Menu
Le famiglie chiedono più nidi ma la politica non risponde
Riflessioni dalla 15ª edizione dell’indagine
sulla diffusione e accessibilità dei nidi d’infanzia
Aldo Fortunati
Direttore Area Documentazione, Istituto degli Innocenti, Firenze
Marco Zelano
Ricercatore Area Documentazione, Istituto degli Innocenti, Firenze
con la collaborazione di Barbara Giachi
ricercatrice Area Documentazione, ricerca e formazione, Istituto degli Innocenti, Firenze
Abstract
Lo sviluppo del sistema di offerta dei nidi è fermo, pur in un contesto di crescente domanda di posti da parte delle famiglie, con la conseguenza dell’aumento della lista di attesa. Mentre le rinunce segnalano un difetto di prossimità tra i servizi e le famiglie, si stabilizza la frequenza anche in conseguenza dei bonus che abbattono il carico tariffario del nido. Per i bambini che non vanno al nido, le figure di riferimento per l’accudimento si confermano, come ormai da anni, le mamme e i nonni. Il PNRR porta investimenti, ma quasi mai per aumentare l’offerta di nido, considerando che i progetti sono spesso operazioni di ristrutturazione. Quanto infine alle professionalità dello 0-6, resta difficile l’integrazione fra educatori e insegnanti, mentre continuano a mancare indicazioni sulle figure di coordinamento di sistema.
Parole chiave
Sistema integrato 0-6, accesso, liste di attesa, PNRR, professionalità dello 0-6
Contatti
fortunati@istitutodeglinnocenti.it zelano@istitutodeglinnocenti.it
QUANDO I DATI RIESCONO A PARLARE
Si è regolarmente conclusa la 15ª edizione dell’indagine sull’andamento della domanda e dell’offerta di nido d’infanzia in Italia e sulla tenuta dei sistemi territoriali locali, grazie alla generosa adesione di un gruppo stabile di comuni (Figura 1), che, in modo volontario, hanno deciso di far parte di questa comunità che, condividendo i propri dati, riesce a produrre conoscenza e a intercettare tendenze nell’ambito dei servizi educativi per la prima infanzia.
Mentre le statistiche ufficiali arrivano in genere almeno due anni dopo il tempo a cui si riferiscono, oggi possiamo parlare di come sono andate le cose nell’anno educativo appena trascorso, partendo da una raccolta dati che, pur basata sullo 0,5% dei comuni italiani, copre oltre il 15% della popolazione 0-6.
I dati raccolti offrono anche lo spunto per riflettere sullo stato di salute dei nidi e delle scuole dell’infanzia a 10 anni dalla riforma dello 0-6.
Figura 1 – Mappa dei comuni del campione per ampiezza demografica, anno educativo 2024/2025 (Fonte: Istituto degli Innocenti)
PRIMA EVIDENZA: NIDI FERMI E LISTE D’ATTESA PIÙ LUNGHE, SOPRATTUTTO PER I PIÙ PICCOLI
I dati segnalano la mancanza di un adeguato sviluppo dell’offerta pur in un contesto di crescente domanda di posti da parte delle famiglie (Figura 2). Sono infatti 138 le domande presentate ogni 100 posti programmati nell’offerta pubblica di nidi (nidi pubblici e posti convenzionati nei nidi privati), con una carenza che risulta particolarmente elevata se ci riferiamo a bambine e bambini piccoli (3-11 mesi).
A fronte di 100 posti programmati nell’offerta pubblica di nidi (nidi pubblici e posti convenzionati nei nidi privati), le domande presentate dalle famiglie per bambini al di sotto dell’anno di età sono 176. Il che vuol dire che solo poco più di un bambino su due fra quelli che fanno domanda nel primo anno di vita trova posto in un nido.
A fronte di una domanda crescente e un’offerta pressoché stabile, decresce la capacità di accogliere positivamente le domande e simmetricamente sale la lista di attesa (Figura 3).
Il commento a questo primo gruppo di dati è semplice. Negli ultimi anni non si sono realizzati rafforzamenti del sistema dell’offerta dei nidi – i dati ISTAT ci parlano di un sistema “piatto” da oltre 10 anni (curiosamente proprio gli stessi anni della riforma dello 0-6) – e il solo provvedimento incentivante che ha avuto effettivamente luogo è il cosiddetto “bonus INPS”.
La domanda ora è: che cosa succede se si incentiva la domanda senza rafforzare l’offerta? La risposta è sotto gli occhi di tutti: la domanda cresce ma rimane fuori dalla porta perché non ci sono nuovi posti per accoglierla; uno smacco che segnala il persistente fallimento delle politiche di sviluppo del sistema dei nidi, di cui parleremo proseguendo nel nostro contributo.
Figura 2 – Domanda espressa per i nidi e posti disponibili per età, anno educativo 2024/2025 (Fonte: Istituto degli Innocenti)
Figura 3 – Bambini in lista d’attesa nella graduatoria comunale per l’accesso ai nidi per 100 domande accolte con esito positivo, anno educativo 2015/2016 – 2024/2025 (Fonte: Istituto degli Innocenti)
SECONDA EVIDENZA: “+” RINUNCE MA “–” DIMISSIONI E MOROSITÀ
Aumenta il fenomeno delle rinunce, spiegabile, con molta probabilità, a partire dalla consapevolezza che le famiglie hanno della difficoltà di ottenere un posto, dato l’alto numero di domande e la scarsità di posti. L’effetto è che le famiglie accettano, in prima battuta, quello che gli viene assegnato, salvo poi decidere diversamente al momento dell’inizio della frequenza. Motivi logistici o valutazioni di opportunità economica inducono infatti le famiglie a cambiare i propri programmi sulla frequenza del nido da parte del bambino o della bambina, evidenziando in maniera chiara come la collocazione del nido rispetto alla residenza della famiglia sia un fattore decisivo nella scelta di accettare o meno il posto.
Laddove le rinunce non si trasformino in una nuova iscrizione (al nido o a una scuola dell’infanzia), le figure di riferimento per l’accudimento dei bambini si confermano, come ormai da anni, le mamme e i nonni. Se le rinunce registrano – come si diceva – un aumento, il dato relativo alle dimissioni, dopo il picco registrato nell’anno della pandemia, segna una continua discesa, evidenziando un utilizzo del nido sempre più convinto e privo di incertezze.
In ulteriore decrescita inoltre il numero delle famiglie che risultano irregolari nel pagamento della retta, un probabile effetto delle politiche dei bonus per diminuire l’impatto delle rette. Infatti, l’introduzione di contributi economici alle famiglie per l’iscrizione a un nido sta certamente aiutando ad alleviare l’onere della spesa, arrivando in molti casi all’azzeramento del costo, potendo fruire quindi in molti casi del servizio di nido in maniera di fatto gratuita.
Sembra – così ci dicono i dati in modo chiaro – che le famiglie esprimano l’aspettativa di avere un nido disponibile e accessibile vicino al luogo di residenza. Nulla di strano, se si pensa che uno dei tratti caratteristici dello sviluppo del sistema delle opportunità educative nel Paese è stato quello di coniugare la vitalità delle nostre comunità sociali: l’Italia è un Paese con oltre 8.000 comuni in prevalenza piccoli o piccolissimi con la presenza di una scuola. Allo stesso tempo – interessante leggere al proposito l’ultimo rapporto del CNEL – tutte le analisi segnalano la correlazione negativa fra spopolamento delle aree interne e difetto di diffusione capillare dei servizi essenziali, fra cui rientrano quelli di educazione e istruzione. Ma la realtà è che la politica è stata a guardare senza fare nulla per evitare l’emorragia e oggi, a dieci anni dalla riforma dello 0-6, abbiamo quasi 2.000 scuole dell’infanzia in meno e praticamente nessun nuovo nido, quando sarebbe stato – e tuttora sarebbe – molto semplice riconvertire le scuole chiuse in nuovi nidi.
Figura 4 – Rinunce e dimissioni per 100 domande accolte e morosità per 100 frequentanti, anno educativo 2015/2016 – 2024/2025 (Fonte: Istituto degli Innocenti)
TERZA EVIDENZA: IL PNRR PORTA INVESTIMENTI, QUASI MAI PER AUMENTARE L’OFFERTA DI NIDO
Alla richiesta rispetto a come si stiano muovendo per la creazione di nuovi posti legati al PNRR (Figura 5), 8 su 10 comuni del campione dichiarano di avere in corso progetti finanziati con questo piano di investimenti, ma meno della metà prevedono la costruzione di nuovi nidi.
Ci si potrà quindi chiedere il motivo per il quale i comuni che hanno nidi e bambini in lista d’attesa mostrano timidezza nel realizzare investimenti tesi a rafforzare il sistema dell’offerta, portando un beneficio ai propri cittadini e anche – se vogliamo dirlo – un correlato vantaggio politico. Eppure la realtà è ancora una volta di fronte ai nostri occhi:
• i progetti del PNRR hanno fatto fatica a definirsi proprio nelle aree del Paese con minore presenza di nidi;
• molti progetti si riferiscono a operazioni di ristrutturazione o di “sostituzione” mediante demolizione e ricostruzione;
• non è chiaro se e quale sarà il finanziamento ordinario che arriverà ai comuni per la copertura dei costi di gestione.
Finché non si dà luogo a una politica orientata concretamente alla copertura dei costi di gestione dei nidi – da questo punto di vista il fondo nazionale dello 0-6 è irrilevante e il fondo di solidarietà comunale continuiamo a non capire come funziona e quali effetti produce – non c’è nessuna possibilità che i nidi crescano, come i fatti ci incaricano di mostrarci anche quando l’indicatore del tasso di copertura cresce, perché, come detto più volte, questo dipende non dall’incremento dei posti nido ma, purtroppo, dalla diminuzione del numero di bambini.
A CHE PUNTO SIAMO SULLE PROFESSIONALITÀ DELLO 0-6?
Il traguardo della formazione universitaria conquistato per tutti i professionisti e le professioniste che operano nello 0-6 nasconde in verità una situazione in cui mai come oggi si registra una divaricazione dei percorsi di studio tra educatrici e insegnanti:
• le prime, le educatrici, relegate in un percorso di laurea triennale che riguarda allo stesso modo professionalità impegnate in vari campi delle politiche sociali e con la prospettiva di essere inserite in un albo professionale; • le seconde, le insegnanti di scuola dell’infanzia, frequentanti un percorso di formazione quinquennale chiaramente orientato, anche nella denominazione, alla scuola primaria e esplicitamente inserite, con i recenti nuovi orientamenti, in una funzione di preparazione alla scuola dell’obbligo senza specifici accenni alla continuità con i nidi d’infanzia.
Quanto sopra impedisce di fatto sia alle insegnanti di operare nelle sezioni primavera, vanificando la possibilità di trasformare gli anticipi in sezioni primavera, sia la condivisione operativa all’interno dei poli per l’infanzia 0-6. Inutile rilevare che sembrano mancare innanzitutto le intenzioni fondanti di una possibilità di integrazione effettiva, se non sono bastati 10 anni per inventare una parola per identificare con un unico nome la professionalità di cui necessita lo 0-6.
I problemi di identificazione e integrazioni delle professionalità non riguardano solo chi opera sul fronte della relazione educativa con i bambini e le bambine, ma anche le figure di coordinamento di sistema – i famosi coordinamenti territoriali su cui si spendono molte parole sia nella norma di riforma che nei documenti di orientamento applicativi – di cui manca la traccia di un profilo, nonché una casella di riferimento nella struttura organizzativa della scuola dello stato, dove non è prevista una figura intermedia fra docente e dirigente scolastico.
Vengono in soccorso, se non altro per capire di cosa si dovrebbe trattare, le esperienze dei coordinamenti comunali o delle istituzioni paritarie, mentre è certo incomprensibile e grave l’assenza di una casistica da parte dello Stato che pure è identificato dalla riforma quale soggetto centrale nella governance del sistema 0-6.
Certo le esperienze di formazione in servizio copiosamente realizzate negli ultimi anni utilizzando le risorse del Fondo nazionale per lo 0-6 hanno costituito una buona occasione di contatto fra il mondo dei nidi e delle scuole dell’infanzia, ma certo nessuno può seriamente pensare che l’integrazione di sistema possa passare solo da esperienze che per di più continuano a essere per una parte (ci riferiamo agli insegnanti) – un’opzione facoltativa e non un’attività strutturalmente ordinaria e obbligatoria.
Con queste premesse, non sarebbe negativo almeno provare a “sperimentare il possibile”, senza intervenire sull’attuale impianto generale del percorso di studi previsto per gli educatori e per gli insegnanti di scuola dell’infanzia, ma concependo che dopo la laurea triennale per educatori ci possa essere un percorso di specializzazione che conduca a un titolo magistrale costruito intorno allo 0-6 e abilitante a lavorare sia nei nidi sia nelle scuole dell’infanzia.
Potrebbe essere anche la base su cui innestare una possibile integrazione con un master destinato a formare i coordinatori di sistema, sul cui profilo continuano a mancare riferimenti, sebbene la riforma ne parli come di una componente essenziale del sistema integrato 0-6.
Difficile infatti pensare che lo 0-6 possa crescere senza anche la formazione di professionalità che studiano l’infanzia prima di lavorare con i bambini nei nidi e nelle scuole dell’infanzia e non meno difficile che il sistema possa assumere e svolgere le fondamentali funzioni di coordinamento di sistema senza puntare su professionalità specificamente formate sullo 0-6. Educatrici e insegnanti ne sarebbero probabilmente contente, mentre lo sarebbero per certo le bambine, i bambini e le famiglie.
1 Il campione delle città coinvolte in quest’ultima edizione ha compreso: Alessandria, Ancona, Aosta, Bari, Bergamo, Bolzano, Calci, Carrara, Cesena, Empoli, Forlì, Grosseto, L’Aquila, Lecce, Livorno, Lucca, Massa, Milano, Modena, Napoli, Palermo, Parma, Perugia, Pescara, Pistoia, Pordenone, Roma, San Miniato, Sanremo, Sassari, Savona, Scandicci, Sesto Fiorentino, Siena, Teramo, Termoli, Terni, Torino, Trento, Vecchiano e Venezia.
2 Legge 13 luglio 2015, n. 107 “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”.
3 Il “Bonus asilo nido” (art. 1, c. 355, Legge 232/2016) finanzia la retta da 1.500 a 3.600 euro all’anno.
4 CNEL Relazione annuale sulla qualità dei servizi pubblici. Roma, 2024.
5 Il Fondo nazionale per il sistema integrato (art. 12, d.lgs. 65/2017) è la fonte ordinaria di finanziamento del sistema.
6 Il Fondo di solidarietà comunale (art. 1, c. 380, Legge 228/2012 e ss.mm.ii.) è destinato al finanziamento dei costi di gestione dei nidi.
7 L’art. 1, c. 181, lettera e), Legge 107/2015 prevede “la qualificazione universitaria e la formazione continua del personale dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia”.
8 L’art. 4, c. 1, lettera e), d.lgs. 65/2017, prevede per gli educatori dei nidi la laurea triennale L19 a indirizzo specifico per educatori dei servizi educativi per l’infanzia o la laurea quinquennale in Scienze della formazione primaria integrata da 60 crediti formativi.
9 L’art. 5, Legge 55/2024 prevede l’istituzione dell’albo dei pedagogisti e dell’albo degli educatori professionali socio-pedagogici.
10 D.m. 249/2010.
11 D.m. 26 maggio 1998.
12 L’art. 1, c. 181, lettera e) punto 1.3), Legge 107/2015 indica l’istituzione del sistema integrato anche attraverso il coordinamento pedagogico territoriale.
13 Il D.m. 334/2021 approva le Linee guida pedagogiche per il Sistema integrato di educazione e di istruzione.
Le immagini a corredo del testo sono dell’archivio fotografico del centro educativo integrato 0-6 Girandola, dell’Istituto degli Innocenti di Firenze