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Incontroluce

Zigzagando tra arte, scienza, teatro e poesia

Sara Ghioldi
Artista, attrice e regista

Abstract

“Incontroluce” racconta di una serie di progetti zigzaganti tra arte, teatro e scienza condotti da Sara Ghioldi nelle scuole dell’infanzia, dove il motore d’innesco narrativo è il tema dell’Ombra come Doppio del bambino. Esperienza percettiva estremamente interessante, l’ombra stimola, soprattutto nel bambino, sia gli apprendimenti scientifici, sia quelli immaginativi. È curioso e stupefacente osservare un bambino alle prese con la propria ombra, con una metafora di realtà che non fotocopia il reale, ma lo ripulisce dallo stereotipo, lo astrae e lo rende poetico. Il gioco teatrale e il lavoro sul corpo in relazione all’ombra offrono alfabeti espressivi particolarmente adatti alle esigenze dei bimbi che, come dei Peter Pan, sradicato dalla propria ombra, la rincorrono per scoprirla e scoprirsi.

Parole chiave

Ombra, luce, scienze, doppio, identità

Contatti

sara.ghioldi@gmail.com

Le fotografie a corredo dell’articolo sono state scattate nella scuola dell’infanzia Aldo Moro di Mozzate (Co)

Mi piacciono le ombre. Mi piacciono in terza posizione: prima i gatti, poi i libri, terze le ombre”. Così scrivevo nel mio diario di bambina. Devo dire che la classifica è rimasta immutata nel tempo. Sono, e sono sempre stata, una cacciatrice di ombre e se, in queste mie righe, forse non vi parlerò di gatti e di libri, forse, sarà della Cenerentola del mio elenco bambino che cercherò di raccontarvi. Prima, tuttavia, è doveroso un tributo; c’è un mentore, come potrebbe non esserci, per le mie passioni: mio nonno. Con lui giocavo, prima di dormire, a fare le ombre sul muro. Facevamo ombre di uccelli con le mani e nelle sere d’inverno, in una stanza fredda, migravamo insieme, lontano. Mio nonno, che si chiamava Ercole, fu per me un mentore immaginale e quello che, inconsciamente, ho cercato di riproporre nella mia via a contatto con l’infanzia è stato quell’apprendistato all’immaginazione creatrice, quell’orientamento a una visione altra e salvifica, per cui gli sarò sempre ri-conoscente. Mi occupo di arte e teatro da più di trent’anni, entrando nelle classi, prevalentemente della scuola dell’infanzia e della scuola primaria, durante le ore curricolari. 

Qui incontro bambine e bambini attrezzando dei percorsi zigzaganti tra arte, teatro, visioni e poesia. Una volta, in balia di un fortissimo mal di schiena, che non mi garantiva la vivacità del corpo in relazione, ho dovuto utilizzare come mediatore di me stessa un burattino. Zanderigo è un coccodrillo di cartapesta che ho costruito più di trent’anni fa. Faccio sempre fare a Zanderigo la figura del fifone e chiedo ai bambini, prima di presentarlo, di far finta di non esserci, di sparire, altrimenti lui si spaventa. L’escamotage mi consente, attraverso il ribaltamento e l’innesto di una pausa, di avvicinare non solo quei bambini che hanno effettivamente timore o paura di un nuovo incontro, ma anche quelli che, presi dall’entusiasmo, sarebbero sopraffatti dall’eccitazione. Dunque, chiedo ai bambini di far finta di non esserci, e loro, col puntiglio giocato che solo l’infanzia pratica, si impegnano. Qualche volta qualcuno si è raggomitolato su sé stesso e, chiuso in posizione fetale, si è coperto gli occhi con le mani, altri hanno messo la testa tra le gambe incrociate. “Se non lo guardiamo non ci vede” sembravano dire i loro corpi. L’attesa era densa e rispettosa. Con la paura, fosse anche quella di un coccodrillo (di cartapesta), a quell’età non si scherza! Solo una bambina ha sfidato il silenzio, si è alzata ed è venuta verso di me mentre cercavo di calzare la mano nel buratto e mi ha detto: “Non riesco a sparire, la mia ombra non vuole andare via”. Le ho detto che, se le andava, poteva fingersi una statua. Ha accolto l’idea ed è rientrata nel gioco. La materia della pietra o del marmo aveva evidentemente fugato la paura dell’indissolubilità dell’ombra o, almeno, così ho pensato all’inizio. Tuttavia, ripensandoci a giochi fermi, la cosa che mi colpì in quell’episodio fu che la bambina mi fece chiaramente capire che, tra lei e la sua ombra si era stabilito un dialogo. La bambina, infatti, non aveva detto “la mia ombra non va via”, ma “non vuole andare via”. C’era stato un invito all’altro da sé ad allontanarsi, ma questo aveva disubbidito, perturbando a tal punto il gioco della bambina da spingerla a chiedermi un’alternativa di senso. In ogni tempo e in culture molto differenti si ritrovano storie e inneschi narrativi molto simili alle vicissitudini di questa bambina e della sua ombra. Nella cultura occidentale, le credenze sull’ombra vengono prima o poi inquadrate dai rapporti più o meno sperimentati e scientifici tra sorgenti di luce, corpi opachi e schermi. Una concezione più vivace dell’ombra, come oggetto dotato di vita a sé stante, sembra invece accompagnare alcune credenze in certe culture non occidentali e nella letteratura fantastica. Peter Pan in fuga perde l’ombra, che resta chiusa nella finestra; la signora Darling la arrotola e la ripone in un cassetto, ma, a parte i deliziosi tentativi di Wendy di ricucirla, a Peter, il senz’ombra, sarà per sempre preclusa la crescita. Crescere è una proprietà che accomuna i bambini e le ombre. Far crescere la mia ombra è il primo atto giocato del laboratorio sul mondo delle ombre ‒ tra scienza, arte e teatro ‒ che propongo da diversi anni nelle scuole dell’infanzia. In realtà, i percorsi che propongo hanno sempre una parte propedeutica dove cerco di osservare i singoli e il gruppo e dove metto a fuoco, per meglio programmare poi, con il disegnar narrando e la teatralità, le pre-conoscenze. A scuola non sempre ho a disposizione il sole o un giardino praticabile, dunque mi attrezzo con un faro teatrale, meglio se con luce puntiforme. Come ho detto, bambini hanno avuto modo di conoscermi negli incontri propedeutici, quindi non hanno nessun problema ad attendere che allestisca l’aula o il salone. Sanno che sto apparecchiando qualcosa per loro, e allora prendo il faro e, con la dovuta cautela e facendo le doverose raccomandazioni, traffico per accenderlo: nella veridicità del gesto accade che la mia ombra si stagli sul muro. Io proseguo imperterrita le manovre sistemando faro e cavo elettrico, dando la schiena al muro, allontanandomi e avvicinandomi alla fonte luminosa, forzando una perfezione di locazione e borbottando tra me e me. La mia ombra, nel frattempo, diventa gigante, si rimpicciolisce doppiandomi e imitandomi. I bambini, dapprima stupiti, in breve tempo urlano e ridono di questa buffa scena che è già teatro. A questo punto, proprio un attimo prima che loro si alzino, mi fermo e chiedo ai bambini cosa li ha resi così curiosi/furiosi. “Hai l’ombra”, mi dicono, o meglio, mi gridano. Io allora mi giro, mi inchino e saluto il mio altro da me lì sul muro. Sto giocando il mio doppio. Non mento: teatralizzo. Certo che io dell’ombra e della sua proiezione so tutto o quasi, ma salutandola quale altro da me non solo le attribuisco totalmente la forza di Doppio, ma specificamente di mio doppio. L’immagine del loro doppio è tutta da scoprire e indagare e il loro percorso da ricercare. Sono io che a questo punto devo provare a sparire. Da qui in poi e per un buon tempo, si scatena una festa, una ridda selvaggia, uno sperimentare chiassoso, un riconoscersi lì piatti sul muro, giganti o piccini, pieni di potere ed esaltazione. Poi, come sempre, i bambini chiedono o organizzano di più. Fanno piani, escogitano strategie, vogliono un momento tutto loro, privato, per capire, riflettere, crescere. L’osservazione più dettagliata si impone, c’è una relazione a due da scoprire o riscoprire. L’atto di rappresentazione resta sospeso – non incarnato – ma visibile e come tale più facilmente predisposto a dialogare con il piano meno tangibile di sé. Se quella sul muro sono io, io come sono? Una volta, in una sezione dell’infanzia del Parco Trotter di Milano, durante questo momento così intimo per i bambini, si verificò un “riconoscimento” che non avrei mai previsto. Una bambina di origine nigeriana ‒ ricordo ancora il bel nome: Melinda ‒ raggiunse una compagna con una costellazione di lentiggini alla Pippi Calzelunghe, mentre guardava la propria ombra sul muro. Quando Melinda vide la propria ombra affiancata a quella della compagna con i tratti somatici così dissimili dai propri, ci fu un momento di sospensione, poi la bambina si girò e mi chiese: ma
© Scuola dell’infanzia Casa del Bambino, Ferrara

Ludovico Ariosto

allora tutti i bambini del mondo hanno l’ombra nera? Un simile Uguale-a-me e insieme Altro-da-me costringe il bambino a speculare attorno a più di un paradosso. Quando un bambino vuole conoscere qualcosa lo afferra, ancor prima lo succhia e lo manipola: prendere per apprendere, ma l’ombra sfugge a questa oggettività conoscitiva. Questa inconsistenza, questa mancanza che è ben oltre il bidimensionale, inevitabilmente sposta l’attenzione e non solo nel bambino. È proprio qui che la ricerca si fa pura. Ogni nozione si annulla, il campo si svuota, si libera. La tela è bianca come il muro. Vedersi, neri, grigi o forse blu, sul muro. Potersi osservare ripuliti dagli stereotipi (i vestiti, il genere, le provenienze) porta i bambini a porsi domande davvero qualitative su chi sono. L’investigazione diventa gioco attivo e la sperimentazione davanti al faro sa osare desideri, proiezioni e speculazioni. Nascono così trame e narrazioni di sé che contengono iperboli fantastiche, a volte sovradimensionate, spassosissime, aggressive, inglobanti. Posso far entrare la mia ombra nella tua ombra e sparire, e tu adulto puoi diventare più piccolo di me. Io (piccolo) posso al contrario inghiottire la tua ombra e far sparire il tuo doppio. Posso dare pugni e schiaffi d’ombra, che non fanno male, oppure avere un unico corpo con i miei amici (ci fondiamo e confondiamo). e avere otto braccia per far paura a chi ci sfida. Il tema della sovrapposizione delle ombre, oltre a quello della prospettiva elastica, è davvero avvincente per i bambini, soprattutto se si lavora in un gruppo o in una classe. Fondersi con l’ombra dei compagni e costruire insieme proiezioni magari anche mostruose va ben oltre la coesione: è fusione, è innamoramento e certe volte sfida contro il mondo adulto. Le ombre sono quasi sempre impavide. Non sono io a dirlo, ma un bambino di 5 anni, invece una bambina di 4 le definì impalpabili e un’altra bambina di 4 anni enunciò che la causa del rimpicciolirsi e ingrandirsi dell’ombra era… l’angolo. Intuizioni certamente, ma anche distillati di sapere appena agito, crogioli di conoscenza. Poi arriva il momento di spegnere il faro e la domanda nasce sempre spontanea: dove sono andate le ombre? Naturalmente ai bambini non sfugge il rapporto di causa-effetto, ma si sa: l’evidenza non esclude l’ulteriore sperimentazione se questa è divertente e magari fa accedere a piani di conoscenza ancora più articolati e stratificati. È in questo momento che emerge la forza del doppio da sé. Le ombre vanno in giro da sole (vanno al cimitero, al supermercato, scappano da casa). Ogni desiderio di autonomia, di trasgressione e ogni curiosità è affidata all’ombra esploratrice. E noi si torna in classe, la settimana dopo, e l’ombra è tornata. Porto allora con me una valigia con dentro di tutto. Forbici, martello, chiodi, Pongo, sacchetti e buste di tutte le fogge e dimensioni, spilli, spatole, nastro adesivo, reti, stoffe, ecc… e chiedo ai bambini se si può catturare un’ombra. Ho assistito negli anni a sperimentazioni davvero articolate che andavano ben oltre l’utilizzo degli invitanti oggetti della mia valigia. Tentativi di aspirare l’ombra con l’aspirapolvere della scuola e conseguente smontaggio della medesima per verificare la riuscita dell’impresa e recuperare un’ombra impolverata. Bambine trasportate sulle spalle dai compagni all’ombra di una palma, in un laboratorio di ombre sulla sabbia nell’isola di Zanzibar, dove ombra si dice kiwuli. Trappole costruite ad arte con esche studiate: la caramella tirata dal filo, come ben mostra la sequenza nelle foto. È straordinario vedere i bambini così immersi nella ricerca, senza fratture o personalismi. Le fasi di gioco non hanno nulla da invidiare ai laboratori di ricerca più avanzati: l’ipotesi, lanciata da un singolo bambino, viene immediatamente accolta dal gruppo, che pianifica una strategia ed eventualmente amplia o articola la proposta del compagno senza sopraffarla. Segue il collettivo reperimento dei materiali, l’allestimento dell’esperimento, l’attuazione e la verifica. È un team che lavora, una bottega del Rinascimento in fermento. Non c’è pausa, scontro, ma tensione nella sperimentazione condivisa, densità di pensiero verso lo stesso obiettivo. Siamo qui di fronte a un “bambino epistemologico che costruisce il suo edificio conoscitivo” attraverso le “domande non banali” e che non si accontenta di rispondere alle domande iniziali, ma si pone nuovi obiettivi e cerca altri traguardi. In qualche modo, avere una parte attiva nel gioco con l’ombra o osservare l’altro suscita la medesima dose di stupore. Quest’oscillazione – tra attività e pausa – questi giochi d’altalena tra l’avere le “mani in pasta” e allontanarsi dall’opera per osservarla non sono altro che le danze dell’artista davanti alla tela.

Ma nonostante tutto, l’ombra, fedele alla sua missione, sfugge. Succede spesso, allora, che i bambini decidano di passare al piano della rappresentazione e inizino, come si pensa fece Plinio, loro diretto antenato, a contornare l’ombra, a dipingerla con la tempera o a ritagliarla. A questo punto, posso provare con loro più strade. Possiamo contornare le ombre di tutti per meglio affrancare lo schema corporeo, o passare all’osservazione delle ombre del mondo per “catturarle”. Se c’è il sole sicuramente una parte è dedicata alle differenti osservazioni che l’open door porta con sé. L’ombra sul prato è una nuova avventura, è spazio calpestabile che si modifica, dove il tempo diventa luogo. L’io sull’erba è già poesia. Ormai lo sguardo è aperto, attento, direzionato. Posso forzare la teatralità allestendo uno schermo/telo, amplificando così il gioco tradizionale dei travestimenti con l’ombra, laddove la prospettiva elastica, che ormai i bambini padroneggiano, diventa ulteriore elemento di racconto e dove la magia del teatro fa scattare altri piani di ricerca, altri sodalizi e differenti socializzazioni. Da qui lascio i giochi aperti a ulteriori approfondimenti in sezione coi docenti. Nel frattempo, mi metto a “catturare” l’ombra di alcuni oggetti comuni sul cartoncino nero o grigio fumo e, spostando la fonte luminosa, produco una o più silhouette. Tali forme con la loro ambiguità ‒ dove la percezione incontra l’arricchimento fantastico ‒ aprono la strada al gioco, tanto caro ai bambini, delle “ombre cinesi”. Ma prima di dismettere il rigore scientifico i bambini cercano e provano gli abbinamenti tra gli oggetti e le silhouette, verificano posizioni, inclinazioni e proiezioni e, in un men che non si dica, mi chiedono di spostare il faro. “E il sole? Il buio? Le nuvole?” Le domande incalzano. Andiamo fuori, controlliamo. Allestiamo un nuovo esperimento. Creiamo il color ombra. Catturiamo l’ombra di un albero. “Maestra, il contorno delle foglie danza: è una discoteca di luci. Maestra l’ombra si è spostata. Forza, forza, fermiamola… sediamoci tutti sopra… Ma cosa fa il sole spinge? Maestra, lo so che non è un’ombra, ma la mia immagine nel cucchiaio è capovolta!” Come già scriveva Sergio Spaggiari nell’introduzione al bellissimo libro Tutti hanno un’ombra meno le formiche: “Il lavoro con l’ombra chiama l’esperto o l’insegnante a strutturare l’esperienza educativa soprattutto durante e non solo ante, il suo evolversi”. L’ombra offre dunque straordinarie opportunità educative e formative e le numerose variabili che entrano in gioco alimentano quel bisogno di fare e di sperimentare che è presente in ogni bambino. Il linguaggio integrato (tra arte, scienza, teatro e poesia) che l’ombra ci obbliga a utilizzare costruisce un dialogo ricco di scambi, un’interazione profonda anche tra docente e discente, un allenamento all’essere nel qui e ora dell’esperienza. Una presenza educativa che fa dell’adulto che sta al gioco, come ci insegna Loris Malaguzzi, “il testimone del valore e del prestigio dell’amicizia e dell’intelligenza avventurosa che i bambini e le ombre stanno insieme tentando”.

Ioanna Palaiologou, University of Bristol, UK.

Jacky Tyrie, Swansea University, UK.

Elisabetta Biffi, professoressa di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

Chiara Carla Montà, ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.

BIBLIOGRAFIA

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Stoichita V.I., Breve storia dell’ombra, Milano, Il Saggiatore, 2000.

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