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In bilico nella relazione con le famiglie
Educatrici e educatori dei servizi per l’infanzia nella relazione con le figure familiari
Emanuela Bertocchi
Responsabile Area Infanzia e coordinatrice servizi educativi, La Fenice SCS-Onlus, Albino (Bg)
Parole chiave
Confini, educatrici, famiglie, fatica, relazione
Contatti manu_bertocchi@hotmail.com
“I DIRITTI DI PARTECIPAZIONE SONO DIRITTI DI LIBERTÀ: RICONOSCERLI ALL’INFANZIA SIGNIFICA RICONOSCERE LA LIBERTÀ DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE ED È SU QUESTO RICONOSCIMENTO CHE IL MONDO ADULTO VIENE SFIDATO
PREMESSA
“Cala la natalità, mentre si è elevata l’età media in cui si fa il primo figlio. In un mondo dove i bambini sono sempre di meno, spesso il figlio è il primo bambino con cui i nuovi genitori si trovano in relazione, e poiché, soprattutto nelle grandi città, si sono allentate le relazioni con le generazioni più anziane, i genitori, sempre più soli, si affidano a fonti di informazione molto varie, talvolta non fondate pedagogicamente e spesso contraddittorie. Non è sempre facile per gli educatori tenere vivo il dialogo, mantenere un atteggiamento empatico, spiegare senza impazienza, non manifestare fastidio perché non si condividono comportamenti e abitudini o perché ci si sente poco riconosciuti. La pluralità dei contesti familiari chiede una grande attenzione, sensibilità, sospensione dei propri pregiudizi, capacità di ascolto autentico, disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze” (MI, 2022, p. 21). Il documento Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, di cui si è riportato un breve estratto, esplicita la complessità della relazione con le famiglie, sottolinea quanto il ruolo dei professionisti dell’educazione non sia facile né il dialogo scontato. L’impressione, rispetto a quanto osserviamo nei servizi che gestiamo quotidianamente nella nostra cooperativa, è che oggi tale ruolo porti con sé fatiche maggiori rispetto al passato e, in particolare, rispetto alla relazione con le famiglie. È innanzitutto opportuno concettualizzare la relazione nei contesti educativi come “una relazione triadica, nella quale bambino, famiglia e educatori costituiscono tre soggetti distinti, che mai si fondono ne confondono tra loro, benché in una relazione reciproca e dinamica, generativa di apprendimento per ciascuno dei tre, nella quale tuttavia l’asimmetria persiste e pone necessariamente la responsabilità di tale relazione nelle mani di chi è professionista della relazione” (Luciano, 2023, p. 69-70). Nella gestione di questa asimmetria si evidenziano le fatiche delle educatrici, le quali molto spesso si sentono inadeguate e impreparate a instaurare soprattutto la relazione con genitori che sono sempre più esigenti e informati sulle tematiche educative e che, a volte, arrivano a mettere in discussione l’agire educativo proprio dei professionisti dei servizi. Per questo riteniamo importante divenire consapevoli e prenderci cura delle fatiche vissute oggi dai professionisti dell’educazione nelle interazioni quotidiane con le famiglie, al fine di provare ad assumere una nuova logica, pedagogicamente connotata, e una diversa forma mentis capace di dare consistenza a un nuovo modo di intendere e interpretare la relazione tra famiglia e servizi educativi, tra educatrici/ educatori e genitori (Altamura e Lopez, 2020)
LA FATICA DEL CONFRONTO
Oggi la gestione delle relazioni sembra costituire un impegno più complesso per chi lavora nei servizi educativi accanto ai bambini e alle famiglie, perché con maggior frequenza gli adulti familiari portano domande difficili o scomode, di fronte alle quali gli educatori non sempre si sentono preparati e che, talora, vivono come poco pertinenti o addirittura non legittime. Se ciò accade, tuttavia, è anche perché le famiglie riconoscono ormai i servizi per l’infanzia come luoghi autenticamente educativi, individuandoli come significativi punti di riferimento nel loro impegno di crescita ed educazione dei bambini. Se negli anni Settanta in Italia le famiglie che si rivolgevano ai servizi educativi avevano per lo più un bisogno di custodia dei bambini e di buoni standard qualitativi in ambito igienico e a livello di cura da parte delle educatrici e degli educatori, oggi gli adulti familiari sentono sempre più la necessità di trovare luoghi buoni che sappiano favorire la crescita e il benessere dei propri figli e che siano una risposta ai bisogni di socialità e di gioco condiviso dei bambini, ma anche di ascolto e confronto per sé, e quindi di supporto e sostegno al proprio ruolo genitoriale (Guerra e Luciano, 2013). Dal nostro osservatorio sembra ci siano, negli ultimi anni più che in passato, delle educatrici disorientate dal fatto che alcune delle nuove famiglie che incontrano all’interno dei servizi arrivano molto più informate rispetto alle tematiche educative, seppur con delle idee a volte infondate dal punto di vista scientifico, ma estremamente fragili nella gestione della quotidianità con i propri figli.
Può capitare, per esempio, che alcuni genitori segnalino alle educatrici delle incongruità e pongano domande specifiche rispetto al progetto educativo del servizio e, al contempo, mostrino grandi fragilità nell’assumersi la responsabilità di adulti che decidono per i propri figli nella gestione di ruotine quotidiane. Le educatrici vivono, in tal senso, la fatica di una duplice e contrastante richiesta da parte di alcune famiglie. Se, da un lato, il bisogno dei genitori sembra essere quello di comprendere meglio le teorie dell’educazione, insieme a obiettivi e significati delle prassi e dei progetti educativi, dall’altro lato il loro bisogno sembra quello di delegare ai professionisti le azioni educative e quelle di cura più basilari. Alla luce della nostra esperienza vi sono, per esempio, alcuni temi ricorrenti che mostrano tale ambivalenza. Rispetto alle regole, un argomento spesso discusso in équipe è ben riportato attraverso le parole di un’educatrice: “È corretto intervenire se, durante il ricongiungimento, un bambino lancia un gioco verso un compagno e la mamma osserva e non fa nulla?”. In questo caso il genitore è presente e l’educatrice si aspetta che un adulto familiare responsabile prenda posizione rispetto al bambino e intervenga compiendo una scelta educativa. “L’adulto non interviene ed io educatrice? Spetta a me intervenire?”. La fatica, in questo caso, è quella di comprendere il punto di vista dell’altro adulto, di assumere il proprio, di far dialogare le due posizioni. L’educatrice è rimasta bloccata, almeno per un attimo, dall’atteggiamento dell’adulto familiare e questa è la fatica che ha bisogno di condividere con l’équipe educativa. L’educatrice ha la necessità di trovare in altri adulti, professionisti come lei, delle certezze che ha per il ruolo che ricopre, ma che sono state messe in crisi dalla reazione di chi, dal suo punto di vista, doveva essere il primo a esercitare la propria responsabilità. Il confronto con i colleghi – finalizzato non tanto a definire chi ha torto o ragione bensì a comprendere il contesto in cui tale episodio è avvenuto, il proprio ruolo e quello del genitore, il progetto di relazione con le famiglie e quello dell’accoglienza e del ricongiungimento – aiuta a comprendere, senza giudizi, quale sia la via perseguibile, non giusta a priori ma fondata perché condivisa e coerente con la progettazione pedagogica del servizio. Anche il rispetto delle regole sanitarie è un tema che ricorre ciclicamente nei momenti di équipe dei servizi, interrogando e affaticando gli educatori e le educatrici. La difficoltà, in questo caso, è legata alla gestione dell’allontanamento di bambini che, appena arrivati al nido, manifestano chiari sintomi di malessere fisico oppure alla necessità di ricordare alle figure familiari le regole ritenute condivise dai bambini che al contempo rispondano sia ai bisogni del singolo bambino sia del gruppo di bambini accolti nel servizio. Questo è un altro esempio della flessibilità richiesta al professionista dell’educazione, che non ha un ruolo sanitario ma, anche sui temi della salute e della malattia delle bambine e dei bambini, è chiamato a stare in un dialogo aperto e franco con gli adulti familiari. Queste tematiche sollecitano gli educatori a una costante riflessione sul proprio ruolo e a fare i conti con le quotidiane fatiche che vivono nel confronto con i genitori, dai quali si sentono talora delegittimati, talora iper responsabilizzati verso le azioni di cura dei loro figli.
LA FATICA NELLA GESTIONE DI LUOGHI E TEMPI DELL’AGIRE EDUCATIVO
I confini sono un tema di interesse quando ci si occupa di professionalità degli educatori nella relazione con le famiglie. Il confine è il limite di un territorio, di un terreno. Il confine diventa la linea all’interno della quale agire l’azione educativa con e per le famiglie. Ci sono alcuni temi che, più di altri, sollecitano una riflessione rispetto a quali possono essere dei confini utili alla costruzione di relazioni significative e di qualità. Uno fra questi è la dimensione comunicativa. La comunicazione odierna, fatta di tempi sempre più veloci, ha portato alla necessità di avere risposte immediate ai nostri bisogni e questa modalità si attiva anche all’interno dei contesti educativi. Da una parte le famiglie si aspettano risposte tempestive alle loro richieste, dall’altra le educatrici sentono la fatica di rispondere prontamente alle famiglie per sentirsi efficaci all’interno della relazione con loro. È cambiata anche la modalità di porgere le richieste: spesso sono inviate tramite messaggi whatsapp, a volte anche molto lunghi e articolati, ricevuti dalle educatrici mentre sono impegnate nel lavoro con i bambini. In alcuni casi non si tratta di semplici messaggi funzionali all’organizzazione quotidiana del servizio bensì di messaggi che portano alla luce questioni più profonde, legate al senso pedagogico dell’agire educativo. Educatori e educatrici si trovano così di fronte a mes – saggi rispetto ai quali sentono l’urgenza di rispondere, proprio nel solco della comunicazione veloce in cui tutti siamo immersi, e la mancanza di una risposta immediata genera nei profes – sionisti dell’educazione una per – cezione di inadeguatezza e inef – ficacia all’interno della relazione con le famiglie. Di fronte a ciò, ancora una volta, il confronto nell’équipe aiuta a esplicitare, in uno spazio contenuto e protetto, le fatiche e le frustrazioni dell’e – ducare, ma garantisce anche la condivisione di obiettivi, tempi e modi della comunicazione con le famiglie. Un’altra dimensione che affatica i professionisti dell’educazione coinvolti nella relazione con le famiglie è quella relativa alla vi – cinanza/distanza. Per esempio, nell’ambito di un’équipe di co – ordinamento una educatrice ha posto ai colleghi e alle colleghe la seguente domanda: “È opportuno che un’educatrice abbracci una mamma?”. L’educatrice ha voluto sollecitare una riflessione rispetto a una presa di posizio – ne del servizio sull’opportunità o meno di un abbraccio nella rela – zione tra educatrice e genitore. Quanta fatica a tenere un’equa distanza dalle famiglie a parti – re dalla definizione del termine “equa”! Alcune famiglie hanno bisogno di portare le educatrici “all’interno delle proprie case”, seppur in senso metaforico, e questo per le educatrici vuol dire ascoltare narrazioni a volte difficili e non direttamente connesse con gli aspetti educativi con cui si aspetterebbero di aver a che fare all’interno del servizio. La difficoltà dell’ascolto si unisce al senso d’impotenza che alcune situazioni provocano nei profes – sionisti. E, ancora una volta, na – scono domande rispetto a quale confine stabilire.
Una comunicazione efficace con le famiglie necessita di tempi e luoghi ben definiti: contesti predisposti per accogliere, per ascoltare attivamente, senza pregiudizi e senza fretta. Ma come farlo in un mondo in cui l’attesa può essere percepita come mancanza di attenzione? Più che rispondere in modo univoco a quanto sopra riportato, è importante una riflessione rispetto a quali confini ci diamo prima di restituire delle risposte ai problemi posti dalle famiglie. Potrebbe essere interessante vedere la questione in termini di mediazione tra tempo dell’immediato e tempo del pensiero. Nel tempo dell’immediato è necessario dare risposte che tengano aperto il dialogo, che mostrino vicinanza ma che rimandino al bisogno di trovare un tempo adeguato che consenta di dare sufficiente spazio all’approfondimento del problema in una logica di attenzione e corresponsabilità. Ma è altrettanto fondamentale un tempo che si può definire “del pensiero”. Un tempo di pensiero del singolo che aiuti a non rispondere in maniera immediata rischiando una risposta attivata dalle emozioni che il messaggio suscita ma anche un tempo “del pensiero” che permetta una riflessione come servizio. Il “tempo del pensiero” in équipe consente una riflessione condivisa sul tema della relazione con le famiglie e, in particolare, di tutti quei momenti di relazione che portano con sé delle fatiche nel costruire risposte adeguate. Proprio l’équipe è il luogo all’interno del quale la domanda e il dubbio portati dal singolo vengono socializzati con colleghe e colleghi e questo permette di riflettere allargando lo sguardo e ampliando i punti di vista al fine di comprendere meglio la richiesta, prefigurandosi risposte possibili che non saranno definite a priori, ma portate alla luce e co-costruite attraverso il dialogo autentico con la famiglia che si avrà di fronte. Sarà così necessario uno spazio all’interno del quale poter costruire un contesto adeguato ad accogliere le famiglie che sollecitano la nostra attenzione.
CONCLUSIONI
Sostenere le competenze dei professionisti dei servizi per l’infanzia può generare benessere tra tutti i soggetti coinvolti nella triade relazionale: figure familiari, bambini e bambine, educatrici/educatori. Non dobbiamo infatti dimenticarci che anche le educatrici e gli educatori sono a loro volta immersi nello stesso contesto sociale e culturale che vivono le famiglie. Le fatiche del lavoro educativo vanno ascoltate e riconosciute all’interno dell’équipe da parte del coordinatore, che monitora e supporta i singoli nel lavoro quotidiano e il gruppo in itinere durante l’anno educativo. Sostenere significa anche affrontare insieme situazioni particolarmente difficili cosicché, quando la situazione lo richiede, insieme all’équipe e/o alle educatrici e agli educatori si possano decidere interventi in accordo con le famiglie, sia nell’ottica di sostegno al singolo educatore sia nell’ottica di riconoscimento dei significati del progetto del servizio educativo e del ruolo. Accompagnare le figure educative dei servizi per l’infanzia significa accogliere i loro punti di vista, le emozioni e le fatiche, nonché tenere il dialogo aperto al fine di co-costruire la progettazione educativa con gli educatori proprio come con le famiglie si mantiene il dialogo aperto per co-educare i bambini. Se pensiamo al benessere e all’accoglienza delle famiglie nei servizi educativi non possiamo prescindere dal pensare al benessere di chi vi lavora e di chi quotidianamente le famiglie le accoglie. Dare anche ai professionisti dei tempi e dei luoghi in cui raccontarsi e narrare le fatiche è fondamentale per preservare contesti educativi che consentano di evolvere in qualità in un mondo in costante cambiamento. Sostenere l’équipe in questa direzione è necessario se vogliamo garantirci la possibilità di ascoltare autenticamente le famiglie per accogliere i loro punti di vista e attivare un dialogo costruttivo a favore di quell’alleanza educativa a cui tutti teniamo.
1 Legge 205/2017, commi 594-601, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020.
2 Al momento della scrittura del presente articolo, l’implementazione della legge è in fase di attuazione e i decreti attuativi non sono stati emanati.
1 Il problem posing fu teorizzato da Freire in Pedagogia degli oppressi (1968), dove lo contrapponeva al modello educativo della banking education secondo la quale chi impara è un vaso da riempire più che un soggetto capace di spirito critico e di problematizzazione.
2 Polo infanzia Merlino (Medesano), nido d’infanzia intercomunale La Rondine (Comuni di Felino e Sala Baganza), nido d’infanzia Magico Mondo (Comune di Colorno), nido d’infanzia La Tana (Comune di Borgo Val di Taro), nido d’infanzia Bellentani (Comune di Bedonia); nido-scuola Otello Sarzi e scuola dell’infanzia Claudel (Comune di Reggio Emilia)
Nicoletta Ferri, ricercatrice e docente di Pedagogia del corpo, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
BIBLIOGRAFIA
Altamura A., Lopez A.G., Varcare la soglia. La comunicazione tra servizi educativi e famiglie, in “Rivista Italiana di Educazione Familiare”, n. 2, 2020, pp. 399-413.
Guerra M., Luciano E., La relazione tra servizi educativi per l’infanzia e le famiglie, in “Gift”, n. 19, 2013, pp. 32-37.
Luciano E., “Le relazioni con bambine, bambini e adulti familiari nello 0-6”, in Monica Guerra e Elena Luciano (a cura di), Accanto a bambine e bambini. Questioni e prospettive per educare nello 0-6, Reggio Emilia, Edizioni Junior, 2023, pp. 65-78.
Ministero dell’Istruzione, Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l’infanzia, 2022.
L’educazione è un dipanarsi di momenti, spesso molto simili gli uni agli altri, eppure tutti straordinari. Come una luce che entra all’improvviso, o un colore che cambia le cose, sospendendo spazio e tempo e mostrando tutto in un’altra prospettiva. Non serve molto, se non uno sguardo continuamente aperto a cogliere il divenire e a introdurre piccole variabili che evidenzino nuove possibilità. Che poi è moltissimo.