con gli scambi di comunicazione, a quale idea di comunicazione ci riferiamo? A quella in cui i genitori raccontano la loro quotidianità familiare, permettendo così al personale educativo e scolastico di capire il contesto di vita di bambini e bambine? Oppure a quella in cui la comunicazione si risolve in una richiesta di informazioni? O ancora quando si trasforma in consulenza educativa? E cosa dovrebbe produrre la partecipazione? Condivisione delle informazioni, lessico e cultura condivisi, consenso? Co-progettazione di pratiche con cui concretizzare ideali educativi e obiettivi didattici? Cambiamento? E di chi? Dei bambini, delle famiglie, dell’organizzazione del servizio, della comunità? Secondo quale idea? Chi ha responsabilità educative dovrebbe confrontarsi sui valori e sulla loro concretizzazione, tanto più che i genitori rischiano di essere soli e confusi in un compito che invece costituisce un’impresa collettiva sostenuta dal dialogo e dal confronto tra adulti. Occorre intendersi su scelte di fondo, su ideali che spesso sembrano scivolati nella retorica pedagogica e che vengono evitati per non sembrare moralistici e paternalistici. Per esempio, se concordiamo sull’idea che educare un bambino alla libertà non significa fargli fare quello che vuole, ma renderlo sempre più consapevole che la libertà comporta il riconoscimento di vincoli, di un’interdipendenza tra soggetti, allora anche la gestione delle interazioni spicciole della vita quotidiana potrà essere assunta con maggiore autorevolezza e assertività dai diversi adulti che partecipano al mondo del bambino. In sostanza, educatrici, insegnanti e pedagogiste/i hanno la non facile responsabilità di guidare i genitori in una riflessione critica sui processi formativi ed educativi (la società forma anche quando non educa) e sulle pratiche che ne derivano.

SVELARE GLI IMPLICITI E OSARE NUOVE ESPERIENZE

Ci sono dei veti impliciti che possono essere proficuamente interrogati: non è che ai genitori si delega il “fare” (per il servizio), escludendoli dal comprendere e partecipare al divenire – cognitivo, emotivo, affettivo, relazionale… – dei bambini? Quanta ricerca e sperimentazione si realizza sul tema della partecipazione all’interno dei servizi? Circolano messaggi escludenti che travalicano le buone intenzioni personali. Il sospetto è efficacemente argomentato in un libro curato da Mariagrazia Contini, la quale, in occasione di un progetto europeo che puntava a documentare le alleanze nei servizi educativi, ha constatato che spesso queste sono contrastate da disalleanze implicite, tacite, a volte del tutto inconsapevoli (Contini, 2012). Per esempio, quando si invitano i genitori a prendere parte alla vita della scuola e poi non si è disposti ad accogliere richieste che esulano da quanto già pensato o previsto; oppure quando si pone il tema educativo come solo o prevalente registro comunicativo su cui fondare l’incontro, il confronto, la collaborazione. In una ricerca sulla relazione con servizi e scuole di un gruppo di mamme straniere (Musi, Augelli, 2021), queste riferivano di essersi allineate a quanto vedevano fare dalle mamme autoctone a volte senza capire, a volte sentendosi non del tutto coinvolte o comprese (per esempio nessuno chiedeva loro quali fossero gli stili educativi, il peso delle tradizioni, le priorità valoriali della loro cultura d’origine e familiare). Per cui, temendo di essere/ sentirsi escluse, si mimetizzavano. A volte la comunicazione si riduce a essere un simulacro, senza reale scambio. L’ascolto efficace, infatti, dovrebbe produrre cambiamento da entrambe le parti (di concezioni, rappresentazioni, comportamenti, priorità, regole, abitudini…), ma questo raramente accade. E si scivola in un etnocentrismo (o neo-colonialismo) acritico. La corresponsabilità è un obiettivo che richiede un’intesa tra le parti: per essere co-responsabili occorre cercare intenzionalmente una sintonia di valori che si concretizzano in pratiche coerenti e solidali. La condivisione di un orientamento educativo (coi rischi di fallimento che comporta) richiede la disponibilità al confronto, la capacità di mettersi in gioco, di interrogarsi sul senso che hanno per noi i rischi, le paure, gli investimenti relazionali, per poi trovare, nelle risposte a quelle domande, delle intese, degli accordi che alimentino la fiducia reciproca. Anni fa mi è stato chiesto di accompagnare un gruppo di insegnanti di una scuola dell’infanzia in un percorso di innovazione della didattica, che ha comportato una formazione pluriennale per passare da una scuola tradizionale – anche nella struttura architettonica – a una scuola senza sezioni (1.200 metri quadrati di scuola senza una porta, ma con muri di diverse altezze che creavano angoli e nicchie nello spazio). Ne è scaturito un percorso di ricerca-azione in cui abbiamo rivisto i modi della relazione, individuato nuovi dispositivi di gestione di un insieme di 80 bambini che non si riunivano più in una stanza con due insegnanti per sezione. All’inizio i genitori hanno accolto con diffidenza e disagio la nuova organizzazione. Hanno posto resistenze relative ai pericoli (“come è possibile garantire uno sguardo attento a un grande gruppo di bambini disperso in uno spazio così ampio?”), contrastato la nuova organizzazione minacciando di ritirare i bambini, lamentandosi di una gestione diversa da quella conosciuta e scelta al momento dell’iscrizione… È stato necessario prevedere tante occasioni di confronto sul senso di quella scelta, sul peso dei rischi, sulle potenzialità di una didattica sperimentale… Alla fine è stato rifondato il patto di corresponsabilità: le insegnanti si mettevano in gioco, ma anche i genitori accettavano il fatto che i bambini e le bambine potessero perdere i riferimenti abituali per individuarne altri… Tutti hanno accettato un rischio e hanno condiviso la quota di incognito che la nuova scuola rendeva più evidente. Ma l’accettazione del rischio ha prodotto un aumento di fiducia reciproca, perché la decisione è stata analizzata, compresa e sostenuta da tutti con convinzione. I documenti di indirizzo delle istituzioni per l’infanzia (Orientamenti nazionali per i servizi per l’infanzia, Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei) riservano un’attenzione particolare ai rapporti con i genitori, che sono tanto più coinvolti nella co-gestione dei servizi quanto più dispongono di strumenti per comprenderne l’organizzazione, il progetto pedagogico, la proposta educativa, in un confronto permeabile a suggerimenti, modifiche e collaborazioni. In fondo, partecipare non è solo essere e sentirsi parte di un contesto, ma accogliere la parzialità del proprio punto di vista come condizione generativa di scambi, motore di ricerca del senso di ciò che si fa: il senso di scoprire qualcosa di più riguardo a sé stessi e riguardo allo stare bene insieme in una comunità educativa qual è quella a cui punta la partecipazione delle famiglie nei nidi e nelle scuole.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Camarlinghi R., D’Angella, Fare scuola in questo tempo. Dialoghi sull’educare, Torino, Gruppo Abele, 2023.

Contini MG. (a cura di), Dis-alleanze nei contesti educativi, Roma, Carocci, 2012.

Guerra M., Luciano E. (a cura di), Costruire partecipazione. La relazione tra famiglie e servizi per l’infanzia in una prospettiva internazionale, Parma, Edizioni Junior-Spaggiari Edizioni, 2015.

Musi E., Augelli A., Sentirsi parte e prendere parte. Il contributo delle famiglie straniere alla progettazione dei servizi per l’infanzia, in “Iul Research”, vol. 2, n. 4/2021, pp. 6-22.

Zaninelli F. L., Pedagogia e infanzia. Questioni educative nei servizi, Milano, FrancoAngeli, 2010.

Zaninelli F. L., Contesti e temi educativi zero-tre anni, Parma, Edizioni Junior-Spaggiari Edizioni, 2015.

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