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Le parole dell’educazione

Intimità

Paola Nicolini – Professoressa, Psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione, Università di Macerata

Dal momento che l’essere umano prende forma all’interno di un corpo, quello di una donna, la discontinuità prima spaziale e poi anche affettiva che dà luogo al costruire un’identità propria, è una conquista che si avvera giorno per giorno, dapprima sul piano fisico e via via sempre più sul piano simbolico, tanto che si parla di “tagliare il cordone ombelicale” in senso reale alla nascita e in senso figurato in diverse età della vita. 

Alcuni autori si sono chiesti quando emerga il primo senso di sé e se sia possibile che il bambino e la bambina, già nelle prime fasi del loro sviluppo, si percepiscano come un Sé separato dagli Altri, indipendentemente dal fatto di possedere un sistema linguistico per poterlo comunicare. Numerosi sono i contributi su questo tema, in particolare Daniel Stern (1987) ha proposto un modello interpretativo della nascita del Sé in termini innovativi rispetto a tutti gli studi precedenti, sostenendo che una qualche forma del senso di Sé appare ed è attiva in tempi di gran lunga antecedenti l’autoconsapevolezza e la comparsa del linguaggio. 

“Non condivido l’opinione di chi afferma che un senso del Sé emerge soltanto nel momento in cui diventa possibile riflettervi o parlarne, perché a chiunque osservi i bambini e ne studi le interazioni appare evidente che essi hanno un senso del Sé già da prima” (Stern, 1987, p. 118). 

Nella fase che va dalla nascita ai 2 mesi, bambini e bambine sembrano avere una percezione del mondo complessiva, che comprende anche un vago senso del Sé, sebbene in via di formazione; questa primitiva sensazione è definita da Stern come senso di un Sé emergente, immaginando la presenza di prospettive soggettive organizzanti del Sé e dell’Altro. 

Da questi tentativi prende forma un primo Sé fisico, che pone le basi di una percezione di sé come complesso “autonomo” e fisicamente unitario, le cui immagini ricomposte contribuiscono a mettere insieme una prima “storia” propria. Esso opera in genere al di fuori della consapevolezza, è considerato implicito e difficilmente è verbalizzabile. 

Paola Nicolini Professoressa, Psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione, Università di Macerata Questo primo vero e proprio senso di Sé si verifica, secondo Stern, all’incirca fra il secondo e il sesto mese vita, quando il bambino o la bambina avverte le prime sensazioni di sé e dell’adulto che presta le cure come agenti in qualche modo distinti. Tra il settimo e il nono mese di vita, i bambini e le bambine cominciano a sviluppare una seconda prospettiva organizzante, quando scoprono che esistono altre menti, oltre alla loro. Il Sé e l’Altro non sono più solo entità di presenza fisica, azione e continuità, ma includono ora stati mentali soggettivi – sentimenti, motivazioni, intenzioni – che stanno a monte degli eventi fisici. 

Questo nuovo senso di Sé, definito soggettivo, è ciò che fondamentalmente rende possibile l’intersoggettività: nasce così la capacità di condividere l’attenzione su un oggetto comune, poi quella di attribuire agli Altri intenzioni, motivazioni e stati d’animo, d’interpretarli e di comprendere se sono o no conformi ai propri, talvolta “ribellandosi”. 

Tra i 15 e i 18 mesi circa, il bambino e la bambina sviluppano una terza prospettiva soggettiva, che Stern definisce Sé verbale, riferendosi al possesso di una riserva personale d’esperienza. Questo nuovo senso del Sé riposa su un nuovo insieme di capacità: la capacità di oggettivare il Sé, di essere autoriflessivi, di comprendere e produrre il linguaggio. 

Gli studi di Stern mostrano come la relazione interpersonale sia resa possibile e poggi in maniera significativa sull’affettività: essa svolge un ruolo rilevante fin dai primi mesi di vita ed è connessa alla capacità di sentire le proprie emozioni e di attribuirle all’Altro. 

Emerge così come l’Altro sia soggetto di fondamentale importanza per quel che riguarda il rapporto con se stessi e con il mondo esterno, superando la visione, ancora spesso utilizzata, di un egocentrismo che renderebbe bambine e bambini incapaci di assumere in sé la prospettiva dell’Altro fino a circa il sesto anno di età. 

Stern D.N., Il mondo interpersonale del bambino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

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