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La più bella
illusione del mondo
Il cinema come sogno del reale per trasformare le immagini del mondo e di noi
Emanuela Mancino Docente di Filosofia dell’educazione e Pedagogia dell’esperienza estetica,
Università degli Studi di Milano-Bicocca
Abstract
Il cinema, esperienza estetica e conoscitiva, unisce emozione e pensiero, trasformando lo spettatore in protagonista attivo dell’apprendimento. Più che mezzo didattico, è ambiente formativo capace di generare senso, stimolare riflessione e favorire una pedagogia partecipativa e processuale.
In ambito educativo, il cinema riconfigura ruoli e pratiche, promuovendo un sapere interconnesso e sensibile. Attraverso le immagini, offre meraviglia, consapevolezza e “la più bella illusione del mondo”, che ci invita a guardare, pensare e imparare con stupore.
Parole chiave
Pedagogia dell’esperienza estetica, cinema, meraviglia, senso, libertà
Contatti
emanuela.macino@unimib.it
Questa è la traccia di un dialogo che nel tempo non è sempre stato semplice. Nonostante il cinema continui a ricordarci che siamo immersi nell’epoca dell’immagine e nonostante sia evidente che la partecipazione all’evento del cinema produca esperienze di pensiero, di emozione, di partecipazione, favorendo e accompagnando processi di conoscenza e di apprendimento, il legame tra cinema e formazione/educazione ha sempre faticato a superare la separazione disciplinare che vede le due pratiche e le due esperienze didattiche come distinte e non facilmente conciliabili.
La possibilità di fascinazione connaturata al cinema ne fa un potentissimo strumento formativo. Anche per questo motivo il cinema ha e può avere una significatività didattica imperdibile. La possibilità che il cinema possiede di provocare condivisione o distanza, partecipazione o disagio fa sì che l’attenzione dello spettatore sia costantemente sollecitata. Il cinema predispone atteggiamenti di apprendimento, di contatto con contenuti, messaggi, linguaggi.
Ma il cinema non forma soltanto per il suo linguaggio o per la sua capacità seduttiva. Il cinema rappresenta a sua volta una forma di pensiero. È una lettura e una narrazione del reale; mostra in modo narrativo il procedere di un pensiero o di un sentimento, attraverso il veicolo principale delle immagini e dei suoni. La sua componente sensoriale fa sì che la nostra attenzione di spettatori sia completamente coinvolta.
Non sempre può accadere, quando si è chiamati a un apprendimento teorico, di essere coinvolti o di sentirsi interpellati da quello che si impara. È auspicabile, ma non frequente. Il cinema è un’esperienza estetica e come tale presuppone una partecipazione totale, ovvero una partecipazione esperienziale, del corpo, dei sensi, dei ricordi, dei desideri, delle proiezioni. E questo avviene in tempi – e soprattutto con una persistenza e una durata e un’incisività – che poche parole possono avere e pochissimi pensieri astratti possono toccare.
Il cinema è un’esperienza di apprendimento immersiva e partecipativa. Il cinema possiede un linguaggio particolare, ed è ancor più particolare il modo attraverso cui i film ci permettono di fare esperienza di questo linguaggio e di accorgerci che si tratta di una forma di apprendimento, narrazione e comunicazione del tutto congruente con il nostro modo di stare al mondo.
Infatti il cinema non è solamente un mezzo, un medium, mediante il quale possiamo conoscere fatti o idee. Il senso del cinema è inseparabile dal suo tessuto, dal suo ritmo. L’idea che ha preceduto o stimolato il film e la sua nascita, per quanto possa sembrare un’idea già data, si amalgama in realtà con l’impasto del film ed emerge nella sua struttura temporale, cioè nel suo farsi.
Il cinema ci permette di cogliere quanto l’essere umano aderisca al mondo. Un film non ci trasmette un’idea, ma ci permette di pensarla. Anzi, ancor meglio: il cinema ci permette di sentirla. Perché, come diceva Merleau-Ponty, “non si pensa il film, lo si percepisce” (1962, p. 80).
Infatti il cinema ci permette di apprendere attraverso i sensi e di affidarci al nostro essere sensibili. Impariamo il nostro rapporto con gli altri attraverso rappresentazioni di relazioni, non mediante concetti di relazioni: impariamo dai gesti, dalla mimica, dallo sguardo quali siano i modi attraverso cui opera il nostro stare al mondo insieme ad altri. Il cinema ci permette di sentire che possediamo un’arte della visione interiore, un vedere intimo con cui sentiamo emozioni, con cui abbiamo la sensazione del nostro pensiero.
Questi aspetti rendono più chiaro il motivo (uno dei tanti) per cui il cinema si dimostra efficace, quando si mette in dialogo con la didattica. Allontaniamo l’idea che il film “funzioni” meglio perché intrattiene, perché alleggerisce, perché offre svago. Il cinema è un valido ambiente di formazione (si preferisce usare questa espressione, piuttosto che mezzo o strumento o linguaggio) perché consente che al centro dell’azione didattica si situi il protagonista dell’apprendimento, ovvero il soggetto. E non la cosa da imparare.
Inoltre, anche la figura dell’insegnante o dell’educatore o del formatore, al cospetto dell’opera cinematografica e della sua fruizione nei contesti scolastici, risente di una riconfigurazione non lieve: assume infatti la funzione di facilitatore, di presenza attiva, che assiste, che cura i processi che possono consentire al film e al suo pubblico di incontrarsi e confrontarsi. Non è più solo chi sa. O chi possiede un sapere. Appare, invece, come colui che si mette in dialogo con la forma propria del cinema, che è svolgimento, processo, confronto.
Il ruolo di chi educa è anche quello di chi orienta il proprio sguardo sulle dinamiche di un apprendimento attivo che non può non rinforzare consapevolezze, conoscenze ingenue, promuovendo momenti riflessivi, critici. Si tratta di una vera e propria “pedagogia di processo” molto lontana dall’idea che le immagini possano tradurre contenuti di apprendimento: attraverso il cinema, il momento educativo si riconosce in una didattica di tipo generativo e non strutturale che fa dell’atto pedagogico un processo di produzione di senso.
In questa prospettiva, gli attori dell’apprendimento sono chiamati a partecipare all’elaborazione di un discorso aperto, in cui domande e risposte siano sorgenti di ulteriori domande. In particolar modo, il cinema, possedendo un linguaggio che si muove sul doppio binario narrativo e tecnologico, stimola lo spettatore-allievo a porre il proprio sguardo secondo l’attitudine di chi si propone di comprendere il film attraverso la storia, le immagini, le parole; ma, d’altra parte, provoca lo spettatore-allievo a indagare la scrittura che ha dato origine al film, che è rappresentata sia dal lavoro di ideazione e produzione, sia dal dispositivo stesso del film – che può essere nascosto o evidente, più o meno teso a dissimulare i propri meccanismi narrativi e compositivi – e può quindi muovere lo sguardo e l’attenzione verso possibilità di esplorazione della specificità espressiva del cinema.
Stiamo quindi parlando di un linguaggio complesso e senz’altro pervasivo, se pensiamo all’esperienza quotidiana dei più giovani. Quasi si dovrebbe parlare di una modalità espressiva che costituisce un ambiente esperienziale, non più o non solo un’arte. Il cinema entra nella scuola e nell’esperienza dei più giovani non per essere studiato: sarebbe rischioso ridurlo a mero contenuto culturale.
I bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di divenire consapevoli delle dinamiche espressive del cinema per essere protagonisti critici del mondo delle immagini, delle parole e della comunicazione che li circondano e che, si potrebbe dire, tutti abitiamo. Infatti il grado di immersione nel territorio delle immagini in movimento è profondo, ramificato. In ogni momento del nostro quotidiano ci
Comunicazione
(Farnaz Farahi)
muoviamo, comunichiamo, ci relazioniamo agli altri, al mondo e a noi stessi senza poterci sottrarre all’influenza che le immagini in movimento esercitano su di noi.
Attraverso il cinema è necessario promuovere un bisogno formativo inalienabile: prendersi il tempo per guardare (Mancino, 2006; 2009; 2013; 2014), per pensare. L’ingresso del film in aula, per quanto possa essere abituale o per quanto sia quotidiano il contatto con i film per i ragazzi, rimane sempre un momento capace di inserire nel tempo dell’apprendimento una dimensione che definiremmo “stra-ordinaria”.
È straordinario l’impegno, il coinvolgimento; è straordinaria la motivazione, che spinge i ragazzi ad andare a scuola anche fuori orario per portare avanti riprese, sopralluoghi; una motivazione che è in grado di abbreviare i tempi dei lavori, che rende importante la qualità del prodotto, perché mostra l’investimento, perché “una cosa bella e ben curata fa anche bene”. È straordinaria l’attenzione e la partecipazione. È straordinario quanto, attraverso il cinema, i ragazzi si sentano coinvolti, interpellati. È straordinario quello che avviene se un film, magari anche già visto a casa, viene guardato insieme.
Ma non si tratta solo di assistere e guardare. Le proposte formative che dialogano con il cinema consentono di produrre, creare. La natura eminentemente operativa e connessionale del linguaggio cinematografico, nonché la rilevanza di una educazione al pensiero sensibile che il cinema consente, ha mostrato in numerose ricerche quanto il film possa porsi come elemento di intreccio di sguardi disciplinari diversi.
Verso una riforma del pensiero Non è un caso che proprio un pensatore come Edgar Morin, attento all’etica e costantemente teso a promuovere un cambiamento planetario nel modo di intendere l’educazione, continui a insistere chiamando tutti a una riforma del pensiero e dell’educazione che ponga al proprio centro la questione di una democrazia cognitiva, comunicazionale, espressiva, che sempre più si lega a una vera e propria politica dell’estetica (Morin, 2012; Morin e Hessel, 2012).
Il cinema è in grado di mostrare (e non di dire, in modo astratto) nel “suo” tempo, nel “suo” farsi, quindi in modo procedurale, come qualcosa diventi significato (Merleau-Ponty, 1962), ma non a partire da idee già date, formate o acquisite, ma grazie a come si dispongono nello spazio e nel tempo gli elementi della narrazione.
Il cinema crea tutto questo senza perdere mai la propria magia, la propria capacità di incantamento. Anche quando siano evidenti e palesi i suoi meccanismi compositivi e tecnologici (o anzi, in quei casi ancor di più!) il cinema continua a essere un’operazione tanto arcaica, antica, quanto affascinante: si muove nel terreno del simbolico, del mitologico, del magico. Il cinema non è una trasfigurazione estetica del pensiero. Il cinema ci permette di vedere come pensiamo, come sentiamo. E tutto questo lo fa senza smettere di farci sentire immersi nel suo mondo che è un po’ il nostro, ma un po’ è altro.
Pratiche didattiche e meraviglia Questi aspetti, intrecciati ai contesti scolastici e alle dinamiche di apprendimento, consentono vissuti distanti dall’ordinario didattico: muta la forma, si fa informale. Ci si sposta su un altro livello. Anche la comunicazione connessa al cinema si fa meno lineare e pare quindi meno direttiva. Apre alla libertà espressiva di chi di solito tende a tacere, a nascondersi, a non sentirsi abbastanza.
L’inadeguatezza nella performance cognitiva dei momenti scolastici sembra essere accompagnata a farsi consapevolezza di saperi taciti, si trasforma in spinta a esserci, a partecipare. Cognizioni apprese senza riconoscerle come tali, competenze del quotidiano trovano spazio nel confronto in aula a partire dal cinema; così, si allargano gli sguardi, comprendono più mondo. La divisione dei saperi per materie e discipline slitta, passando dal rischio di parcellizzazione della conoscenza verso una possibilità connessionale, realizzata dal potere narrativo delle immagini in movimento.
È ancora Morin a proporci una metodologia didattica che si fondi sempre più su quella che egli definisce come inter-poli-trans-disciplinarità: contro l’idea di un processo di insegnamento teso a realizzare “teste ben piene” di nozioni, suggerisce di preferire la formazione di “una testa ben fatta”, capace di quel pensiero complesso sempre più necessario alla comprensione di un mondo in continua interdipendenza.
Il cinema agevola quelle pratiche scolastiche che tendono ad allontanare il pensiero frammentato e frammentante. Offrendo visioni che permettono di imparare dal proprio modo di guardare, riflettendo in situazioni di confronto e di accompagnamento educativo, realizza spazi perché si esprimano intelligenze capaci di considerare i contesti e di averne quindi anche responsabilità.
In più, non vogliamo dimenticare una dimensione di apprendimento fondamentale: il cinema mostra la meraviglia e, soprattutto, l’inatteso della bellezza di imparare. Risveglia la passione di mettersi in contatto con sé e con il mondo e con gli altri. Lo fa attraverso la visione, ovvero attraverso una cornice fatta di illusione, di immagini che sembrano vicine, ma non sono di ora.
Ed è stato ed è sempre – per chi insegna come per chi educa – un privilegio poter cogliere quel bagliore di meraviglia negli occhi di chi guarda, di chi ascolta, di chi impara, quando si accorge che prova piacere nel farlo, quando sente che raccontare, scoprire, imparare è bello, possiede una forma visibile anche ad altri e ci chiama a essere attenti, in un “per finta” così vero…
Ci auguriamo che educare attraverso il cinema possa dare sempre più spazio alla magia di figure lontane, eppure qui, ogni volta. Ancora.
1. Progetti di ricerca-azione Citiamo, ad esempio, alcuni dei principali progetti di ricerca e azione realizzati negli ultimi anni e promossi dal Laboratorio di Filosofia e Pedagogia del Cinema dell’Università di Milano-Bicocca, spesso in collaborazione con il Gruppo di ricerca Trame Educative:
Film Corner: progetto finanziato da Europa Creativa, in collaborazione con numerose cineteche d’Europa (rinnovato per tre edizioni).
Vedo Zero: in collaborazione con Andrea Caccia e Stefano Maiocchi.
Progetto per Ermanno Olmi: in collaborazione con Circonvalla, così come Young Milano e Baloss Milano Film Festival (promossi da Fabio Martina).
Collaborazioni artistiche: progetti di formazione con Francesco Clerici e Rossella Schillaci.
Progetti finanziati dal MIM: Cinema specchio del presente (con Longtake); Al cinema coi maestri (con Anteo Milano).
Cinema partecipato: collaborazioni con Bergamo Film Meeting, Liberi Svincoli (per il PV international festival), Superottimisti, Homemovies e Bellaria Film Festival.
Iniziative per ragazzi: i progetti “Educ… Azione!”, il Marano ragazzi spot Film Festival e la rassegna annuale promossa dalla Fondazione Veronesi presso Anteo Milano.
Produzioni scolastiche: il corto in stop-motion Quasidomo, prodotto dall’Istituto Giusti D’Assisi di Milano (classe 3D) e selezionato al festival Camera Zizanio di Pyrgos.
2. Metodologie partecipative L’obiettivo è permettere a diverse prospettive di confrontarsi attraverso metodologie partecipative e condivise, che trasformano la visione in un atto collettivo di costruzione del senso (Mancino, 2012; Maurelli, 2019).
3. Film Literacy e interdisciplinarità L’intera seconda edizione del progetto Film Corner ha voluto proporre modelli formativi che hanno messo in relazione la film literacy con le discipline scolastiche più diverse, dimostrando come il linguaggio cinematografico possa decodificare contenuti storici, scientifici o letterari.
Bibliografia
Mancino E., Pedagogia e narrazione cinematografica. Metafore del pensiero e della formazione, Milano, Guerini, 2006.
Mancino E., Un cinema parlato. Trame di pedagogia della narrazione con gli occhi di un’altra lingua, Sesto S. Giovanni (Mi), Mimesis, 2009.
Mancino E., “Il blob, in Cinema e narrazione. Tracce di una conversazione educabile”, in D. Demetrio (a cura di), Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura, Milano, Mimesis, 2012, pp. 259-280.
Mancino E., “Filosofia della narrazione: cinema ed autobiografia per un’estetica dell’enigma”, in Lo sguardo, rivista di filosofia, n. 11, 2013, pp. 407-419.
Mancino E., A perdita d’occhio. Riposare lo sguardo per una pedagogia del senso sospeso, Milano, Mursia, 2014.
Maurelli C., Video partecipativo. Fare cinema come strumento educativo: il video PVCODE, Roma, Audino, 2019.
Merleau-Ponty M., Senso e non senso, Milano, Il Saggiatore, 1962.
Morin E., La via per l’avvenire dell’umanità, Milano, Raffaello Cortina, 2012.
Morin E., Hessel S., Il cammino della speranza, Milano, Chiarelettere, 2012.