Introduzione
Rendere visibile la partecipazione
di Elisabetta Biffi
Come abbiamo letto nel corso dei contributi precedenti di questa rubrica, la partecipazione non è un diritto dell’infanzia: essa è il pilastro fondamentale per l’esercizio di ogni diritto, la garanzia primaria che quel migliore interesse della bambina e del bambino è stato realmente il faro di ogni intervento agito con e per loro da parte degli adulti e delle istituzioni.
Eppure, al tempo stesso, si tratta di un pilastro davvero bizzarro, quasi inafferrabile: come fa una bambina o un bambino a partecipare, soprattutto quando molto piccoli? Cosa vuol dire, nei contesti educativi dedicati alla prima infanzia, coinvolgere bambine e bambini nei processi decisionali? Come si definisce nelle pratiche una partecipazione sufficientemente buona? Si può misurare, valutare questa bontà? Dipende, va da sé, dalla definizione di partecipazione con la quale ci vogliamo confrontare. Non ve ne è una soltanto, e le teorie a riguardo sono molteplici e tendono a definirla da più prospettive (Montà, 2022), dal limitarsi al dare voce a bambine e bambini fino a considerarli degli attori decisionali dentro ai processi di gestione della vita comunitaria.
E poi, viene da chiedersi come si pratica la partecipazione, se è qualcosa che si disciplina in tempi e spazi specifici, se invece è qualcosa che attraversa lenta ogni altro processo, se è una competenza trasversale che si apprende o se è, invece, qualcosa al quale è connesso un talento individuale. Tutte e tutti possono partecipare? E se sì – o se no perché? Quali condizioni favoriscono o impediscono la reale partecipazione delle bambine e dei bambini?
Tutte queste domande, che trovano parziali risposte nei contributi di questa rubrica, mostrano la complessità di una pratica apparentemente semplice. Perché quando si parla di partecipazione, oltre che di teorie e di strategie, si sta parlando di qualcosa che più che altro è un processo che sta dentro a un fluire storico, che si costruisce giorno dopo giorno e di cui, soprattutto, si fa esperienza. È l’esperienza della partecipazione a essere l’aspetto
pedagogicamente più importante, il modo con il quale tale esperienza viene vissuta, attraversata e sentita dai soggetti direttamente coinvolti.
Ecco il perché del titolo di questo contributo, che riprende – con estrema umiltà e dovuta prudenza – un progetto fondamentale della storia contemporanea della pedagogia dell’infanzia, ovvero Rendere visibile l’apprendimento (Rinaldi, Giudici, Krechevsky, 2009):l’unico modo per vedere un’esperienza, infatti, è raccontarla. Un’esperienza si mostra narrandola, con parole e immagini, restituendo al fluire del tempo le azioni, ritessendone i significati che sono sottesi e trasformandola in storia. È quanto tutte le lotte di emancipazione e riconoscimento delle minoranze hanno fatto nel
corso dei secoli: da una parte acquisire spazi di agentività, dall’altra contribuire a raccontare diversamente il proprio posto nel mondo. Rendere visibile la partecipazione serve, dunque, prima di tutto a livello collettivo e sociale, perché permette di restituire potere alle bambine e ai bambini uscendo dalla retorica della vulnerabilità dell’infanzia che rischia, invece, di confinarli alla passività (Biffi, 2018). Va chiarito che, quanto si sta qui suggerendo, va ben oltre la costruzione di una documentazione che racconta la partecipazione, piuttosto, stiamo suggerendo di garantire in ogni processo il ruolo attivo di bambine e bambini, anche nella documentazione stessa. Una documentazione partecipata dell’esperienza educativa è già, di per sé, pratica di partecipazione e strategia di costruzione condivisa della cultura dell’infanzia e obbliga gli adulti coinvolti a porsi le
stesse domande dalle quali siamo partiti anche noi in questa riflessione. La partecipazione di bambine e bambini ha bisogno, dunque, come punto di partenza, di adulti competenti
sia nell’istruire processi attivi con loro, sia nel raccontare e, appunto, rendere visibili questi processi.
Si tratta di un compito importante, che è tenuto a svolgere proprio chi conosce professionalmente l’infanzia, perché l’ha studiata, perché ha competenze per comprenderla, perché la vive nel quotidiano, vale a dire i professionisti dell’educazione. È
responsabilità degli adulti costruire spazi e opportunità affinché bambine e bambini possano contribuire attivamente alla costruzione collettiva della cultura dell’infanzia. Non si sta, cioè, parlando soltanto di un dare loro voce, quanto piuttosto di dare loro strumenti per avere sempre voce, di progettare contesti basati sul loro attivo e costante coinvolgimento