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Le parole dell’educazione

Inclusione (e integrazione)

Renzo Vianello – Docente di Psicologia dello sviluppo e di Disabilità cognitive, Università di Padova

Se cerchiamo il significato del termine inclusione utilizzando internet, possiamo rimanere disorientati.

Consideriamo le definizioni “da dizionario”. Secondo la Treccani abbiamo quanto segue: “Inclusione (dal latino inclusio-onis). L’atto, il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto (spesso contrapposto a esclu sione): inclusione di un nome nella graduatoria dei vincitori; in frasi negative: la non inclusione di certe clausole nel contratto ha suscitato molto malumore”. Diverse sono le definizioni negli scritti riguardanti gli allievi con bisogni educativi speciali. L’inclusione di un individuo in famiglia, scuola e società comporta/richiede/ necessita (l’aggiunta di queste parole è elemento critico) una modificazione sostanziale della “struttura ospitante” o del “contesto” (ad esempio la scuola).

Questa discrepanza di significati attribuiti al termine inclusione spiega perché. se chiediamo a persone “non addette ai lavori” se secondo loro è meglio usare il termine integrazione o inclusione quando ci riferiamo all’inserimento di allievi con disabilità nella scuola, in grande maggioranza affermano che è preferibile integrazione “perché integrazione significa cambiamento reciproco, mentre inclusione significa che si colloca qualcuno da qualche parte”.

Questo è coerente con la definizione di integrazione fornita nei dizionari. Se cerchiamo la traduzione del termine “integratio”, troviamo “accrescimento” o “rinnovamento”. Integrazione viene definita con frasi del tipo “che completa”, “fusione etnica e razziale all’interno di una società”, “cooperazione fra vari Stati” ecc. Come spiegare questa discrepanza? Mi si permetta un riferimento personale.

Nel 1992 venni invitato a tenere una relazione a Londra (27th and 28th January 1992. The Royal Society of Medicine, Forum on Mental Retardation, London). In quell’occasione (26 anni fa) usai la parola “integration” nel riferirmi alla problematica italiana. Durante il pranzo il collega Peter Mittler mi fece notare che in inglese si preferiva il termine “inclusion”; “integration” equivale a un collocamento in classe senza cambiamenti della stessa classe. Presi atto del fatto che la parola latina “integratio” aveva perso in inglese il suo significato originale e nelle occasioni successive in cui dovetti fare relazioni in inglese (e fino al 1996 furono numerose, in quanto in quegli anni fui anche Presidente della European Association for Special Education) utilizzai il termine “inclusion” al posto di “integration”. Poiché in italiano questa perdita di significato non era avvenuta, continuai a usare integrazione… finché non si diffuse anche in italiano l’uso del termine inclusione. Con la differenza, rispetto all’inglese, che il termine integrazione in italiano poteva essere utilizzato con il significato di “integrazione reciproca”, cioè con accomodamento sia dell’individuo che del contesto. Il termine inclusione, quindi, sembrerebbe non aggiungere nulla (ma vedi avanti) che non sia già presente nel termine integrazione (da più di trenta anni in vari scritti ho anche io sottolineato che l’integrazione scolastica comporta una ristrutturazione radicale della scuola, dato che l’allievo con disabilità deve restare in classe, dove dovrebbe venire privilegiato un insegnamento differenziato e cooperativo ecc.).

Ma non è così. Per “gli addetti ai lavori” i due termini si riferiscono di fatto a due campi semantici diversi, cioè comunicano qualcosa di diverso (con parte del significato in comune).

Risulta opportuno utilizzare il temine inclusione (meglio ancora l’aggettivo, come in “società inclusiva”) quando ci si vuole riferire ai cambiamenti del contesto (famiglia, scuola, società, ambiente di lavoro ecc.) affinché le persone con bisogni educativi speciali possano essere non escluse (incluso è proprio il contrario di escluso).

Si usa invece il termine integrazione o in senso generale o quando si vogliono evidenziare i complementari cambiamenti del contesto e della persona al fine di pervenire a una buona integrazione (appunto).

In definitiva in italiano è legittimo sia utilizzare l’inglesismo “inclusione” che il termine “integrazione”. Con l’avvertenza che si tratta di due termini spesso non intercambiabili, nel senso che veicolano significati diversi.

PER APPROFONDIRE

Per approfondire

• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio

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