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La fatica nelle pratiche educative tra impegni e disimpegni

Alla ricerca di sollievi che sorreggono

Moira Sannipoli Professoressa associata in Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia

Abstract

L’articolo si propone di porre l’attenzione su alcune fatiche che riguardano oggi la professionalità educativa. Se alcune di esse si collocano su un piano politico-istituzionale, altre chiedono di interrogare il senso e le forme del lavoro educativo, spesso così depauperato da diventare demotivante e di facile abbandono. I momenti di difficoltà incontrati, se nominati e compresi, possono diventare occasioni di riposizionamento importanti tanto per il benessere di educatori e educatrici quanto per la qualità dei servizi stessi.

 

Parole chiave

Fatica, lavoro educativo, disaffezione, riflessività, collegialità

 

Contatti

moira.sannipoli@unipg.it

“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO

E SE LA FATICA FOSSE UNA PREGHIERA?

Il momento che stiamo attraversando è particolarmente significativo per il mondo educativo. Sono gli anni di un riconoscimento giuridico che i ricercatori e i professionisti attendevano da tempo. A livello nazionale, il Decreto legislativo n. 65 del 13 aprile 2017 e il Decreto Ministeriale n. 378 del 9 maggio 2018 disciplinano i requisiti richiesti per l’esercizio della professione di educatore dei servizi educativi per l’infanzia, ovvero della figura che predispone i contesti educativi, progetta e realizza esperienze volte a sviluppare nei bambini dai 3 ai 36 mesi le potenzialità di relazione, autonomia, creatività, apprendimento, in un adeguato ambiente ludico, affettivo e cognitivo. Nel gennaio 2018, dopo un lungo iter parlamentare, è entrata in vigore la “Legge Iori” che dà riconoscimento e tutela alle figure professionali di educatore socio-pedagogico e di pedaMoira Sannipoli Professoressa associata in Didattica e Pedagogia speciale, Università di Perugia gogista. Come cita il dispositivo legislativo, entrambe le figure, con formazione e funzioni distinte, operano nell’ambito educativo e pedagogico, in rapporto a qualsiasi attività svolta in ambito formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, in una prospettiva di crescita personale e sociale. Il provvedimento adottato nasce dalla proposta di legge 2656 dell’on. Vanna Iori, approvata alla quasi unanimità alla Camera dei Deputati, ma poi arenatasi nella discussione al Senato della Repubblica. La norma approvata, art. 1, commi dal 594 al 601, della legge 205/2017 (normativa che poi è stata parzialmente modificata con la successiva legge 145/2018), pur essendo una versione abbreviata, rappresenta nel nostro Paese una svolta significativa nella valorizzazione dei professionisti che, da anni, partecipano alle pratiche e alle culture educative dei nostri territori in differenti geografie fisiche e di servizi (Iori, 2018)

Letto da fuori e da un punto di vista normativo il mondo delle professionalità educative è nella migliore stagione possibile. Purtroppo però i dati e le pratiche raccontano un momento di particolare fatica e disaffezione che spesso si traduce anche in vero e proprio esodo e in vuoti a perdere da un punto di vista occupazionale (Premoli, 2024; ISTAT, 2024). Sostare dentro i diversi livelli di stanchezza professionale consente di interrogare i contesti perché possano allestire spazi di sollievo, di nuove e rinnovate motivazioni e competenze. Proviamo allora a immaginare che le fatiche negate o manifestate, sussurrate o gridate, possano essere in questo momento storico una sorta di preghiera, che chiede di essere ascoltata, accolta e chissà forse in una cera misura anche accordata.

 
LE FATICHE DI SISTEMA: PERMETTERE AGLI ELEMENTI ISTITUENTI DI MOBILITARE L’ISTITUITO

Il Gruppo di lavoro sull’educazione e la cura della prima infanzia (ECEC) ha pubblicato nel 2023 un documento dal titolo Carenza di personale nel settore dell’educazione e della cura della prima infanzia. Il testo fotografa gli esiti di alcune fatiche, di cui, molti tessuti istituzionali non si sono fatti carico e che hanno generato circuiti viziosi. Il rapporto cita dimensioni macro che si ritrovano in tantissime narrazioni di educatori e educatrici. Tra questi si ricordano bassi salari e tutele contrattuali, limitate possibilità di carriera, inadeguate condizioni di lavoro con possibili conseguenze negative sulla salute fisica che psicologica, scarsa formazione di base e in servizio, una percezione personale di mancanza di status sociale e di tutela, assunzione di personale non formato con conseguente scarsa qualità dell’offerta o carico di lavoro supplementare, un elevato tasso di ricambio del personale che limita una collegialità matura, l’invecchiamento del personale. Come porsi di fronte a questi carichi? La risposta può collocarsi dentro la cornice della pedagogia istituzionale, nel bisogno di passare da un piano “istituito” a uno “istituente”. A questo riguardo Andrea Canevaro scrive quanto segue: “Nel termine istituzionale ci sono questi due elementi: l’istituito e l’istituente. L’istituito è ciò che, come dice il termine, ha già una sua costruzione, quindi, è fatto di una realtà preesistente al nostro incontro con la stessa realtà: ha abitudini, regole, una sua grammatica e una sua sintassi.

Utilizziamo questi termini perché in qualche modo si può capire bene questo istituito pensando al nostro ingresso nel linguaggio: ciascuno di noi nascendo è entrato in un mondo che aveva già un suo linguaggio ed è cresciuto entrando nel linguaggio già istituito. Ma proprio perché assumeva e ha assunto il linguaggio già istituito ha potuto creare un senso al proprio linguaggio. Questa è la parte istituente” (Canevaro, 2020, p. 156). Questa riflessione sollecita la necessità di passare da una visione in cui le fatiche di sistema siano immodificabili e destinate solo a riprodursi in maniera involutiva a una prospettiva che possa aprire dei cambiamenti prossimali anche dentro le dimensioni più strutturate. È fortissima oggi la necessità di riappropriarci di un senso di cambiamento che, seppur lento e faticoso, può avviarsi anche sulle questioni che il personale educativo avverte spesso sopra e lontano da sé. Il documento suggerisce, in questa direzione, di progettare ed elaborare strategie a livello nazionale e locale non solo per contenere la fuga ma anche per far sì che continui a esserci qualità nei servizi proposti. Tra queste azioni si consiglia di valorizzare la professione e riconoscere il suo valore aggiunto educativo e sociale, anche con campagne di comunicazione e di appartenenza che sottolineino l’attrattività e la centralità della professione; offrire opportunità di carriera motivanti e dinamiche, esaminando le opportunità di sviluppo professionale; permettere di assumere ruoli diversi insieme a un adeguato livello di remunerazione. Si aggiunge anche la necessità di fornire sostegno ai dirigenti e alle figure di coordinamento, che svolgono un ruolo importante nel sostenere i gruppi di lavoro e di offrire delle opportunità di formazione e di tutorato nei primi anni di lavoro per evitare precoci situazioni di burnout. Si sottolinea l’importanza di migliorare le condizioni di lavoro dove necessario, riequilibrando sempre il rapporto tra adulti e bambini, aumentare gli stipendi e fornire ulteriori incentivi finanziari, mettendo a disposizione maggiori spazi e tempi per la riflessività e la collegialità. Il documento traccia delle opportunità che non sono tutte strade che possono essere percorse con facilità e celerità. Sono però importanti perché rappresentano una sorta di pensiero di custodia che, di fronte a un sistema complesso e stanco, non ha la presunzione di aggredire e di stravolgere ma di attivare soste e manutenzioni possibili. Molte volte la voce della fatica si traduce in “nulla cambierà mai”. Proviamo invece a mettere in moto un movimento prossimale e di autentica speranza, dove anche gli elementi più rigidi e “istituiti” possono aprirsi a nuove configurazioni e a dimensioni “istituenti”.

LE FATICHE DELL’EDUCARE: SERVE ALLEGGERIRE?

“Te ne sei accorto, sì? Che tutto questo rischio calcolato Toglie il sapore pure al cioccolato E non ti basta più” Brunori Sas Ne Il fu Mattia Pascal si legge: “Beate le marionette su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato” (Pirandello, 1979, p. 80). La metafora delle marionette e del teatrino rappresenta la difficoltà a nominare alcune situazioni di stanchezza e affaticamento professionale. Quel cielo è finto ma la marionetta è abituata a vederlo e a considerarlo vero. Lo strappo che vi si produce, denuncia all’improvviso la sua falsità e la marionetta entra in crisi, non riesce più ad aderire alla sua parte ed è costretta a vedere se stessa e la realtà in modo nuovo, estraniato, condannando tutte le sue abituali certezze alla paralisi. Molti contesti educativi stanno vivendo ancora nel finto cielo. Altri non hanno avuto le risorse emotive e le competenze per poter reggere a questo stravolgimento: assaporata la possibilità di cambiamento, ricuciono lo strappo e rimangono incastrati in alcuni steccati, indipendentemente dalla qualità di quello che si propone. Altri non censurano il disorientamento e le difficoltà: raccontano e provano a comprenderne il senso. Sono di fatto molte le condizioni e le situazioni di fatiche riportate dalle educatrici e dagli educatori nei contesti formativi e di confronto. L’attenzione è facilmente spostata su bambini e bambine descritti come più complessi di un tempo, su genitori meno collaborativi, su forme e modi di lavorare che nostalgicamente non appaiono più quelli di un tempo. È come se non si riuscisse a vivere il proprio mestiere come un tempo, per chi lavora da un po’, o come si è studiato/desiderato, per i più giovani entrati recentemente nel sistema. Se queste fatiche non trovano spazi di riflessione seria e feconda, rischiano, anche se nominate, di amplificare il dolore professionale, spesso attivando pensieri e pratiche fuorvianti e svuotanti di valore. La tentazione di attribuire “fuori di sé” certe difficoltà esperite, senza leggerle nella relazione con le proprie posture e delle proprie pratiche, è uno dei rischi più pericolosi in questo momento storico. La propria fatica sporca chi si incontra, e in un certo senso lo patologizza, collocandolo su un piano di cattivo funzionamento. Non è il o la professionista che fatica, è il mondo che si incontra che peggiora di giorno in giorno. Questa narrazione pessimista è molto frequente e, oltre ad essere eticamente scorretta verso chi si accoglie, genera situazioni di paralisi, fatalismo e immobilismo. Altro rischio, in contesti di fatica, è che si cerchi una sorta di semplificazione. Si cominciano a ridurre gli spazi di pensiero, di riflessione, di documentazione. L’idea è che la stanchezza si possa riparare “togliendo via”. Visto che non si può fare a meno del tempo e dello spazio con i piccoli, si taglia in riflessività, in confronto, in scrittura. In realtà dentro queste scelte, spesso generate anche da mancanza di occasioni ufficialmente riconosciute e pagate, il tutto precipita. Il logoramento si accentua perché la pratica educativa, ridotta all’osso e allo “stare con” e al “fare per” si traduca in assistenza, vigilanza, mero controllo, togliendo “sapore” al lavoro quotidiano, spogliandolo di senso. Ciò di cui c’è fortemente la necessità è di saper abbandonare e dis-apprendere alcune presunzioni: “Questo mestiere si può fare solo così”, “Prima andava tutto bene”,C’è ormai poco da imparare”. Il mondo dei servizi educativi pecca spesso di pienezza: la vera rivoluzione sarebbe invece quella di saper accogliere la possibilità di concepirsi fragili e in movimento, un essere “acerbi” come qualità relazionale rispetto alle tentazioni del perfezionismo. Si può forse allievare la fatica trasformando i cambiamenti, fuori e dentro di sé, in costruzioni.

ALLA RICERCA DI POSTURE UMANE RINNOVATE

“Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, non ce la fai più. E d’un tratto, incontri tra la folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato ad un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice” A. Tarkovskij, dal film Andrej Rublëv Lo stress fisico ed emotivo che i professionisti dell’educazione attraversano in questo periodo si lega molto alla rigidità con cui viene vissuta la relazione di cura che si incarna, al costante desiderio di controllo e previsione, all’incapacità di “saper covare il caos” (Canevaro, 2005, p. 93). È dentro la fatica di questa consapevolezza e di alcune fratture che può esserci una dimensione evolutiva e di crescita capace di mettere in campo anche azioni aperte e in divenire, la costruzione di una cassetta degli attrezzi che non servono a dominare, ma che accompagnano a diventare. Divenire professionisti capaci di attraversare la fatica e imparare da essa, implica la necessità, fin dalla formazione iniziale, di fare i conti con questo abito mentale che non cade facilmente a scorciatoie deterministiche, ma sa esercitare un pensiero circolare e flessibile, capace di sostare con leggerezza e piacevolezza nella perturbazione nell’imprevisto. Imparare a non dominare, rinunciare al possedere è competenza complessa da costruire ed è necessario che sia sperimentata fin dalle prime esperienze di studio perché dis-apprendere sguardi lineari e pratiche “di serie” è ben più complicato. Non si tratta allora, in maniera prioritaria di acquisire tecniche, metodi e modi per stare con i bambini e le bambine e le loro famiglie senza possibili cadute, ma di assumere una sorta di immaginazione pedagogica che contempli la molteplicità di ombre che anche la pratica educativa ha strutturalmente in sé. “Quando la mente evita l’esercizio del pensare riflessivo, si finisce per stare in una situazione di anonimia, dove ci si sottrae alla possibilità, ma anche alla responsabilità, di cercare il senso dell’esperienza, e quindi di farsi autori e autrici consapevoli di quello che si va pensando e si va facendo” (Mortari, 2003, p. 19). Guadagnare un atteggiamento riflessivo competente, da cui spesso il mondo educativo scappa perché ruba tempo al fare ed è emotivamente impegnativo, è necessario per stare con serenità nella propria professione e diventare bene per chi si incontra. La qualità educativa è il risultato di un intreccio costante tra più sguardi, più pratiche, più dimensioni. La tentazione di voler ridurre a semplice e lineare ciò che invece non lo è, il bisogno umano di “zippare il mondo” (Licata, 2018) sono purtroppo delle finte soluzioni alla fatica che spesso si avverte. Il senso profondo, quello che riaccende la motivazione di chi sa rialzarsi anche dopo stagioni di cadute e demotivazioni, non è dato dalla necessità di matematizzare il mondo educativo, riducendone anche la bellezza, ma di accogliere il desiderio d’imparare a stare in una relazione di conoscenza fluida, dinamica, sistemica e al tempo stesso estetica, consapevole delle interdipendenze, delle connessioni, dei nessi, delle ibridazioni e dei meticciamenti. 

Se allora semplificare è il bisogno di un pensiero educativo che non riesce ad accogliere la dimensione pluriversa del suo esserci, c’è molto da fare in termini formativi per accompagnare questi sguardi dentro una cornice autentica di cura e di scienza. Accogliere un processo di manutenzione implica anche l’assunzione della responsabilità che questo porta con sé, con e oltre un mandato istituzionale. Appartiene alla dimensione deontologica di un Sé professionale che non può delegare ad altri la propria cura, la propria “manutenzione” formativa. A questo aspetto personale si aggiunge la presenza delle figure di coordinamento che hanno tra le loro funzioni quella di sollecitare la riflessione, di tenere memoria, qualora ce ne fosse la necessità, della ricchezza della strada attraversata e dell’urgenza di continuare a essere in cammino come équipe pedagogiche. Le situazioni-limite, come quelle dominate dal mero senso di stanchezza e demotivazione, offrono infatti un’autentica opportunità di svelamento e smascheramento. Chiedono di fatto riflessioni e scelte complesse in condizioni emotivamente stressanti, che rischiano anche di inficiare la lucidità del pensiero. Questi spazi, se sostenuti in termini di autoconsapevolezza, sono però occasioni per guardarsi metaforicamente allo specchio e svelare “punti ciechi e sconosciuti” (Solè, 1997), magari già presenti nelle proprie pratiche ma intenzionalmente silenziati: in queste situazioni diventano così evidenti da non poter essere più nascosti (Musaio, 2020). Il libro illustrato A caccia dell’orso (Rosen e Oxenbury, 2013) regala a riguardo un motivetto interessante: “Non si può passare sopra. Non si può passare sotto. Ci dobbiamo passare in mezzo”. Lo stare dentro, l’attraversare, ha un grande significato anche in relazione alla necessità di imparare a fare i conti con le fatiche e con le feconde possibilità che in esse si celano. Possono essere sguardi umani che chiedono di ripensarsi e ri-immaginarsi in azione e di rimettere al centro l’educazione, quella vera. Scrive Maurizio Vitali: “Non anestetizzare la ferita è decisivo per non ingannarci […]. La compagnia umana più desiderabile non è quella che anestetizza ma quella che condivide la ferita. Come testimoniò il grande Jannacci, c’è il barbùn all’idroscalo che medica e il borghese che fa finta di niente: ma chi censura la ferita difficilmente si accorge della carezza” (Vitali, 2020).

 
RINGRAZIAMENTO

In questi anni ho incontrato le fatiche di tantissime educatrici e educatori che ho provato ad accarezzare come ho potuto. Nella scrittura di questo breve contributo un pensiero speciale va alla Sezione sperimentale Blu – Lampada Magica del Comune di Perugia e Olga Luna per aver raccontato con estrema autenticità i carichi dell’oggi.

1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.

2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.

Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

 

 

BIBLIOGRAFIA

Canevaro A., La formazione dell’educatore professionale, Roma, Carocci, 2005.

Canevaro A., Il paradigma inclusivo, in “L’integrazione scolastica e sociale”, 19(4), 2020, pp. 156-166.

Gruppo di lavoro sull’educazione e la cura della prima infanzia (ECEC), Carenza di personale nel settore dell’ECEC – Documento programmatico, Comunità Europea, Bruxelles, 2024.

Iori V., Educatori e pedagogisti. Senso dell’agire educativo e riconoscimento professionale, Trento, Erickson, 2018.

ISTAT, I servizi educativi per l’infanzia in Italia Stato dell’arte, personale e accessibilità dell’offerta Zerotre Anno educativo 2022/2023, Roma, 2024.

Licata I., Complessità. Un’introduzione semplice, Roma, Di Renzo Editore, 2018.

Mortari L., Apprendere dall’esperienza. Il pensare riflessivo nella formazione, Roma, Carocci, 2003.

Musaio M., Dalla distanza alla relazione. Pedagogia e relazione d’aiuto nell’emergenza, Milano, Mimesis, 2020.

Pirandello L., Il fu Mattia Pascal, Milano, Mondadori, 1979.

Premoli S., La crisi delle professioni educative e il ruolo della pedagogia accademica tra responsabilità e prospettive, in “Civitas Educationis”, 13(2), 2024, pp. 163-183.

Rosen M. and Oxenbury H., A caccia dell’orso, Milano, Mondadori, 2013.

Solé D., Johari’s Window for Generating Questions, in “Journal of Adolescent & Adult Literacy”, 40(6), 1997, pp. 481-483.

Vitali M., Andrà tutto bene: sì, ma nel frattempo?, in “il sussidiario.net”, 16 Marzo 2020, https://www.ilsussidiario. net/editoriale/2020/3/16/andra-tuttobene-si-ma-nel-frattempo/1997181/, (ultima consultazione: 24/04/25).

L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.

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