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Interventi sistemico-narrativi per bambini colpiti dalla guerra
Un approccio integrato al trauma per il supporto emotivo e psicologico nei bambini in età scolare
Guido Veronese Professore associato, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca
Abstract
La guerra e i conflitti violenti hanno un impatto devastante sulle vite dei bambini e delle bambine, compromettendo il loro sviluppo emotivo, sociale e cognitivo. In particolare, i bambini tra 0 e 6 anni sono particolarmente vulnerabili, poiché questa fascia d’età è cruciale per lo sviluppo della resilienza e delle competenze emotive. Gli interventi sistemico-narrativi, che integrano narrazione, arte e attività corporee, si sono rivelati efficaci nel trattamento del trauma infantile in contesti di guerra. Questo articolo esplora un programma di supporto psicologico realizzato a Gaza, in cui bambini di età scolare e prescolare hanno partecipato a un intervento basato sulla narrazione, volto a facilitare la rielaborazione del trauma. Il programma ha utilizzato tecniche creative, come la creazione di “scudi” simbolici e la riscrittura di fiabe, per promuovere la resilienza e il benessere psicologico. I risultati indicano che tali approcci contribuiscono significativamente alla trasformazione del dolore in risorse emotive, consentendo ai bambini di sviluppare competenze per affrontare le difficoltà quotidiane in un contesto segnato dalla violenza. La partecipazione delle famiglie e della comunità è risultata cruciale per il successo dell’intervento, favorendo una guarigione collettiva. Gli interventi sistemico-narrativi, dunque, non solo supportano la gestione del trauma, ma rafforzano anche le connessioni emotive e sociali, preparando i bambini a una crescita sana nonostante le difficili condizioni di vita.
Parole chiave
Interventi sistemico-narrativi, trauma infantile, resilienza, narrazione, supporto psicologico
Contatti
guido.veronese@unimib.it
INTRODUZIONE
La guerra e i conflitti violenti hanno un impatto devastante sulle vite dei bambini, influenzando profondamente il loro sviluppo emotivo, sociale e cognitivo. In particolare, i bambini che vivono in contesti di guerra sono esposti a traumi che non solo minacciano il loro benessere fisico ma compromettono anche la loro capacità di affrontare le esperienze di violenza e sofferenza.
In questi scenari, gli interventi psicologici devono essere mirati e adattati alle esigenze specifiche dei bambini, soprattutto nella fascia di età 0-6 anni, un periodo cruciale per la costruzione delle basi della resilienza e delle competenze emotive. Un approccio che ha mostrato grande efficacia è quello sistemico-narrativo, che si concentra sull’uso delle storie e della narrazione per elaborare il trauma, favorendo la resistenza emotiva e la resilienza. Questo approccio è stato utilizzato in una serie di interventi terapeutici svolti durante un programma di consulenza per bambini della scuola di infanzia e primaria presso la Salaam School, in un contesto segnato dalla violenza del conflitto. I programmi di supporto psicologico in questi contesti prevedono attività creative e simboliche che permettono ai bambini di dare un senso alle proprie esperienze traumatiche, trasformando il dolore in una risorsa di crescita e speranza (Veronese e Barola, 2018; Denborough, 2008).
STUDIO DI UN CASO
Un intervento psicosociale narrativo è stato realizzato in una delle zone più martoriate dalla guerra di Gaza, Jabalia, vicino al confine israeliano. Era autunno del 2014, alla fine di uno dei più duri attacchi Israeliani prima del 7 di Ottobre, 2023. I bambini partecipanti frequentavano la scuola primaria privata Salaam, gestita dal Remedial Education Centre (REC), una ONG palestinese ben consolidata. Dopo la guerra, REC ha organizzato, in collaborazione con ONG internazionali e università locali e straniere, un programma della durata di sei mesi, per rafforzare la resilienza del personale scolastico, degli insegnanti e degli operatori sociali. Questo programma ha avuto l’intento di creare una base per introdurre di seguito nel curriculum scolastico un progetto volto a promuovere la resilienza dei bambini e le loro competenze di sopravvivenza (Denborough, 2008 e 2011). Più nello specifico, il programma psicosociale focalizzato sui bambini è stato il frutto di una lunga cooperazione tra la scuola e una ONG internazionale che opera nella Striscia di Gaza. Dal 2011, REC offre opportunità di apprendimento permanente e formazione per lavoratori sociali, psicologi e insegnanti operanti nella scuola, per migliorare la capacità degli studenti di affrontare le difficoltà e gli eventi traumatici in una situazione caratterizzata dalla violenza militare continua e da condizioni di vita estremamente precarie (Aitcheson et al., 2017; Denborough, 2008). Il programma attuale ha incluso formazione sui principi dell’intervento focalizzato sulla resilienza, le competenze di primo soccorso psicologico e su come implementare un intervento psicologico basato sulla scuola, integrando attività nel curriculum scolastico per aiutare i bambini a far fronte alla violenza quotidiana. Dopo la guerra del 2014 a Gaza, gli insegnanti sono stati invitati a partecipare a un intervento di consulenza della durata di 10 giorni, progettato per aiutarli ad affrontare il trauma derivante dalla loro esperienza del conflitto. L’intervento includeva consulenze individuali e di gruppo focalizzate sul trauma e un intervento domiciliare orientato alla famiglia, volto a rafforzare la resilienza e a ridurre i sintomi post-traumatici negli insegnanti (Veronese et al., 2014). Questo intervento focalizzato sul trauma si è svolto in un periodo di 3 mesi, prima che venisse realizzato il programma narrativo con gli studenti della scuola Salaam. Questo intervento era chiaramente distinto dalla formazione fornita per preparare i consulenti e gli insegnanti di REC a collaborare con gli esperti internazionali responsabili della supervisione del programma psicosociale. Dopo che le risposte psico-emotive degli insegnanti all’intervento focalizzato sul trauma sono state monitorate tramite colloqui clinici e test, i professionisti della salute mentale e gli insegnanti di REC sono stati formati nell’uso di specifici strumenti narrativi. La formazione si è concentrata sulla discussione e sull’adattamento degli strumenti e delle attività a fattori culturali e locali, nonché su come testare questi strumenti per comprendere i risultati dell’intervento narrativo. Il protocollo finale è stato il risultato di uno scambio aperto tra terapeuti e ricercatori occidentali e professionisti palestinesi. Inoltre, questi incontri hanno fornito un’opportunità privilegiata per l’auto-sperimentazione e l’adattamento continuo degli strumenti di intervento e ricerca da utilizzare nel programma con i bambini (Gershoni e Dagan, 2017). Dopo questa fase preparatoria, tutti i bambini sono stati invitati a partecipare al programma post-bellico. L’intervento si è concentrato sui bambini in età scolare che frequentavano la scuola primaria, mentre i bambini frequentanti di età inferiore sono stati invitati a partecipare ad altre attività analoghe ma meno strutturate (disegno, musica, danza e movimento, espressività) adatte alla loro età e fase di sviluppo (Felsenstein, 2013). È stato ottenuto il consenso informato dai genitori per la partecipazione dei bambini a questo programma specifico, oltre al permesso che i genitori avevano già fornito per partecipare alle attività annuali focalizzate sulla resilienza al momento dell’iscrizione alla scuola. Pertanto, tutti gli studenti della scuola sono stati coinvolti dopo aver ottenuto anche il loro consenso. Se i bambini o i loro genitori non desideravano partecipare, erano offerte alternative ludiche durante le ore scolastiche. Nessuno dei bambini ha rifiutato di partecipare all’intervento narrativo. Lo studio pilota sull’intervento è stato approvato dal Comitato Etico dell’Università Milano-Bicocca ed è stato conforme al codice di condotta dell’American Psychological Association (APA, 2010).
IL PROGRAMMA: ATTIVITÀ E OBIETTIVI
Il programma di intervento si è articolato in sei sessioni, della durata di quattro ore ciascuna, condotte da operatori locali, insegnanti e un terapeuta familiare italiano esperto in interventi focalizzati sul trauma. Gli insegnanti e gli operatori sociali coinvolti avevano precedentemente partecipato a un programma formativo di tre giorni specifico per la gestione del trauma, che li ha preparati ad affrontare le difficoltà emotive dei bambini (Veronese et al., 2014). Il programma ha utilizzato l’approccio sistemico-narrativo (Denborough, 2008) come strumento centrale per il trattamento del trauma, combinando attività corporee, artistiche, narrative e simboliche per promuovere la resilienza e il benessere psicologico nei bambini.
LA RESISTENZA CORPOREA E IL GIOCO
Il primo obiettivo del programma è stato quello di aiutare i bambini a fare fronte ai ricordi traumatici utilizzando il corpo come strumento narrativo. Il trauma, infatti, non solo danneggia la mente, ma ha anche effetti profondi sul corpo, alterando le risposte fisiologiche e aumentando il rischio di disturbi emotivi (Van der Kolk, 2014). Durante la prima sessione, i bambini hanno esplorato le proprie emozioni attraverso il corpo, utilizzando tecniche di somatic experiencing per comprendere e regolare le proprie reazioni emotive e fisiologiche (Taylor e Saint-Laurent, 2017). L’attività si è svolta sotto forma di gioco, utilizzando tecniche artistiche e di movimento per incoraggiare i bambini a esprimere e riconoscere le proprie emozioni, con l’obiettivo di trasformare la paura e il dolore in forza e resistenza (Osborne et al., 2017; Phili e Carleton, 2017)
ESTERNALIZZARE LA STORIA DI VITA: GLI SCUDI
La seconda fase dell’intervento ha coinvolto la creazione di uno “scudo”, un oggetto simbolico utilizzato per esternalizzare le risorse individuali, familiari e comunitarie dei bambini, e le loro speranze per il futuro. Questa attività ha permesso ai bambini di riflettere sulle proprie esperienze di vita e di attivare strategie di protezione, promuovendo un senso di speranza e di resilienza di fronte alla violenza quotidiana e al trauma storico (Pavao, 1998; Veronese et al., 2010). Durante la sessione, i bambini hanno imparato a creare uno scudo composto da sei sezioni, ognuna delle quali rappresentava una risorsa protettiva, che spaziava dal livello individuale (me stesso) al livello collettivo (la mia comunità) (Hinsberger et al., 2017; Veronese et al., 2017). L’esempio di dialogo tra i bambini riportato qui sotto evidenzia l’importanza di queste risorse. Ahmed (4 anni): “Quando mi sento spaventato dai droni israeliani, posso pregare e ripetere dei versetti del Corano”. Terapista: “Hai trovato un versetto che ti aiuti a essere coraggioso?”. Ahmed: “Per me, ho cercato rifugio con il mio Signore e il tuo Signore, contro chi mi fa del male” (Surah Ad-Dukhan, 20). “Sento che nessuno può toccarmi quando prego Dio”.CREARE UNO SPAZIO SICURO: LA CASA IDEALE
Nel terzo incontro, i bambini hanno lavorato sulla costruzione di una “casa sicura”, utilizzando materiali artistici per creare l’immagine di una casa ideale, simbolo di un rifugio emotivo. Questa attività, che ha incluso anche l’uso della musica e alcune tecniche di rilassamento, ha permesso ai bambini di immaginare uno spazio sicuro dove poter esprimere le proprie paure e liberarsi dalla violenza quotidiana (Robnett et al., 2016). La casa ideale diveniva così un simbolo di speranza, che si opponeva alla realtà di distruzione e incertezza che i bambini vivevano a causa della guerra (Marshall, 2014)LA FIABA POPOLARE PALESTINESE: IL POTERE DELLA METAFORA
Il quarto incontro ha introdotto una fiaba popolare palestinese, che ha trattato il tema dell’esperienza traumatica a livello simbolico. Le storie tradizionali sono strumenti potenti per aiutare i bambini a elaborare le loro esperienze di paura, perdita e speranza (Silverman, 2004). I bambini hanno discusso della figura dell’eroe, come Mohammed, il protagonista della fiaba,che rappresentava la resilienza, la lotta e la spiritualità, temi centrali nel contesto della loro esperienza di guerra (Denborough, 2008; Walters, 2017). Durante questa fase, i bambini hanno anche disegnato scene della fiaba, esplorando simbolicamente la liberazione e la guarigione.RISCRIVERE LA STORIA: LA NUOVA FIABA PALESTINESE
Nel quinto incontro, i bambini sono stati invitati a scrivere una nuova fiaba, adattata al loro contesto, in cui un bambino palestinese doveva affrontare il mostro Ghoul per salvare la propria famiglia e la comunità. Questa attività ha permesso ai bambini di riscrivere il loro vissuto traumatico, attivando risorse e strategie di sopravvivenza. La riscrittura della fiaba ha promosso il senso di agency nei bambini, aiutandoli a sentirsi protagonisti della propria guarigione (Pack, 2008; Veronese et al., 2017a).CERIMONIE DEFINITORIE: RICONOSCERE LA RESISTENZA COMUNITARIA
Infine, l’ultimo incontro ha visto l’organizzazione di una cerimonia definitoria, in cui la comunità e le famiglie sono state invitate a partecipare alla rappresentazione delle fiabe scritte dai bambini. Questo evento ha avuto lo scopo di celebrare la resistenza e la resilienza della comunità palestinese attraverso il coinvolgimento in una performance che ha reso visibile il potere delle storie di speranza e di resistenza (Myerhoff, 1986; West e Fair, 1993). La rappresentazione ha permesso di riconoscere i bambini come attori sociali nella lotta per la loro esistenza e quella della loro comunità (Gilligan, 2009; Veronese e Castiglioni, 2015CONCLUSIONI
Gli interventi sistemico-narrativi integrati con tecniche corporee, artistiche e di scrittura creativa hanno mostrato risultati significativi nel supportare i bambini in contesti di guerra e violenza, in particolare per quanto riguarda la rielaborazione del trauma e lo sviluppo di competenze di resistenza emotiva e resilienza. Questi approcci, che hanno utilizzato la narrazione come strumento di elaborazione e trasformazione del dolore, hanno permesso ai bambini di acquisire una nuova percezione di sé e del proprio vissuto traumatico, modificando il modo in cui affrontano le difficoltà della vita quotidiana in un contesto di guerra. Il trauma nei bambini non è solo un’esperienza psicologica, ma anche fisica. Il corpo, come punto di partenza per la narrazione e la regolazione delle emozioni, è emerso come uno strumento fondamentale per affrontare il dolore e la paura. Le attività corporee, come il somatic experiencing e il movimento, non solo hanno permesso ai bambini di esprimere emozioni che altrimenti avrebbero potuto rimanere intrappolate, ma hanno anche aiutato a restituire loro il controllo, che in situazioni traumatiche può essere fortemente compromesso. Il corpo diventa così un veicolo di resilienza, un luogo di forza da cui attingere per fronteggiare le difficoltà. La trasformazione del dolore in forza, come suggerito da Osborne et al. (2017) e Phili e Carleton (2017), è uno degli aspetti cruciali di questi interventi. In parallelo, il concetto di esternalizzazione è stato un pilastro centrale nelle attività narrative. Gli scudi creati dai bambini, oggetti simbolici che rappresentavano le loro risorse interne e le strategie di protezione, hanno consentito di visualizzare e riconoscere potenzialità di resistenza che i bambini, in un primo momento, non avrebbero potuto identificare. La creazione di questi simboli ha rappresentato un atto di empowerment, dando voce alle risorse e ai legami familiari e comunitari che, pur se inaspettati, sono fondamentali per la resilienza. L’uso di simboli come gli scudi ha anche favorito il rafforzamento del senso di identità e di connessione, essenziale per superare la solitudine e il senso di impotenza che il trauma spesso genera. La costruzione della casa ideale ha avuto un impatto profondo sulla capacità dei bambini di immaginare un futuro al di fuori della violenza. La casa, simbolo di sicurezza, rifugio e speranza, è stata progettata dai bambini non solo come un luogo fisico, ma come uno spazio emotivo in cui poter ricercare la propria protezione e conforto. Questo processo creativo ha permesso ai bambini di esplorare l’idea di sicurezza in un contesto che, a causa della guerra, era diventato quasi un concetto estraneo. La casa ideale, quindi, è diventata uno strumento simbolico di resistenza alla distruzione e all’incertezza, fornendo ai bambini una forma di “spazio psicologico” dove potevano ritrovare la serenità e dare un senso di continuità alla loro vita (Robnett et al., 2016; Marshall, 2014). In aggiunta, l’uso delle fiabe popolari palestinesi e la riscrittura della storia rappresentano un altro potente strumento per affrontare il trauma. Le storie, da sempre, hanno il potere di rielaborare l’esperienza vissuta, distillando significato e dando ordine a ciò che appare come caos. Le fiabe, quindi, hanno offerto ai bambini una forma di simbolismo attraverso cui poteresprimere le loro emozioni più profonde e affrontare le difficoltà. L’esempio di Mohammed, l’eroe della fiaba, che rappresenta la resilienza e la lotta, ha agito da specchio per i bambini, che sono riusciti a vedersi come eroi della loro stessa storia. In questo processo, i bambini hanno avuto l’opportunità di riscrivere il proprio racconto, dove non sono più solo vittime della violenza, ma protagonisti di una narrazione di speranza e di lotta. Come evidenziato da Denborough (2008) e Walters (2017), il potere della narrazione è tale che essa non solo aiuta a fare luce sul trauma, ma offre anche un modo per riprendersi la propria vita e la propria identità. La riscrittura della fiaba, inoltre, ha favorito lo sviluppo dell’agency nei bambini, un aspetto fondamentale per il recupero dal trauma. Sentirsi capaci di scrivere la propria storia e di fare scelte all’interno di un contesto di sofferenza ha avuto un effetto terapeutico importante, poiché ha aumentato la loro autostima e li ha resi consapevoli del proprio potenziale di cambiamento (Pack, 2008). Questo processo ha agito come una sorta di “ritorno al controllo” che è essenziale per guarire dal trauma. Un altro aspetto che ha avuto un forte impatto è stata la cerimonia definitoria. La celebrazione delle storie e la loro rappresentazione simbolica all’interno della comunità ha avuto un effetto catartico, permettendo ai bambini di vedere riconosciuti i loro sforzi e la loro crescita. Come sottolineato da Myerhoff (1986) e West e Fair (1993), le cerimonie rappresentano uno strumento culturale potente per convalidare l’esperienza e il dolore della comunità. Questa cerimonia ha avuto l’effetto di conferire valore alla resistenza non solo dei singoli bambini, ma della comunità nel suo complesso, creando un legame forte che ha unito le famiglie e i bambini nella lotta contro l’oppressione e la violenza. Inoltre, la visibilità della loro forza di fronte alla sofferenza ha alimentato un senso di speranza collettiva che può contribuire a creare una narrazione più positiva per le generazioni future. Nel complesso, gli approcci sistemico-narrativi integrati con tecniche corporee, artistiche e simboliche hanno dimostrato un potenziale significativo nel trattare il trauma infantile in contesti di guerra. L’uso di metafore culturali, come gli scudi e le fiabe, ha offerto ai bambini strumenti concreti per comprendere, affrontare e trasformare la loro esperienza di trauma. Questi interventi non solo hanno avuto un impatto positivo sul benessere psicologico immediato dei bambini, ma hanno anche gettato le basi per lo sviluppo di competenze emotive e psicologiche più robuste, che possono essere cruciali per la loro crescita futura e la loro capacità di affrontare le difficoltà in contesti complessi e violenti. Infine, è importante sottolineare che il coinvolgimento delle famiglie e della comunità nei processi terapeutici ha svolto un ruolo fondamentale. I bambini non vivono il trauma in isolamento, e l’approccio sistemico ha garantito che anche gli adulti di riferimento fossero preparati e coinvolti nel processo di guarigione. La resilienza non è solo una qualità individuale, ma un fenomeno collettivo che può essere nutrito attraverso la connessione e il supporto reciproco. Questo approccio integrato, quindi, rappresenta una strategia non solo per curare il trauma, ma anche per costruire una comunità più forte e coesa, capace di affrontare le sfide del futuro con maggiore speranza e determinazione.
IL GENOCIDIO DI GAZA E L’ENIGMA DELLE CONSEGUENZE
Oggi, nel 2025, il genocidio in corso a Gaza ha superato ogni orrore documentato nella storia recente. Oltre 45.000 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio degli attacchi indiscriminati lanciati da Israele dopo il 7 ottobre 2023, tra cui più di 14.000 bambini (UNICEF, 2025). Almeno 17.000 bambini sono stati resi orfani, privati della loro famiglia, della loro casa e di qualsiasi forma di sicurezza emotiva e fisica (Save the Children, 2025). La Striscia di Gaza, già devastata da precedenti offensive, è ora un cimitero di macerie, dolore e traumi impredicibili nella loro magnitudine (Verdeja, 2025). Se gli effetti delle guerre precedenti erano già devastanti, la catastrofe attuale supera ogni parametro conosciuto nella psicologia del trauma: il danno subito dai bambini palestinesi è incalcolabile, e le conseguenze si protrarranno per generazioni, plasmandone il destino in modi ancora inimmaginabili. Le fiabe, strumenti ancestrali per narrare l’orrore umano, sembrano oggi incapaci di contenere la distruzione di Gaza. Nelle narrazioni popolari, il Ghoul – il demone che divora i bambini – è una metafora di una paura affrontabile, una prova da superare. Ma quando il male si manifesta su scala genocidaria, l’operatore umanitario si trova di fronte a un enigma insormontabile: come si elabora un trauma che eccede ogni linguaggio, che non ha precedenti, che distrugge persino la possibilità di narrare? Il genocidio di Gaza rappresenta uno di questi buchi neri della storia, un evento talmente immenso che non esiste una formula per comprenderlo né una cornice simbolica per contenerlo. La psicologia si arresta davanti all’indicibile, la resilienza diventa una parola vuota di fronte alla cancellazione sistematica di un popolo. Eppure, ancora una volta, saranno i bambini a indicare la via. I bambini palestinesi, nonostante l’orrore che li circonda, continuano a raccontare storie, a disegnare il loro dolore, a riscrivere il loro destino anche nelle condizioni più disumane. Ogni scarabocchio su un pezzo di cartone tra le macerie, ogni parola sussurrata tra le tende dei rifugi temporanei, ogni gioco improvvisato tra i detriti è un atto di resistenza contro il tentativo di cancellarli dalla storia. Se Gaza è oggi il punto più oscuro dell’umanità, i suoi bambini sono la luce che ci obbliga a guardarlo. Essi non sono solo vittime: sono i testimoni di un crimine che nessuno potrà mai negare. E nelle loro fiabe future, sarà il mondo a dover rendere conto di ciò che è accaduto. BIBLIOGRAFIA
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