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Il valore dell’appello

Quando il nome diventa identità

Chiara Olmi Educatrice professionale e counselor famigliare, 0-6 Valsecchi Marta Locatelli Pedagogista e counselor famigliare, 0-6 Valsecchi

Abstract Raccontare nel dettaglio l’importanza dell’appello sin dai primi anni di nido pone le basi per immaginare che in un contesto educativo 0-6 esiste una continua ricerca di valorizzazione dell’identità di ogni individuo, fin dal suo primo affacciarsi al mondo e alla complessità della vita comune. Il rito dell’appello contribuisce anche a costruire un profondo senso di appartenenza al gruppo. Le bambine e i bambini non sono soli, ma parte di un “noi”, un piccolo mondo fatto di relazioni, sguardi e voci che vengono valorizzate e messe al centro. Parole chiave Chiamare, valorizzare, appartenere, conoscere e riconoscere Contatti olmi.chiara@gmail.com martalocatelli@operasantalessandro.it UN NOME, UN DONO “Troppo spesso i nostri nomi si riducono a nomi comuni, quelli necessari agli usi comuni, per i quali uno vale l’altro: piatto, letto, tavola… Ma quando un nome proprio diventa un nome comune smette di vivere” (D’Avenia, 2024, p. 22) Ci sono almeno due cose fondamentali nella vita che riceviamo senza averle potute scegliere: venire al mondo e il nome che ci viene dato alla nascita. Entrambe segnano profondamente la nostra esistenza. Nascere è il primo atto, misterioso e straordinario, che ci introduce alla vita; il nome, invece, è il primo segno che ci distingue, che ci identifica agli occhi degli altri e, spesso, ci accompagna per sempre. Il nome è il primo riconoscimento simbolico dell’individuo all’interno di una comunità e rimarrà uno dei segni più intimi dell’identità personale. Un’identità che non nasce dal nulla ma che è sempre il risultato di un intreccio tra ciò che ci è dato e ciò che scegliamo di essere. Siamo, fin dall’inizio, figli di un dono e di una parola altrui. Interessante ricordare come gli articoli 7 e 8 della Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la Legge n. 176 del 1989, ci aiutano a mettere in luce aspetti che danno un valore immenso al nome di ogni storia di vita che incontriamo nel nostro cammino professionale. In particolare, l’articolo 7 dice: “Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”. L’articolo 8 continua dicendo che: “Gli Stati parti si impegnano a rispettare il diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari, così come riconosciute dalla legge, senza ingerenze illegali.

Se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati parti devono concedergli adeguata assistenza e protezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile”1. Alla luce di tutte queste riflessioni, nel servizio 0-6 che abitiamo come professioniste scegliamo, da ormai una decina di anni, di curare un momento di confronto con i genitori dei bambini e delle bambine che terminano al nido il tempo di ambientamento. Portiamo al centro del nostro dibattito condiviso, che negli anni è diventato un rituale, proprio il tema della scelta del nome: dare un nome a un figlio, a una figlia, è un atto poetico che contiene un mondo di significati, richiami e memorie, una serie di aspettative e sogni. In questo momento assembleare un genitore narra il perché della scelta, ricerca con le educatrici e gli educatori, se ancora non lo conosce, l’origine e il significato del nome e crea un segno che accompagnerà il cammino educativo 0-6 del proprio bambino o della propria bambina. Il segno prodotto è una cartolina dove i genitori vengono invitati a mettere per iscritto il perché della scelta del nome e il significato. Questa creazione diventa parte di un archivio di storie di apprendimento e immagini che documenteranno il percorso 0-6 anni di ogni bambino e bambina, un archivio scritto a più mani dalla famiglia, dagli operatori del servizio e dai bambini e bambine che con diversi linguaggi potranno dire costantemente di sé. L’APPELLO DA 0 A 6 ANNI Ogni mattina nel nostro servizio 0-6, composto da cinque sezioni di nido, una sezione primavera e quattro sezioni di scuola dell’infanzia, ci sediamo in cerchio al termine del tempo di accoglienza e viviamo, con tutti i bambini e le bambine, un appello che permette che ogni nome “venga pronunciato come si deve” (D’Avenia, 2024, p. 37). È un piccolo gesto, apparentemente semplice, ma con una potente valenza educativa legata a un’idea di contesto capace di valorizzare ogni soggetto presente. Un’azione che si ripete dai primi mesi di nido fino agli ultimi mesi di scuola dell’infanzia, arrivando a preparare un terreno fertile che possa garantire a ognuno dei bambini e delle bambine presenti di iniziare bene le giornate colme di esperienze che modellano il divenire e rinforzano il proprio esserci (Mortari, 2025). L’appello è immaginato come un rituale che scandisce l’inizio della giornata, che dà forma al tempo e allo spazio del gruppo e che, ogni giorno, permette di ricominciare guardandosi negli occhi, favorendo una comunicazione non solo verbale ma anche corporea. La progettazione di questi momenti segue in maniera curata la gradualità dello sviluppo di ogni gruppo e fascia d’età e viene spesso vissuta nei progetti d’interstanza tra nido, primavera e infanzia come un’esperienza molto concreta di trasversalità tra 0 e 6 anni. Un’esperienza colma di profondi elementi comuni legati soprattutto alla centralità di ogni bambino e bambina e all’ascolto autentico delle loro voci (Luciano, 2014). L’appello nel nido e nella sezione primavera Nelle sezioni del nido e nella sezione primavera l’appello inizia con la creazione di un cerchio, insieme alle educatrici e agli educatori seduti tra i bambini e le bambine. Apre questo momente e al cuore, nutrendo il bisogno fondamentale di ogni individuo di essere riconosciuto. Come educatrici e educatori ogni giorno assistiamo con meraviglia a questo processo: bambine e bambini che iniziano a comprendere chi sono, che costruiscono lentamente e con crescente consapevolezza la

propria identità personale e sociale. Ci esercitiamo a diventare adulti che provano a mettersi costantemente in una postura osservativa, capace di cogliere dettagli e di rimettere costantemente in questione le storie che incontriamo (Formenti, 2024). Nella scelta di dare valore al momento dell’appello in ogni sezione rileggiamo un’opportunità che permette al contesto educativo di diventare una realtà capace di facilitare il pieno fiorire di ogni soggetto nella sua umanità (Mortari, 2025). Un gesto che costruisce appartenenza Il pannello dell’appello si trasforma in uno specchio del gruppo. Ogni foto aggiunta completa il mosaico, rende visibile la presenza, racconta chi siamo oggi. Le bambine e i bambini osservano, contano, notano chi manca. Anche l’assenza ha un posto nel nostro cerchio e viene nominata, accolta, ricordata: “Oggi Franco non c’è. Gli mandiamo un pensiero”. Questo semplice gesto trasmette empatia, cura, responsabilità affettiva. Il rito dell’appello contribuisce così a costruire un senso di appartenenza. Le bambine e i bambini non sono soli, ma parte di un “noi”, un piccolo mondo fatto di relazioni, sguardi, voci. Ogni giorno, attraverso questo gesto ripetuto, si rafforza il legame con il gruppo e con le figure di riferimento. Il cerchio dell’appello diventa uno spazio affettivo e simbolico in cui sentirsi al sicuro per poi esplorare il mondo. Nelle classi della scuola dell’infanzia Negli anni della scuola dell’infanzia il circle time del mattino, che inizia proprio con l’appello, rappresenta per il nostro servizio un tassello fondante dell’idea di progettazione partecipata con i bambini e le bambine, che proviamo a vivere nelle nostre sezioni. Una pratica che si può arrivare a definire democratica, in cui anche il più piccolo contribuisce al processo di decisione collettiva (Luciano, 2014). Nella cura dell’appello intercettiamo, anche nella fascia 3-6 anni, una grande opportunità di messa in circolo di storie che prendono forme diverse ogni giorno e che pongono gli adulti presenti in una posizione di ascolto vera, che permette alle parole dei più piccoli di vivere. Nelle classi eterogenee della scuola dell’infanzia tutti i bambini e le bambine vengono invitati a dire della propria presenza portando al centro del cerchio non solo il proprio nome, ma anche le proprie idee e riflessioni dinanzi a domande aperte poste dalle insegnanti, da educatrici e educatori del nostro contesto.

 

Dalle voci dei bambini e delle bambine nascono i progetti che trovano forma dentro e fuori le nostre aule e che possono essere a tutti gli effetti vissuti dai piccoli come esperienze autentiche, che danno ancora più opportunità di ricerca di significato del proprio esserci, del proprio esistere e del proprio stare in relazione con tutti i componenti di un gruppo. Il cerchio e l’appello pongono le basi per spronare ognuno dei presenti a trovare uno spazio per dire di sé e per accorgersi degli altri

RITUALITÀ: STABILITÀ CHE RASSICURA, RIPETIZIONE CHE DÀ SENSO

Alla luce delle narrazioni appena condivise sottolineiamo che la ritualità, in un sistema 0-6, è fondamentale. I riti quotidiani danno forma al tempo, lo rendono prevedibile, abitabile. In un’età in cui tutto è nuovo e in continuo cambiamento, il rito offre stabilità, orientamento, significato. Ripetere un gesto ogni giorno non è mai noioso per una bambina o un bambino: è rassicurante, è un ancoraggio affettivo e cognitivo. Il momento dell’appello e del cerchio rientrano a pieno titolo in questi riti significativi. Non si tratta solo di una routine funzionale, ma di un’esperienza relazionale e simbolica che contribuisce alla crescita emotiva e sociale delle bambine e dei bambini. Maria Montessori, in più parti del libro La scoperta del bambino (2022) arriva a definire i rituali quotidiani come possibilità di interiorizzare ordine, sicurezza e autonomia. La ritualità nei contesti educativi diventa elemento strutturante della vita affettiva dei bambini e delle bambine: i rituali aiutano a gestire l’ansia, a costruire una visione coerente del mondo, a sentirsi parte di una narrazione condivisa. In questo senso, l’appello è molto più di una routine: è un’esperienza emotiva e simbolica che sostiene lo sviluppo di ogni bambino e bambina e che dona senso alla costruzione costante di relazioni educative di valore.

https://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/2020-03/convenzione_sui_diritti_dellinfanzia_e_delladolescenza.pdf (Ultima consultazione

21-8-2025).

BIBLIOGRAFIA
D’Avenia A., L’appello, Milano, Mondadori, 2024. Mortari L., A scuola, l’arte di educare, Milano-Udine, Mimesis, 2025. Luciano E., “Il bambino sono io. Forme di partecipazione nelle tessere di un mosaico”, in A. Clarck, P. Moss, Ascoltare i bambini, L’approccio a mosaico, Parma, Edizioni Junior, 2014. Formenti L. (a cura di), Le regole della bellezza, pedagogia sistemica in azione, FrancoAngeli, Milano, 2024. Montessori M. (a cura di), La scoperta del bambino, Milano, Garzanti, 2022.

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