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La sostenibilità
Sfida educativa e culturale
Cristina Birbes
Professore Associato di Pedagogia Generale e Sociale, Università Cattolica del Sacro Cuore
Abstract
La transizione verso la sostenibilità sollecita la riflessione pedagogica a promuovere una cultura sistemica che si alimenta di relazioni, nel dinamismo del mondo. Alla pedagogia spetta il compito di indagare criticamente la nozione di sviluppo, come parametro di vita irrinunciabile, e di ricercare nuovi criteri per orientare scelte consapevoli e solidali in ambito economico e socio-ambientale.
In tale prospettiva è rivendicato e sostenuto il contributo imprescindibile dell’educazione, driver trasformativo attraverso cui orientare pensieri e azioni per custodire con cura e responsabilità la Terra, per costruire società più eque e solidali. A ciascuno, nell’esercizio quotidiano del vivere, è chiesto di imparare a essere con e per gli altri, costruendo il futuro del pianeta, aprendo a possibilità rigenerative, creatrici di valore condiviso.
Parole chiave
Sostenibilità, educazione, relazione, pianeta, persone
Contatti
cristina.birbes@unicatt.it
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
La sostenibilità, pur tra numerose ambiguità, costituisce un punto focale di discussione tra discipline scientifiche diverse, fungendo da idea regolativa e crocevia epistemico anche per l’analisi pedagogica, che inquadra il termine nell’orizzonte della dignità umana. Alla pedagogia spetta infatti il compito di indagare criticamente la nozione di sviluppo, come parametro di vita irrinunciabile, e di ricercare nuovi criteri per orientare scelte solidali in ambito economico, tecnologico e socio-ambientale.
In tale prospettiva è da considerarsi imprescindibile il contributo dell’educazione alla costruzione di società più eque e sostenibili. L’educazione come passione per il futuro è una delle leve fondamentali attraverso cui orientare all’azione, per rendere la persona responsabile e consapevole, libera e creativa, dotata di senso civico, capace di progettarsi e progettare.
All’origine del crescente interesse per la sostenibilità si situa la rottura dell’equilibrio biologico dell’ecosistema planetario, profilandosi oggi quale sfida sociale, economica e ambientale, oltre che educativa e culturale, per la sopravvivenza delle generazioni future. Secondo una visione realistica e non illusoria, la sostenibilità può configurare un processo che dà vita, sviluppa (sostiene, appunto) la persona umana nella sua globalità, la comunità territoriale in cui vive, la società in cui opera, l’ambiente biofisico e geografico che la comprende.
Educare in, con e per la sostenibilità, e quindi per lo sviluppo umano e ambientale, conduce a prendere coscienza dell’esigenza di nuovi stili di vita, ad accrescere la responsabilità, a promuovere benessere. La tutela dell’ambiente è inseparabile dalla tutela dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, potenziali laboratori di sostenibilità, di là di ogni forma di tecnocrazia e di scientismo.
Lo sviluppo sostenibile, quale cornice normativa ed etica, introduce nel dibattito sulla salvaguardia dell’ecosistema terrestre la nozione di responsabilità individuale e collettiva e interroga circa il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli, chiamando in causa fini, obiettivi, modalità con cui si svolge la formazione umana; è una questione connessa con le relazioni e con il diritto alla vita, con la legalità e la possibilità stessa della sopravvivenza del genere umano; esprime
“tanto un modo di considerare il mondo, con particolare attenzione alle interazioni fra cambiamenti economici, sociali e ambientali, quanto un modo per descrivere la nostra aspirazione a una vita dignitosa, coniugando lo sviluppo economico con l’inclusione sociale e la sostenibilità ambientale”
(Sachs, 2015, p. XI).
Un diverso concetto di sviluppo, fatto di incontri, connessioni, dialogo, collaborazione, può dischiudere una via educativa alla sostenibilità, così da rendere l’ambiente idoneo alla vita umana e non umana, senza depauperare in modo irrimediabile le risorse naturali. L’evoluzione umana sembra misurarsi nei termini della capacità di confrontarsi in modo responsabile con i ritmi e i modelli naturali sul piano cognitivo, affettivo e spirituale.
Osserva Enver Bardulla: tutta la vita sulla Terra è parte di un grande sistema interdipendente che influenza e dipende dalle componenti non viventi del pianeta, rocce, suolo, acqua e aria. Disturbando una parte della biosfera si può influire sul tutto. Gestire lo sviluppo in modo tale che esso non minacci la sopravvivenza delle altre specie o che non distrugga i loro habitat è una questione di etica, oltre che di considerazioni pratiche (Bardulla, 1998, p. 236).
Ciascuno è chiamato a scoprirsi abitante della Terra, con uno sguardo volto a tutto il pianeta e alle future generazioni. La riflessione sui limiti del modello di sviluppo si affaccia sulla scena mondiale negli anni Settanta del Novecento, alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano tenutasi a Stoccolma nel 1972, in cui fu affermata l’opportunità di intraprendere azioni che, oltre a “proteggere e migliorare l’ambiente circostante, mirassero a difenderlo e migliorarlo per le generazioni presenti e future”. Per la prima volta venne accostato il “diritto al benessere dei padri e quello dei figli”. Le aspettative emerse purtroppo non furono rispettate.
Fu necessario attendere il 1987 per rendere esplicita l’essenza di uno “sviluppo sostenibile”. Il termine è stato definito dalla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, presieduta dalla norvegese Gro Harlem Brundtland, allorché l’Assemblea generale delle Nazioni Unite le affidò l’incarico di redigere un rapporto sulla situazione mondiale dell’ambiente e dello sviluppo. Il documento, il cosiddetto Rapporto Brundtland, sottolineò la stretta connessione tra realtà ambientale e sviluppo: lo sviluppo non sussiste ove le risorse ambientali siano depauperate e, d’altro lato, l’ambiente non sarà mai tutelato se lo sviluppo non tiene conto anche dell’importanza economica del fattore ambientale.
Ambiente e sviluppo sono dunque legati da un rapporto reciproco di causa ed effetto tale per cui l’uno non evolve senza l’altro. Per esempio, un mondo in cui la povertà è endemica sarà sempre esposto a catastrofi ambientali. Compito principale dell’umanità allora è far sì che lo sviluppo diventi sostenibile, nel senso di permettere il soddisfacimento dei bisogni dell’attuale popolazione mondiale senza che sia compromessa la possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Si tratta di una questione che ha in sé una valenza planetaria intra e intergenerazionale.
Nel 1992 l’Agenda 21, Programma globale di azione sullo sviluppo sostenibile, approvato dopo la Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo di Rio De Janeiro, mise in luce il potenziale dell’educazione allo sviluppo sostenibile, sottolineando, in particolare nei capitoli 25 e 36, la necessità del coinvolgimento e della partecipazione attiva delle giovani generazioni ai processi decisionali locali e nazionali.
Nel 2005 le Nazioni Unite proclamarono il DESS, Decennio per l’educazione allo sviluppo sostenibile, che aprì una nuova fase di riflessione e operatività, di condivisione e di elaborazione di progettualità educative comuni. Indusse una profonda partecipazione nel condividere la medesima responsabilità di sorreggere, proteggere, mantenere, nutrire il mondo e tutti i suoi abitanti, sottolineando la capacità di coltivare in pienezza l’umanità, riscoprendo il comune destino del genere umano nei pluriversi della vita.
Il 2015 è stato un anno cruciale nel conferire assoluta rilevanza alle politiche educative per lo sviluppo sostenibile, ed è stato contraddistinto dal susseguirsi di una serie di appuntamenti determinanti per la definizione della strategia di sviluppo degli anni a venire. È stato infatti l’anno di adozione da parte dell’Assemblea generale della Nazioni Unite della risoluzione Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development con i suoi diciassette Obiettivi di sviluppo sostenibile, i Sustainable Development Goals (SDGs).
Gli intenti del documento sono quelli di combattere la fame, la povertà, le disuguaglianze, di lottare per costruire società pacifiche, per l’emancipazione delle donne, per salvaguardare il pianeta e le risorse naturali. Nello stesso anno, la lettera enciclica Laudato Si’ e la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP21) tenutasi a Parigi, hanno richiamato le principali questioni ambientali di portata globale, sostenendo l’esigenza di una governance dello sviluppo umano, di buone pratiche di ricerca e formazione su scala internazionale e locale, auspicando responsabilità e cooperazione. La Conferenza delle Parti (COP 21) è stata programmata con lo scopo di impegnare, per la prima volta in oltre vent’anni di negoziati delle Nazioni Unite, tutti i Paesi, fra cui i maggiori emettitori di gas a effetto serra, nel raggiungere un accordo universale costrittivo sul clima, dotato di efficacia giuridica e sufficientemente ambizioso per permettere di raggiungere l’obiettivo di mantenere l’innalzamento della temperatura terrestre al di sotto dei 2 °C, un livello riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come limite superiore per prevenire gli effetti disastrosi del cambiamento climatico.
Sulla scia dell’Agenda 2030 è stata approvata in Italia la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile (2017), strutturata attorno a cinque aree tematiche (le cosiddette 5P: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership), rispetto alle quali sono stati individuati target e conseguenti azioni di monitoraggio, riconducendo tutto il processo partecipativo comunitario alla rilevante sfida della sostenibilità.
Tra gli obiettivi del documento vi sono il contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, la promozione di salute e benessere, la riduzione della perdita di biodiversità, la gestione sostenibile delle risorse naturali, la promozione della ricerca e dell’innovazione ecocompatibili, la decarbonizzazione dell’economia, il rafforzamento della legalità e della giustizia, la salvaguardia del patrimonio culturale e naturale. Trasformare le società verso la sostenibilità rimane un obiettivo prioritario per il 2030, richiamato ufficialmente nel panorama internazionale anche a Berlino nella Conferenza mondiale dell’UNESCO sull’educazione per lo sviluppo sostenibile del maggio 2021.
Sono tante le ragioni per cui l’educazione alla sostenibilità si può configurare quale motore di nuovi modelli culturali, di nuovi stili di vita e di pensiero, che si traducono in azioni finalizzate al raggiungimento del bene comune. Bene comune che non è semplicemente il volume complessivo delle cose buone, delle belle esperienze, della felicità; “esso esprime – diceva J. Maritain – il bene della comunità, il bene del corpo sociale, non è la semplice collezione di beni privati, né il bene proprio di un tutto che frutta solo a sé e sacrifica le parti: è la buona vita umana di una moltitudine di persone; è la loro comunione del vivere bene, comune al tutto e alle parti sulle quali si riversa”.
Educare allo sviluppo sostenibile rimanda ai valori fondamentali della vita sulla Terra e alla complessità dei fenomeni e delle relazioni, sollecitando la riflessione sul ruolo di ognuno nella società e nell’ambiente in cui viviamo. Nota Paolo Orefice: se l’educazione da sola non può contrastare il degrado dell’ambiente, è però altrettanto vero che nessun tipo di azione può modificare il contesto ambientale se non entra in campo anche l’azione educativa. Gli operatori della formazione sono dunque chiamati a dare il loro contributo senza che ci si aspetti dall’educazione soluzioni miracolistiche ma nemmeno che se ne sottovaluti il forte e nascosto potenziale trasformativo (Orefice, 1993, p. IX). Chi ha a cuore la sostenibilità come coltivazione e cura di una cultura della legalità, non può esimersi dal cimentarsi con la dimensione dell’educazione, di fronte al diffondersi di egoismo e indifferenza (Caimi, 2012).
Ci troviamo sempre più a fare i conti con una cultura che esalta la libertà slegata dalla responsabilità, una libertà degradata ad arbitrio, ad affermazione a scapito degli altri se non contro gli altri, che si accompagna all’idea che ciò che conta sono l’immagine, il potere, il possesso, la forza, il denaro. L’educazione può contribuire nel far prendere coscienza del valore della dimensione relazionale e collettiva, in cui trasformare in forza fragilità e paure. Non è possibile comprendere e mettere in pratica il linguaggio delle leggi, se prima non interiorizziamo quello delle relazioni, dei rapporti umani.
Educare alla sostenibilità implica, dunque, la formazione di una coscienza ambientale nel segno di una “conversione ecologica” per una rinnovata alleanza tra umanità e ambiente, capace di innescare la passione per le virtù e l’impegno civile nella prospettiva di un’ecologia integrale (Papa Francesco, 2015). Affermava P. W. Taylor: “Dovremmo cominciare a considerare in una nuova luce l’intera biosfera terrestre. Vedremmo che i nostri ‘doveri’ verso il mondo della natura sono pari ai nostri obblighi rispetto al mondo della civiltà” (Taylor, 1981, p. 199). Quanto più si coglie l’ambiente come valore per la qualità della vita materiale e spirituale delle persone e delle loro comunità, tanto più è necessario che le responsabilità connesse con la sua tutela afferiscano in modo non contraddittorio alle “competenze ecologiche” di tutta l’umanità. Se ci percepiamo davvero “uniti dalla Terra”, la sostenibilità può farsi trama di pratiche virtuose (Birbes, Bornatici, 2023), banco di prova della capacità umana di prendersi cura e di stupirsi di sé, dell’altro, del pianeta (Rossi, 2017).
Come afferma il fisico Fritjof Capra, sin dal suo impiego corrente a partire dalla fine del Novecento, “il concetto di sostenibilità è stato spesso travisato, cooptato e persino banalizzato per il suo utilizzo al di fuori del contesto ecologico, che gli attribuisce il suo corretto significato” (Capra, 2005, p. 32).
Lo studioso austriaco si sofferma sul significato di sostenibilità, spiegando come il fulcro dell’attenzione in una comunità sostenibile non devono essere la crescita economica, la competitività o lo sviluppo in sé; in una comunità sostenibile si sostiene un’intera rete da cui dipende la sopravvivenza a lungo termine. In altre parole, una comunità sostenibile viene ideata e progettata in modo tale che le sue modalità di vita, le sue aziende, la sua economia, la sua tecnologia, le sue strutture fisiche non interferiscano con la capacità intrinseca della natura di sostenere la vita.
La natura compie questo processo da oltre tre miliardi di anni e, per capire come questo avvenga, occorre una nuova interpretazione ecologica della vita: un pensiero sistemico fatto di relazioni. L’universo non è più inteso come una macchina composta dai suoi elementi fondamentali, ma come una rete di rapporti. Da questo punto di vista, l’evoluzione non è una lotta competitiva per l’esistenza, ma un insieme interattivo di esseri cooperativi e creativi. La sopravvivenza dell’umanità dipenderà dalla nostra competenza ecologica, nel rispetto delle forme viventi.
Anche David W. Orr (1992) esorta a diventare ecologicamente colti, a promuovere un’ecoliteracy che consenta di costruire comunità umane sostenibili, informate dalla stessa logica che presiede al funzionamento delle comunità ecologiche, in base ai principi fondamentali di tutti gli esseri viventi, correlati in un’immensa e intricata rete interdipendente. Si tratta di riscoprire questa trama, questa “struttura che connette”, direbbe Gregory Bateson (1979), della quale l’umanità fa parte, riappropriandoci della profondità e della meraviglia della nostra essenza relazionale.
Secondo Jacques Delors, il concetto di sostenibilità “completa quello di sviluppo umano, con l’accento posto sull’attuabilità a lungo termine del processo di sviluppo, sul miglioramento del livello di vita delle future generazioni, e sul rispetto da mostrare per gli ambienti naturali dai quali dipende ogni vita” (Delors, 1997, p. 71). Nell’accostare i termini sostenibilità e sviluppo umano, immediatamente è chiamata in causa l’educazione nel suo farsi progettuale, generativo di buone pratiche e di virtù civiche a favore dello sviluppo sociale, dell’innalzamento dei livelli d’istruzione, del benessere di ogni persona e di ogni comunità.
Negli ultimi anni la pandemia di COVID-19 ha messo a dura prova le nostre esistenze e ha avuto un tragico impatto in tutto il pianeta, testimoniando come un singolo evento possa scatenare in modo sistemico molteplici e non sempre scontati effetti. L’esperienza vissuta ha permesso di riconoscere in maniera globale che ciò che è in crisi è il nostro modo di intendere il mondo e di relazionarci tra noi, sollecitandoci a mettere in discussione i nostri modi di vivere, per ridisegnare le nostre società in modo più sostenibile. Per far questo è necessario “il potere trasformante dell’educazione” (De Certeau, 2010, p. 30), driver efficace di umanizzazione, contro la cultura individualistica e dell’indifferenza.
Un mondo diverso è possibile, è da costruire insieme, coltivando l’educazione, per ricreare un tessuto di relazioni solidali, incidendo sulla mente e nel cuore della società per far fiorire l’umanità di oggi e di domani nel segno della fraternità, per custodire lo sviluppo verso un futuro autenticamente sostenibile, in grado di cogliere e apprezzare la nostra comune appartenenza alla rete della vita. Nella prospettiva della sostenibilità l’educazione può consentire di scoprire e comprendere le interdipendenze che contraddistinguono il futuro dell’umano sul pianeta, di acquisire le categorie del cambiamento, della transizione e del rischio che connotano il nostro tempo; di aprire la strada a una partecipazione attiva e consapevole, intrisa di responsabilità e di valori condivisi, per una “fertile convivenza” nel mondo (Guerra, 2020).
BIBLIOGRAFIA
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