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Le tate familiari: educatrici di casa
Un modello di pratica educativa territoriale, di cura e di prossimità per la prima infanzia
Gianni Nuti Professore Associato Didattica Generale e Pedagogia Speciale, Università della Valle d’Aosta
Abstract
Il presente contributo propone un’analisi della figura della tata familiare come servizio educativo innovativo, radicato nella Regione Autonoma Valle d’Aosta e potenzialmente replicabile in altri contesti. Attraverso un impianto metodologico misto, che combina indagine qualitativa, analisi lessicometrica e osservazione sul campo, si delinea un modello fondato sulla relazione di prossimità, la domesticità dell’ambiente, l’empowerment professionale e il coinvolgimento attivo delle famiglie. L’articolo valorizza l’orizzonte pedagogico e sociale di una figura ancora poco studiata, ma fortemente significativa nei processi educativi della prima infanzia.
Parole chiave
Pedagogia della casa, personalizzazione educativa, professionalità riflessiva, tate familiari, rete territoriale
Contatti g.nuti@univda
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
INTRODUZIONE
In un tempo di frammentazione sociale e riorganizzazione delle strutture familiari, la cura dell’infanzia assume nuove forme e richiede risposte capaci di coniugare qualità educativa, accessibilità e personalizzazione. In questo scenario, la figura della tata familiare si propone come una risorsa territoriale capace di ricomporre legami, offrire prossimità e generare processi educativi incarnati.
La sperimentazione avviata nella Regione autonoma Valle d’Aosta si configura come un laboratorio di innovazione sociale e pedagogica, che merita attenzione non solo per i risultati ottenuti, ma per la visione implicita di infanzia, educazione e comunità che essa veicola. Nell’orizzonte europeo esperienze affini, come quella delle Tagesmutter in Trentino Alto Adige (Associazione Domus) e analoghi progetti in Francia e Germania, mostrano un rinnovato interesse per forme di educazione domiciliare regolata, capaci d’intercettare i bisogni delle famiglie e garantire un’alta qualità relazionale. In questo contesto, l’esperienza valdostana si distingue per l’equilibrio tra autonomia professionale e coordinamento istituzionale, tra libertà di stile e responsabilità condivisa.
METODO E CONTESTO
Il progetto di ricerca ha coinvolto 38 tate, selezionate e formate attraverso un percorso triennale promosso dall’Assessorato regionale alla Sanità, salute e politiche sociali. L’indagine preliminare ha previsto la somministrazione di un questionario di customer satisfaction a 180 famiglie e la realizzazione di interviste semistrutturate a tre tate operanti in contesti differenti (abitazione privata, struttura comunale, casa in affitto) e due coordinatrici pedagogiche. L’analisi dei dati è stata condotta con il software LEXICO3, dell’Université Paris III, che consente una lettura fine delle occorrenze, dei nuclei tematici e delle relazioni semantiche. Il quadro teorico si ispira all’empowerment evaluation (Fetterman, 1994), alla pedagogia dell’ambiente e della relazione (Edwards et al. 2017, Bondioli, 2001), nonché ai contributi sulla professionalità riflessiva (Schön, 1993) e sulla valutazione partecipativa dei servizi educativi (Bondioli e Savio, 2009). L’obiettivo è di contribuire alla definizione di un modello identitario della tata familiare come professionista autonoma, ma inserita in una rete educativa e sociale pubblica.
ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA BUONA PRATICA
La pedagogia della casa
La cifra distintiva del servizio di tata familiare risiede nella sua ambientazione domestica. La casa – che può coincidere con l’abitazione della tata, essere una struttura in affitto o, più raramente, uno spazio comunale – si trasforma in ambiente educativo, luogo affettivo e spazio di vita. Le routine quotidiane (pranzo, gioco, sonno, cura) assumono una valenza pedagogica, coerente con la prospettiva dell’educare nella vita (Montessori, 1948), in cui l’apprendimento si intreccia con il fare, il corpo, la relazione. Le tate riportano un’attenzione particolare ai dettagli: la disposizione degli arredi, la scelta dei materiali e la cura degli oggetti diventano segni di una pedagogia implicita, fatta di gesti, atmosfere e simboli (Nuti, 2021). La casa, così concepita, è un ambiente preparato che riflette la storia della tata – portatrice di cura – i suoi valori, le sue competenze formali e informali.
Un luogo denso, che si oppone alla neutralità di molti spazi educativi standardizzati.
La personalizzazione educativa
Ogni tata segue un piccolo gruppo di massimo quattro bambini. Questo consente di instaurare relazioni individualizzate, attente ai bisogni mutevoli dell’infanzia, alle sue fragilità e potenzialità. Le parole ricorrenti nel corpus – attenzione, cura, autonomia, ascolto – riflettono una postura pedagogica centrata sulla soggettività del bambino, in linea con le teorie dell’educazione responsiva. Quest’ultima si fonda sull’idea che i bambini siano, fin dalla nascita, esseri viventi intenzionalmente relazionali, dotati di una capacità innata di intersoggettività primaria. Secondo questa prospettiva, lo sviluppo umano è governato da un dialogo continuo tra bambino e adulto, fondato su segnali affettivi, corporei, vocali e gestuali che costruiscono legami significativi e sostengono l’apprendimento (Trevarthen, 2001). La progettazione educativa, inizialmente percepita come sfida, si è rafforzata durante il percorso formativo. Le tate hanno sviluppato consapevolezza circa la necessità di rendere esplicite le proprie scelte, formalizzare obiettivi e strategie, articolare il lavoro quotidiano in forma progettuale.
La costruzione di un progetto educativo annuale, con sezioni individuali per ogni bambino/a, si configura come dispositivo di riflessione e garanzia di coerenza verso le famiglie. Un aspetto che merita particolare attenzione è la riflessione emersa tra le tate stesse durante il percorso formativo in merito alla progettazione educativa. Molte di esse hanno espresso iniziali difficoltà a formalizzare obiettivi, strategie e strumenti ma, attraverso il confronto e l’accompagnamento metodologico, è emersa una consapevolezza crescente dell’importanza di rendere visibile e comunicabile il proprio pensiero pedagogico. Il progetto educativo, inteso non solo come un documento da redigere, ma come processo riflessivo continuo, ha progressivamente assunto il ruolo di strumento di narrazione dell’identità professionale, di legittimazione dell’azione e di mediazione tra vissuto educativo e attese familiari. Tale trasformazione è stata accompagnata da strumenti di monitoraggio quali i questionari rivolti alle famiglie, che si sono rivelati non soltanto dispositivi valutativi ma occasioni di crescita professionale. Le reazioni al questionario, inizialmente ambivalenti, hanno progressivamente assunto il valore di stimolo, rivelando il bisogno di maggiore confronto tra colleghe, di occasioni strutturate di autoanalisi e di rinforzo formativo. La riflessione collettiva sui risultati, condotta anche con il supporto del coordinamento pedagogico, ha innescato dinamiche di apprendimento professionale generativo. Questo processo ha condotto alla definizione condivisa di una carta dei servizi, di un codice deontologico e di un repertorio di pratiche ispirate a criteri di familiarità, cura quotidiana e flessibilità relazionale. L’evoluzione del pensiero pedagogico delle tate, a partire dalle pratiche e sostenuta da strumenti di ricerca e formazione continua, testimonia la possibilità di sviluppare un’identità educativa forte anche in contesti di lavoro individuale o semi-strutturato. La professionalità, in questo quadro, emerge come costruzione intersoggettiva, fondata sull’osservazione reciproca, sulla negoziazione di significati e sulla responsabilità condivisa. L’esperienza valdostana dimostra che la qualità nei servizi per la prima infanzia può emergere anche in contesti decentrati e flessibili, a condizione che siano sostenuti da dispositivi formativi adeguati, spazi di confronto e riconoscimento istituzionale. Il valore della valutazione, così intesa, non risiede nell’oggettività tecnica del dato ma nella sua capacità di innescare processi trasformativi, orientati all’autonomia, alla responsabilità e alla consapevolezza educativa.
FAMIGLIE, RETE E TERRITORIO: UNO SPAZIO DI PROSSIMITÀ EDUCATIVA
Il servizio delle tate familiari si distingue anche per la qualità della relazione con le famiglie. Esse non sono semplici fruitrici, ma interlocutori attivi: partecipano all’inserimento, condividono osservazioni, collaborano nella documentazione. Questo favorisce un clima di fiducia, reciprocità e corresponsabilità, capace di generare quella continuità educativa tra casa e servizio tanto auspicata quanto difficile da realizzare nei servizi più strutturati. I questionari restituiscono un altissimo grado di soddisfazione (media 9,4 su 10), ma anche suggerimenti migliorativi, soprattutto sul fronte della flessibilità oraria e della comunicazione. Interessante è la percezione di alcuni genitori che vedono nella tata una “seconda famiglia”, un’alleata educativa, un punto di riferimento nella costruzione della genitorialità stessa. La relazione con il territorio si configura come osmotica: la tata vive e lavora nello stesso contesto, frequenta gli stessi luoghi (biblioteche, negozi, parchi…), attiva uscite e micro-esperienze in dialogo con l’ambiente circostante. Ciò alimenta un senso di appartenenza, un radicamento che nutre l’identità dei bambini e favorisce processi di socializzazione diffusa. In particolare, nelle zone rurali il rapporto del servizio con l’allevamento e l’orticoltura diventa routinario e fortemente qualificante per lo sviluppo di radici identitarie profonde, alimentando un immaginario situato e una sensibilità euristica rispetto all’ambiente circostante.
EMPOWERMENT PROFESSIONALE E COORDINAMENTO PEDAGOGICO
Uno degli aspetti più significativi del progetto è il percorso di formazione permanente proposto alle tate. L’approccio utilizzato – l’empowerment evaluation – si fonda sull’idea che la valutazione non sia solo un momento esterno di controllo, ma uno strumento per rafforzare le capacità interne degli operatori. Le tate sono state coinvolte in laboratori riflessivi, discussioni di gruppo, costruzione di griglie e documenti condivisi. Il coordinamento pedagogico svolge un ruolo cruciale nel mantenere una coerenza sistemica, promuovere l’identità del servizio, offrire occasioni di confronto e di sostegno. È una figura ponte tra l’autonomia delle tate e le responsabilità pubbliche, garante di qualità ma anche di accompagnamento. L’adozione di un codice deontologico, ispirato all’esperienza trentina della Domus, ha rafforzato la percezione della tata come professionista eticamente impegnata, soggetta a regole di riservatezza, rispetto e responsabilità. Questo ha effetti positivi anche nella percezione sociale del servizio, spesso confuso con forme informali di babysitting.
VERSO UN MODELLO TRAFERIBILE
Pur essendo fortemente radicata nel contesto valdostano in cui è cogente la necessità di presidiare in modo capillare un territorio dal profilo orografico fortemente frastagliato e impervio, l’esperienza delle tate familiari contiene in sé elementi strutturali e culturali trasferibili. La flessibilità, la centralità della relazione, la valorizzazione della dimensione domestica, l’integrazione tra pubblico e privato sono tratti che possono ispirare altri territori, soprattutto quelli rurali o montani, ma anche quartieri urbani ad alta densità. Condizione imprescindibile per la replicabilità è il sostegno pubblico: nella formazione, nella supervisione, nel riconoscimento economico attraverso voucher o contributi alle famiglie. Ma altrettanto fondamentale è il riconoscimento culturale del valore educativo della prossimità, dell’ambiente familiare come luogo di apprendimento, e della cura come sapere professionale. Dahlberg, Moss e Pence (1999) criticano il concetto di “qualità” universale e prescrittiva nei servizi per l’infanzia, sostenendo invece che la qualità sia un concetto socialmente costruito e contestuale. Essi propongono un passaggio dal “discorso della qualità” al “discorso della costruzione di significato”, enfatizzando l’importanza del dialogo, della riflessione e della partecipazione nella definizione della qualità educativa. Il servizio delle tate familiari, in questo senso, è un laboratorio in cui si realizza una qualità negoziata, incarnata e relazionale.
CONCLUSIONI
Le tate familiari rappresentano una figura educativa capace di integrare cura, educazione e comunità. Il loro lavoro, spesso invisibile e sottostimato, rivela invece una profondità professionale che merita attenzione scientifica e politica. La loro presenza nel sistema dei servizi per l’infanzia non è solo una risorsa integrativa, ma una proposta culturale: un modo diverso di pensare la relazione educativa, di abitare il tempo dei bambini, di costruire reti sociali resilienti. Nel tempo della disintermediazione educativa, dell’accelerazione tecnologica e della standardizzazione dei servizi, il modello valdostano delle tate familiari offre una risposta in controtendenza: lenta, radicata, personalizzata. Una risposta che educa non solo i bambini, ma anche le comunità in cui essi crescono
BIBLIOGRAFIA
Bondioli A., La qualità negoziata nei servizi educativi, Milano, FrancoAngeli, 2001.
Bondioli A., Savio D., L’empowerment valutativo nei servizi per l’infanzia, Roma, Carocci, 2009.
Dahlberg G., Moss P., Pence A., Beyond Quality in Early Childhood Education and Care. Postmodern Perspectives, Philadelphia, Taylor & Francis, 1999.
Fetterman D.M., Empowerment Evaluation. Knowledge and Tools for Self-Assessment and Accountability, Thousand Oaks, Sage, 1994.
Edwards C., Gandini L., Forman G., I cento linguaggi dei bambini. L’approccio di Reggio Emilia all’educazione dell’infanzia, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2017.
Montessori M., Educazione e pace, Roma, Garzanti, 1948. Nuti G., Il bambino espressivo, Roma, Carocci, 2021.
Schön D.A., Il professionista riflessivo, Bari, Dedalo, 1993.
Trevarthen C., Intrinsic motivations for companionship in understanding: Their origin, development and significance for infant mental health, in “Infant Mental Health Journal”, 22(1), 2001, pp. 95-131
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.