DA ALTROVE
a cura di Elena Luciano
Il gioco autentico
L’esperienza cinese di Anji play
Tang Wenwen e Chiara Sità
Sulle colline della provincia di Zhejiang, nella Cina orientale, ogni mattina centinaia di bambini e bambine della scuola dell’infanzia si ritrovano in ampi cortili pieni di materiali aperti: scale a pioli, barili, assi, grandi contenitori, corde, pneumatici. Si arrampicano, costruiscono, mantengono l’equilibrio, cadono, ridono. Nessuno dice loro cosa fare. Gli insegnanti stanno in disparte, osservando attentamente ma in silenzio, lasciando che siano i bambini a guidare il gioco. Più tardi, i bambini guarderanno le registrazioni e le tracce delle loro attività e rifletteranno insieme, pianificando i passi successivi.
Questa è un’immagine di Anji Play, una filosofia e una pratica che è diventata famosa in tutto il mondo come “gioco autentico”. I suoi valori fondamentali — amore, rischio, gioia, impegno, riflessione — esprimono una fiducia semplice ma radicale: che bambine e bambini possono e devono essere gli autori dei propri giochi e del proprio apprendimento.
Visto dall’estero, Anji Play sfida i cliché sull’educazione cinese, considerata scolastica e incentrata sulla disciplina, offrendo una visione dell’infanzia centrata sulla libertà, il rischio e l’autonomia. Per chi si occupa di educazione 0-6 in Italia, più che un modello è un invito a ricordare che il gioco è lo spazio di crescita di bambine e bambini.
LA FILOSOFIA DEL GIOCO AUTENTICO
Anji Play è nato oltre vent’anni fa nella contea di Anji, sotto la guida di Cheng Xueqin, una coordinatrice di servizi per l’infanzia. La sua domanda era semplice ma pregnante: cosa succede quando ai bambini vengono dati tempo, spazio e libertà di giocare, senza l’interferenza degli adulti?
Da questa domanda è nato un intero ecosistema di pratiche. Gli insegnanti hanno predisposto ambienti ricchi di materiali, volutamente privi di istruzioni. I bambini hanno costruito i propri mondi di gioco, spesso dall’aspetto pericoloso, ma sempre pieni di possibilità di creare e inventare. Gli adulti hanno fatto un passo indietro, allenandosi a osservare piuttosto che a intervenire. Il gioco è stato registrato, non per controllare i bambini ma per dare loro gli strumenti per riflettere e condividere.
Anji Play si basa su cinque principi guida:
Amore: fiducia nel bambino, rispetto per le sue scelte, accettazione delle sue difficoltà;
Rischio: riconoscere che cadere, fallire e osare sono essenziali per la crescita;
Gioia: la profonda soddisfazione della scoperta autonoma;
Coinvolgimento: immersione, concentrazione e perseveranza nel gioco;
Riflessione: i bambini rivisitano e interpretano le proprie esperienze.
Insieme, questi principi formano una pedagogia che è allo stesso tempo unicamente cinese e universalmente umana.
PRATICHE IN AZIONE
Alla scuola dell’infanzia della Capital Normal University di Pechino, che accoglie bambini dai 2 ai 5 anni, è possibile incontrare un oggetto diffuso nelle case cinesi: un contenitore da 5 litri per l’acqua, di plastica trasparente, con il tappo rosso. Questi serbatoi, in grande numero, sono diventati nel contesto scolastico la base galleggiante per piccole barche guidate dai bambini. “I bambini volevano navigare e insieme abbiamo cercato un modo per costruire delle barche”, ci racconta un’insegnante, introducendo un processo durato diverse settimane, che ha visto l’intensa partecipazione quotidiana di diversi gruppi di bambini e bambine in tutte le fasi: scambio di idee, domande e dubbi; tentativi di simulare il galleggiamento; ricerca di materiali, che ha coinvolto insegnanti e famiglie; varo in una piscina all’aperto; fallimento e ricostruzione del modello; nuovo tentativo riuscito e rilancio: “E se costruissimo una barca che può andare anche sulla terraferma?”.
I progetti guidati dai bambini, con facilitatori adulti curiosi e fiduciosi, basati sull’interazione con tutti i tipi di materiali, consentono di sperimentare l’immaginazione, il lavoro di squadra, il rischio, l’avventura e l’impegno. Ciò avviene attraverso geometrie variabili di lavoro: individuale, in piccoli e grandi gruppi, con gli adulti, in cui bambini e figure educative riflettono su un obiettivo comune e imparano insieme, in tempi distesi in cui esercitare l’immaginazione, la narrazione, la tecnica, il pensiero condiviso e l’arte, senza obiettivi di apprendimento predefiniti e senza compartimentare linguaggi e conoscenze.
Gli Ambienti e il Ruolo dell’Adulto
Il cuore di Anji Play risiede nei suoi ambienti. A differenza degli spazi con strutture fisse, i cortili Anji sono pieni di materiali grandi, semplici e mobili: assi di legno, barili, scale, corde, pneumatici, materiali che richiedono cooperazione e strategia per essere maneggiati in sicurezza. Con questi, i bambini progettano le loro torri di arrampicata, percorsi a ostacoli e ponti. La scena può sembrare caotica e non priva di pericoli, ma il processo è fatto di logica, negoziazione e inventiva.
Gli insegnanti non dirigono la situazione ma osservano attentamente, prendono appunti, scattano foto o girano video. Intervengono solo in casi di estremo pericolo, nutrendo fiducia nei bambini rispetto a risoluzione di conflitti, valutazione dei rischi, ricerca di soluzioni. Questo richiede coraggio e formazione: non aiutare, non correggere, ma credere nelle capacità personali e collettive dei bambini.
Riflessione e Coinvolgimento delle Famiglie
Dopo il gioco, arriva il momento della riflessione. I bambini guardano le registrazioni del loro gioco, raccontano cosa hanno fatto, discutono di come si sono sentiti e riflettono su cosa potrebbero cambiare. Questo passo metacognitivo trasforma il gioco in ricerca, i bambini in ricercatori.
Anche i genitori fanno parte del sistema, non senza asperità. In una cultura in cui la preparazione scolastica prevale sul gioco, i genitori di Anji erano inizialmente scettici, spesso allarmati. Attraverso open day, workshop e discussioni hanno progressivamente imparato che il gioco rischioso non è incoscienza ma apprendimento ricco, educazione al coraggio e alla resilienza.
IL RISCHIO COME RISORSA INDISPENSABILE
Quando un bambino si arrampica in alto, si mantiene in equilibrio su una trave o si avventura su una struttura instabile, sta imparando a valutare il pericolo, a fidarsi del proprio corpo e a superare la paura.
Questa ridefinizione del rischio collega il movimento fisico alla crescita emotiva e sociale. Bambine e bambini imparano la cooperazione quando si tengono in equilibrio insieme, la responsabilità quando costruiscono per gli altri e la resilienza quando cadono e riprovano. Anji Play li dota delle competenze necessarie per affrontare con fiducia le incertezze. Per i lettori italiani, questa enfasi sul rischio può richiamare alla mente il contrasto tra norme di sicurezza e possibilità di esperienza di gioco libero e avventuroso. Analogamente a diverse esperienze di educazione all’aperto, Anji dimostra che un’accettazione responsabile del rischio trasforma profondamente le comunità educative.
DIALOGO E RICONOSCIMENTO INTERNAZIONALE
Anji Play ha le sue radici nello Zhejiang, ma è oggetto di attenzione mondiale. Nel 2020, il World Economic Forum lo ha incluso nel suo rapporto “Scuole del futuro” riconoscendolo come una delle 16 principali innovazioni educative a livello mondiale. Professioniste e professionisti provenienti da Stati Uniti, Danimarca, Regno Unito e Italia hanno visitato Anji, ne hanno studiato le pratiche e, in alcuni casi, le hanno adattate al proprio contesto di provenienza.
Ciò che affascina molti è il contrasto con gli stereotipi diffusi. Il mondo spesso associa la scuola cinese al conformismo e alla pressione degli esami. Anji Play stravolge questa immagine, mostrando una Cina in trasformazione, che crede nella libertà, nell’immaginazione e nell’autonomia di bambine e bambini. Questa fiducia ha trasformato i servizi per l’infanzia locali e ispirato politiche nazionali. Per altri Paesi, è un promemoria del fatto che i luoghi dell’educazione sono spazi in cui le voci, i corpi e l’immaginazione di bambini e bambine sono vivi e dove, attraverso il gioco, si manifestano il coraggio, la creatività e una saggezza che ridefinisce il modo in cui vediamo il mondo.
Elena Luciano, professoressa associata di Pedagogia generale e sociale, Dipartimento Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Tang Wenwen, ricercatore accademico, College of Preschool Education, Capital Normal University, Beijing.
Chiara Sità, Professoressa associata di Pedagogia generale e sociale, Dipartimento di Scienze Umane, Università di Verona.