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Infanzia e digitale
Le sfide di oggi, le scelte per domani
Michele Marangi professore associato, Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, eCampus Università,membro del CREDDI (Centro di Ricerca Educazione Didattica Digitale Innovazione sociale)I bambini si rompono facilmente si rialzano ma solo per non darti pensiero sembra che vada tutto bene ma non è vero i bambini si rompono se non alzi la testa se non ridi mai si rompono molto prima di volare dalle finestre giù per le scale si rompono per molto meno se il loro letto cambia di continuo se bari se li vuoi comprare se mangiano troppo spesso da soli se non c’è una porta tra dentro e fuori se non ti ricordi nemmeno questa volta
(Vecchini, 2023, p. 11)
Abstract
Le tecnologie digitali fanno parte della vita quotidiana dei bambini e delle bambine fin dai primi anni. Questo articolo invita a guardare al digitale senza paure né entusiasmi acritici, riconoscendone la complessità e le differenti modalità d’uso. L’articolo si focalizza sul ruolo dell’adulto educatore nel mediare e accompagnare l’esperienza digitale, offrendo alternative ricche e significative, proponendo anche strategie concrete e flessibili per integrare il digitale in modo equilibrato, rispettando i bisogni fondamentali dell’infanzia.
Parole chiave
Educazione digitale, prima infanzia, mediazione adulta, naturalizzazione del digitale, comunità educante
Contatti
michele.marangi@uniecampus.it
Introduzione
Negli ultimi due decenni, i bambini e le bambine nascono e crescono in un contesto profondamente segnato dalla presenza pervasiva delle tecnologie digitali: schermi di vario tipo, dispositivi connessi, assistenti vocali, piattaforme digitali che entrano nelle case, nelle scuole, negli spazi di socialità, nelle auto. Se un tempo il gioco e la relazione diretta erano le coordinate centrali della crescita, oggi questi aspetti si intrecciano con dimensioni diverse e complesse, in cui il digitale non appare un semplice strumento o un accessorio, ma un vero e proprio ambiente di vita, con tutti suoi rischi, ma anche con le sue potenzialità e le sfide da affrontare.
Non appare saggio, e probabilmente neanche utile, affrontare questo tema con sguardi semplicistici o ricette pronte, rischiando di ridurre la molteplicità delle esperienze a una contrapposizione sterile tra chi vede il digitale unicamente come problema e rischio e chi, all’opposto, pensa che sia sempre necessario e innovativo di per sé. Al contrario, è fondamentale immergersi nella complessità delle situazioni concrete, distinguendo, articolando, esplorando con attenzione i diversi piani d’analisi e i molteplici nodi che si intrecciano nel rapporto tra bambini e schermi.
Una dimensione plurale
Una prima chiave di lettura di questa situazione complessa è, non a caso, la multidimensionalità del fenomeno: quando parliamo di digitale riferito ai bambini, non indichiamo un’entità monolitica, ma una realtà composta da numerosi aspetti. Non si tratta solo dei dispositivi – dalla televisione al tablet, dagli smartphone ai computer – ma anche delle diverse modalità con cui li si utilizza. Per esempio, è enorme la differenza tra un cartone animato guardato insieme a un adulto o in gruppo e un gioco digitale giocato da soli, davanti allo schermo, sia per ciò che riguarda la dimensione relazionale ed emotiva coinvolta, sia per le differenti modalità di attenzione e attivazione dei bambini e delle bambine. Bisogna poi considerare anche i contenuti scelti: un’app educativa progettata attentamente può stimolare la creatività e l’apprendimento, mentre contenuti casuali e poco curati possono risultare disorientanti o superficiali, e in alcuni casi apertamente dannosi.
A questi aspetti, si aggiungono la durata e la frequenza dell’esposizione, fattori che contribuiscono in modo sostanziale all’impatto complessivo che il digitale ha sul bambino, così come il grado di interattività. Un’esperienza passiva o ipostatica, come guardare un video, stimola dimensioni diverse rispetto a un’attività in cui il bambino è creativo, coinvolto nella manipolazione di contenuti e nella loro trasformazione. Infine, bisogna tenere in conto la funzione che l’uso del digitale riveste in quel momento: puro intrattenimento, dialogo, esplorazione, evasione. In tutte queste variabili si nasconde una gamma di sfumature da leggere con attenzione, evitando facili generalizzazioni.
Oltre all’uso diretto dei dispositivi, è oggi sempre più importante considerare la presenza digitale diffusa. I bambini e le bambine, fin dai primi mesi e anni di vita, vivono in ambienti in cui adulti e coetanei sono immersi nel digitale. Non solo vedono gli schermi accesi, ma osservano anche come gli adulti interagiscono con il digitale, quando rispondono alle notifiche, lavorano davanti ai computer, utilizzano i dispositivi per comunicare o distrarsi. Questa realtà permea gli spazi domestici e educativi, modellando implicitamente atteggiamenti e consuetudini.
Il ruolo degli adulti
È proprio in questo scenario che si gioca il ruolo fondamentale degli adulti, siano educatrici, insegnanti, genitori, referenti dei servizi per l’infanzia. Se i bambini e le bambine crescono in contesti dove le figure adulte sono consapevoli e critiche riguardo al digitale, capaci di mediare, di accompagnare e anche di offrire alternative concrete di esperienza – dalle attività in luoghi naturali al gioco tradizionale, dalle attività manuali alla narrazione condivisa – allora la relazione con il digitale potrà diventare equilibrata e non esclusiva, limitando la dimensione di rischio o la difficoltà della rinuncia.
Ma questa consapevolezza non è un dono acquisito spontaneamente. Richiede formazione, dialogo e lavoro di rete, per cui solo la collaborazione tra famiglie, servizi educativi e comunità può permettere di costruire un ambiente pedagogico in cui il digitale sia integrato in modo positivo.
La dimensione comunitaria appare come uno degli elementi chiave per rispondere alla complessità senza superficialità. Educatori che condividono dubbi e strategie, genitori che si confrontano, istituzioni che supportano con proposte formative, sono la sostanza di un approccio plurale, aperto e non isolato. Anche per il digitale le scelte degli adulti aiuteranno o complicheranno le traiettorie di vita dei bambini e delle bambine, esattamente come accade per ogni altra dimensione e azione educativa. Va però evitata la tentazione e la semplificazione che porta a colpevolizzare gli adulti, soprattutto i genitori, poiché l’obiettivo fondamentale è quello di accrescere il senso di responsabilità, permettendo agli adulti di modificare alcuni propri comportamenti che non ritengono problematici o non considerano importanti.
A partire dalle proprie possibilità di azione e dalle abitudini quotidiane, gli adulti possono tematizzare il digitale, senza considerarlo scontato e ovvio come un semplice strumento operativo o un passatempo. Come già accade per l’alimentazione, il modo di vestirsi, le azioni da compiere o da evitare, i luoghi da frequentare, le attività da svolgere, anche per il digitale è fondamentale la capacità di sviluppare con i bambini e le bambine strategie che possano orientare le azioni e considerare non solo l’immediato, ma anche il medio e lungo periodo.
Questo tipo di consapevolezza progressiva non può limitarsi alla definizione di regole e regolamenti, ma a renderli strategici per facilitare il senso di regolazione quotidiana, che permetta sia in famiglia sia nei servizi di identificare la tipologia di digitale che può essere più funzionale per le esigenze e le caratteristiche di un bambino specifico, in quali momenti e in che modo possa essere utilizzato, ma soprattutto con quali obiettivi sarà integrato nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina.
Per gli adulti è importante superare la percezione riempitiva o sussidiaria del digitale con l’infanzia 0-6, per distrarre, intrattenere, calmare, oppure per facilitare l’apprendimento e per permettere di fare sempre più cose. Appare viceversa strategico identificare e sperimentare modalità di utilizzo e di significazione del digitale che siano limitate, creative, attivanti e, soprattutto, situate e funzionali alle specifiche età. Ciò comporta la capacità di identificare e rendere praticabili alternative e complementarità rispetto al digitale, che risultino praticabili e adeguate al carattere, ai gusti, alle predisposizioni dei bambini e delle bambine, valutando sempre altri fattori quale lo spazio, il tempo, le relazioni, le attitudini.
Questi aspetti non sono teorici, ma molto pratici, e presuppongono riflessioni, confronti e una serie di scelte che gli adulti devono mettere in atto dai primi mesi di vita e mantenere per tutta l’infanzia, anche per abituare i bambini e le bambine a costruire e mantenere un rapporto coerente e sostenibile con il digitale per tutta la loro vita. Non si tratta di affidarsi a esperti o a specialisti, ma di sviluppare una capacità progettuale che sia sempre orientata all’apprendimento esperienziale, ma anche la capacità di confrontarsi con altri adulti, evitando la tentazione di fare da sé, che oggi non appare né sostenibile né strategica. Sperimentare insieme ad altri genitori o ad altri colleghi non aiuta solo a confrontarsi e a sostenersi, ma sviluppa in senso sociale un nuovo approccio al digitale, che permette di tradurre in modo concreto e situato nei propri contesti di vita la capacità di usarlo, gestirlo e trasformarlo in modo non autoreferenziale.
Naturalizzare il digitale
La naturalizzazione degli schermi, ovvero la loro accettazione come parte integrante e normale della quotidianità, è una prospettiva necessaria, ma da gestire con equilibrio. Non si può né ignorare né demonizzare il fatto che gli schermi sono ormai componenti costanti dei paesaggi infantili. Il punto è saperli inserire in modo armonico nelle routine quotidiane, creando un equilibrio sostenibile tra pochi momenti connessi, scelti in modo consapevole e in una dimensione collettiva, e molti momenti di attività nella realtà fisica, che permettano di sviluppare tutti i sensi e di stimolare gioco, creatività e dinamiche relazionali. Il concetto di naturale non è qui inteso in senso biologico o fisico, ma in una prospettiva sociale e culturale, che prevede l’adattamento a qualcosa che in origine era visto e vissuto come eccezionale o estraneo, ma che nel corso del tempo si rivela sempre più quotidiano e consueto.
La capacità di adattamento e il ruolo svolto dalla tecnologia per farlo è ciò che ha permesso agli esseri umani di sopravvivere nel corso dei millenni e di trasformare condizioni in apparenza ostili o problematiche in habitat adeguati e funzionali alle proprie esigenze. Pur senza scomodare la dimensione antropologica, le trasformazioni del digitale richiedono la capacità di saper convivere in modo consapevole e costruttivo con strumenti, azioni, dimensioni e valori che un tempo erano, o apparivano, differenti. Adattarsi non significa arrendersi o adeguarsi in modo passivo e acritico, ma viceversa comporta la capacità di saper leggere in modo non superficiale le trasformazioni in atto e di identificare quali azioni e procedure possono essere più sostenibili e strategiche rispetto all’infanzia. Ancora una volta, è un processo di addomesticamento del digitale, che prevede due movimenti chiave.
In primo luogo, prima di far utilizzare direttamente gli schermi ai bambini e alle bambine, è importante cogliere le logiche tipiche del digitale e renderle quotidiane come sperimentazione e attività nel mondo fisico e naturale che circonda i bambini e struttura la loro esperienza di vita nei primi anni. Si pensi alle dimensioni del pensiero computazionale e alla possibilità di apprenderle e sperimentarle in modo giocoso e istintivo, senza alcun bisogno di strumenti tecnologici. Oppure al piacere di creare una storia con materiali e stili differenti, da praticare e affinare prima ancora di utilizzare una qualsiasi app per il ritocco delle immagini o per la creazione di un video.
In secondo luogo, quando gradualmente i bambini e le bambine avranno a che fare con gli schermi e con le dinamiche tipiche del digitale, sarà importante sviluppare attività fisiche, ludiche e sociali che coinvolgano tutti i cinque sensi e che permettano di essere praticate al di fuori dagli schermi. È quindi necessario facilitare esperienze ludiche che permettano l’esplorazione, la fantasia, il coinvolgimento relazionale, creando situazioni di attivazione fisica, espressione creativa, sviluppo narrativo e utilizzo di materiali differenti.
In questo senso, un processo di naturalizzazione del digitale non deve mai prevedere lo schermo come punto di arrivo, ma sempre come spunto o passaggio temporaneo, che non risulti mai in competizione con la ricchezza e la bellezza delle opportunità presenti nel mondo fisico, in particolare per l’impatto emotivo e cognitivo sui bambini. Solo in questo modo per i bambini e le bambine tra 0-6 anni il digitale non rappresenterà un obiettivo o un valore assoluto in sé, ma sarà percepito come uno dei tanti elementi che caratterizzano lo spazio e il tempo in cui crescono, esattamente come accade per i vestiti, i cibi, i giocattoli, i luoghi in cui si vive.
Naturalizzare il digitale non è quindi un’azione immediata e semplice, ma un processo complesso e articolato, che prevede grande consapevolezza e determinazione, in primo luogo da parte di chi vive o lavora con i bambini e le bambine, ovvero gli adulti.
I bisogni dell’infanzia
In questa logica, è imprescindibile rispettare i bisogni fondamentali dell’infanzia: lo sviluppo sensoriale e motorio, la socialità, l’immaginazione, la scoperta attraverso il gioco corporeo e creativo. Il digitale deve integrarsi in questo quadro, non sovrapporsi o sostituirsi a esso. Per esempio, un’esperienza digitale può stimolare narrazioni collettive, essere accompagnata da giochi reali o incoraggiare modalità di esplorazione che coinvolgano l’ambiente fisico. In questo senso, educare significa progettare esperienze integrate, laddove la corporeità e la sensorialità hanno un valore insostituibile.
Il processo che porta ad addomesticare il digitale, tema che ho sviluppato nel mio libro omonimo del 2023, è un percorso in divenire che richiede flessibilità e sensibilità. Non si tratta di aderire passivamente a modelli precostituiti o di rincorrere le tendenze tecnologiche più in voga senza riflessione, ma di coltivare la capacità di leggere le trasformazioni in atto con uno sguardo critico e creativo. Ciò implica un lavoro costante di adeguamento delle pratiche educative: ci sono momenti in cui un certo approccio al digitale può rivelarsi funzionale, altri in cui è necessario privilegiare attività totalmente disconnesse, sempre calibrando le scelte in relazione alle esigenze evolutive dei bambini e delle bambine e considerando le specifiche necessità e caratteristiche di ciascun contesto di vita.
In tutto questo, la dimensione comunitaria non è solo utile, ma indispensabile. Nessun adulto, che sia un genitore o una professionista che lavora con l’infanzia, deve sentirsi isolato in questa sfida: servono reti di confronto, spazi di formazione e luoghi di dialogo per costruire insieme approcci condivisi, scambiarsi buone pratiche e riflettere sulle difficoltà. Questo aiuta a evitare che si creino sentimenti di impotenza, paure o posizioni radicali, e consente invece di sviluppare sempre maggiore competenza, non tanto tecnologica quanto piuttosto pedagogica, per accompagnare i bambini e le bambine con maggiore sicurezza e consapevolezza anche nel mondo digitale, esattamente come è sempre accaduto per ogni altra dimensione che caratterizza lo sviluppo infantile.
La posta in gioco è alta. La digitalizzazione della nostra società è una realtà che si intreccia sempre più con la vita quotidiana, influenzando non solo processi di apprendimento e socializzazione, ma anche la costruzione dell’identità e della comunità, la gestione delle emozioni, la percezione del tempo e dello spazio. Per questo, accogliere questa nuova realtà significa anche essere in grado di assumere responsabilità complesse, che coinvolgono educatori, genitori e decisori pubblici in un lavoro culturale profondo volto a costruire ambienti di crescita sani e consapevoli.
In sintesi, crescere oggi significa abitare questo territorio inedito, fatto di sfide e opportunità, in cui il digitale non è un destino obbligatorio, ma una dimensione da conoscere, abitare e, appunto, addomesticare insieme, con cura e rispetto. Gli adulti hanno un compito prezioso e delicato: non solo proteggere, ma anche aprire finestre sul futuro, accompagnando i bambini nella costruzione di un rapporto sano, creativo e consapevole con il mondo digitale che li circonda.
Essere flessibili, oltre i luoghi comuni
Assumere un atteggiamento flessibile, capace di superare le rigidità e la superficialità dei luoghi comuni, non significa adattarsi in modo passivo e arrendevole, ma piuttosto implica la capacità di adeguare e modificare continuamente non solo le pratiche di utilizzo, ma anche gli atteggiamenti rispetto al rapporto tra digitale e bambini. I processi di adattamento e di naturalizzazione digitale sottolineati in precedenza si confrontano con la costante accelerazione e trasformazione delle tecnologie, che rischia di far apparire tutto inutile e frustrante.
La flessibilità degli adulti comporta invece la consapevolezza che la dialettica tra la velocità dello sviluppo tecnologico e la gradualità delle capacità di adattamento delle persone sarà sempre sbilanciata. L’obiettivo non deve quindi essere quello di voler utilizzare sempre tutto o di ambire a comprendere immediatamente ogni cosa, presumendo ancora una volta che ci sia una postura giusta e una sbagliata. Piuttosto, è necessario sviluppare un atteggiamento di aggiornamento esperienziale e continuo, che permetta di operare nella vita quotidiana in modo da sperimentare azioni dinamiche, processi e occasioni, che aiutino gli adulti a verificare nella loro quotidianità i risultati e l’impatto di ciò che si fa con i bambini.
L’importanza della sperimentazione continua, ovviamente controllata e orientata verso obiettivi pedagogici, non appare in contraddizione con quanto affermato in precedenza rispetto alla necessità di trovare un equilibrio armonico tra schermi, tecnologie digitali e tutti gli altri elementi che ritmano e strutturano la crescita e lo sviluppo dei bambini e delle bambine. Al contrario, la logica dell’ibridazione tra la ricchezza dell’esperienza fisica e relazionale con le caratteristiche del digitale va agita in modo consapevole e non paritetico, ma facendo in modo che la dimensione pedagogica trasformi l’esperienza tecnologica, e non viceversa.
E domani?
Se quanto analizzato finora riguarda il passato più recente e il presente, appare necessario alzare ulteriormente lo sguardo verso l’immediato futuro, confrontandosi con ciò che si prefigura come la prossima grande sfida educativa, l’Intelligenza Artificiale (IA). Se oggi discutiamo di schermi e dispositivi digitali in senso tradizionale, il futuro che si delinea è caratterizzato dall’irrompere di strumenti più sofisticati e da logiche di coinvolgimento sempre più pervasive e apparentemente semplicissime, in grado di generare e modellare risposte personalizzate, stimolare nuove forme di interazione, anche con i bambini e le bambine nei primi anni di vita.
L’IA promette, o minaccia, di trasformare radicalmente le pratiche educative, offrendo nuove opportunità, ma anche ponendo quesiti etici e pedagogici di grande rilievo. Come si modifica il ruolo dell’adulto in un contesto in cui macchine intelligenti interagiscono con i più piccoli? Quali criteri devono guidare la progettazione di ambienti digitali per l’infanzia che siano rispettosi della sua unicità e dei suoi bisogni? Quali garanzie di trasparenza, privacy e sicurezza vanno previste?
Queste e molte altre domande saranno oggetto di approfondimento in un prossimo articolo dedicato proprio all’impatto crescente dell’intelligenza artificiale nella vita e nell’educazione dell’infanzia. Quel che possiamo dire sin d’ora è che la relazione tra bambino e tecnologia non è mai neutra; richiede continuamente adulti capaci di pensiero critico, cura e immaginazione, in grado di accompagnare l’esplorazione del nuovo con responsabilità e apertura alla complessità.
Per approfondire
Barassi V., I figli dell’algoritmo. Sorvegliati, tracciati e profilati dalla nascita, Roma, Luiss University Press, 2021.
Di Bari C., Media Education e tecnologie digitali al nido e alla scuola dell’infanzia, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2023.
Livingstone S., Blum-Ross A., Figli connessi. Come la tecnologia plasma la vita dei bambini, Trento, Erickson, 2022.
Marangi M., Addomesticare gli schermi. Il digitale a misura dell’infanzia 0-6, Brescia, Scholé, 2023.
Mascheroni G., Siibak A., Datafied Childhoods. Data, Practices and Imaginaries in Children’s Lives, New York, Peter Lang, 2021.
Raffaghelli J.E., Restiglian E., Scarcelli M. (a cura di), La cultura dell’infanzia nell’era postdigitale. Tra conoscenze delle famiglie e professionalità educativa, Lecce, Pensa Multimedia, 2024.
Letizia Luini, assegnista di ricerca di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Greta Persico, ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.