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PIANTE
Stefano Sturloni  

Lattuga selvatica

Chi l’avrebbe detto!?

"Se coltivate dall’uomo, la maggior parte delle piante munite di spine si spogliano poco a poco delle loro armi, rimettendo la cura della loro salute al protettore soprannaturale che le adotta nella sua dimora."

(Maurice Maeterlinck, 1907)

Aspra, spigolosa, abbonda ovunque, financo al margine dei marciapiedi, e a bordo strada, dove talvolta arriva a sfiorare i due metri d’altezza: chi mai penserebbe che abbia a che fare con le tenere insalate dei nostri orti? Troppo scontato il suo apparire per dedicarle attenzioni, se non motivati dalla pulsione di estirparla. Nessuno s’accorge dei fiori minuti e delicati che punteggiano di un pallido giallo le ampie pannocchie sommitali, mitigandone l’aspetto rustico; se fossero vistosi come quelli della cicoria, sua nota parente, forse guadagnerebbe maggiori riguardi! A fine fioritura poi, con quei soffioni indecisi e le sembianze scheletriche, non ispira certo ammirazione. Tuttavia vale la pena osservarla, perché l’erbaccia di cui stiamo parlando, la Lattuga selvatica, non manca di curiosità, proprio a partire dal suo essere progenitrice delle insalate che consumiamo a tavola. Con esse, infatti, condivide l’identità di specie: . La differenza con le sorelle coltivate si ha a livello di sottospecie, per cui, volendo essere rigorosi, dovremmo chiamarla subsp. .

Maeterlinck (2011) ci ricorda che le lattughe dei nostri menu, oltre all’abbandono delle spine, hanno rinunciato anche al lattice bianco e amaro presente nei tessuti della forma originaria, che comunque non è tossico per l’uomo. Proviamo a lacerare in un punto qualunque una lattuga di strada e ne vedremo sgorgare gocce di candido succo, che a contatto con l’aria si rapprenderanno rapidamente. Le setole pungenti le troviamo invece sul margine delle foglie, ma soprattutto lungo la nervatura centrale della pagina inferiore, dove danno luogo a un minaccioso allineamento. Lattice e spinescenza costituiscono un prezioso deterrente anti-predatorio, ma perché investire ancora in dispendiosi armamenti se ci si può affidare alle cure umane? Oltretutto il tempo per dimenticare l’hanno avuto, visto che già 6.500 anni fa la lattuga era coltivata dagli antichi Egizi. Eccone alcuni esemplari tra altre pioniere. I fusti sono robusti, quasi legnosi, di un biancore osseo e

Lattuga selvatica: subsp. Famiglia: Asteracee

  • dal latino lac = latte e folium = foglia

  • dal latino satum = seminato, piantato, coltivato

  • serriola è il diminutivo greco del nome della cicoria

pelosi soltanto vicino al suolo. In genere la pianta è bienne e sviluppa un caule foglioso e gli apparati riproduttivi il secondo anno di vita. La rosetta di foglie basali del primo anno, quando ancora il fusto non ha preso slancio, si presentano tenere e povere di lattice, per cui sono edibili sia cotte sia fresche. Le loro lamine sono lanceolate, arrotondate all’apice e dentellate sul bordo. Le foglie cauline possono avere silhouette decisamente differenti, con margine pressoché intero, variamente inciso o roncinato come nel tarassaco, ma sono molto più rigide, di un verde intenso, talora tendente al glauco e con nervature chiare evidenti. Prive di picciolo, abbracciano il fusto prolungandosi a tergo con due orecchiette. Qualora le piante si trovino in aree particolarmente assolate, le foglie cauline sono in grado di ruotare le lamine a seconda della posizione e dell’intensità del sole. Funziona così: durante le ore miti o nuvolose espongono perpendicolarmente ai raggi solari la pagina superiore della foglia allo scopo di favorire l’assorbimento di energia in funzione fotosintetica; quando invece l’irradiazione è molto forte la lamina assume una posizione parallela ai raggi rivolgendo al sole il margine. In tal modo la pianta evita disidratazioni eccessive o veri e propri danni. Grazie a questa straordinaria proprietà la lattuga vanta l’appellativo di erba bussola.

Protetti da un involucro piriforme costituito da squame di diversa estensione, i capolini sono numerosi, e i fiori che ne fanno parte dispongono tutti di una ligula gialla raggiante. Il diametro del capolino si attesta in media sui 10 millimetri. Le infruttescenze hanno l’aspetto di piccoli soffioni composti da acheni grigiastri lunghi 3 millimetri e sormontati da un pappo piumoso di setole bianche.

Sia le sostanze oleose estratte dagli acheni sia il lattice presente nelle parti verdi trovano impiego nella farmacopea con proprietà calmanti, sedative, lenitive, antispasmodiche e anafrodisiache. Probabilmente una somministrazione preventiva potrebbe placare gli accanimenti erbicidi suscitati dalla pianta stessa e dalle altre infestanti!

M. Maeterlinck (1907), L’intelligenza dei fiori, Pendragon, Bologna, 2011.

Grafiche e parole di bambine e bambini di 4 e 5 anni della scuola comunale dell’infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia © Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia © Sulle fotografie Stefano Sturloni

Stefano Sturloni, formatore e naturalista, già atelierista delle Scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia.

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