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SGUARDI
IN-COMPRENSIONI
Il filo teso
Daniela Mainetti, Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini
Il profumo di cera e detersivo al limone mi avvolge mentre varco la soglia del mio nido. Si chiama “Arcobaleno”, ma oggi c’è un freddo che intirizzisce e di luce non c’è traccia. È già novembre, gli ambientamenti sono pressoché terminati e quindi, in teoria, dovrebbe andare tutto liscio. Ma questo novembre, per me, si porta dietro il peso di dodici mesi di assenza, un’assenza fatta di quell’odore inconfondibile di latte e talco che ancora sento sulla pelle, che a tratti mi commuove e a tratti mi nausea.
Sono Alessandra, educatrice e mamma di Marco, lo strillatore, come lo chiamo io. Oggi torno al nido, ma mi sembra di muovermi come una figurina di cartone, rigida e un po’ fuori sincrono. Tutto in apparenza sembra come l’ho lasciato. Il profumo di caffè che viene dall’ufficio, il cestino con gli odiati calzari di plastica azzurri, vicino all’entrata. Faccio un bel respiro ed entro in saletta. Le mie colleghe, Laura e Sara, sono già lì. Mi accolgono con sorrisi tirati, e intuisco subito che qualcosa è cambiato, e non solo in me. Qualcosa? Beh, quasi tutto.
La saletta non sembra più la stessa. È più colorata e caotica di come me la ricordavo. A cosa è dovuto questo cambio? Rita, la coordinatrice, ha introdotto in sala anche Chiara, che mi ha sostituita in maternità e ora condividerà con me il part-time. Non la conosco. Come sarà? L’ansia di questa prima importante separazione da mio figlio si mescola con un altro tipo di ansia: quella di non essere più all’altezza, di aver perso quel ritmo, di non riconoscere più il mio ambiente, di dover trovare una nuova sintonia con la nuova collega e con quelle che nuove non sono ma che non riconosco più fino in fondo.
Pazienza, c’è solo da iniziare mi dico. Peccato che sia un inizio col botto.
L’incontro con Corrado
Il primo colloquio con i genitori nuovi, quello di pre-ambientamento, è sempre stato uno dei miei momenti preferiti. Gli ambientamenti sono finiti, ma è arrivato Leo, ora, in extremis. Laura e Sara mi propongono di fare il colloquio con il suo papà assieme a Chiara. Ci accordiamo sul fatto che lo conduca io. Lei però non sembra molto convinta. “Va bene”, mi dice un po’ seccata.
“Piacere, Corrado”, ci dice freddamente il papà di Leo. È un papà single, sulla quarantina, ben vestito, due occhi scuri che controllano dappertutto e sembrano notare la nostra libreria sbeccata, la credenza che avevamo recuperato in discarica e ridipinto, ma che non è venuta un granché. Lo faccio accomodare, gli offro un caffè, che rifiuta, dell’acqua, che rifiuta, un sorriso, che non vede.
“Sono qui per Leo”, ci dice, con voce calma ma ferma. “Mi aspetto un ambiente curato, stimolante, ma anche sicuro. E soprattutto, mi aspetto trasparenza. Non voglio sorprese”. Annuisco, cercando di mantenere il mio sorriso professionale, e poi, timidamente, chiedo: “Quali sorprese?”.
“Scoprire che non siete così attente come dite. Che lo fate piangere. Che lo lasciate col muco che cola e il pannolino sporco per troppo tempo. Non ho esperienza di nido. Ma mi sono molto informato e pare che i problemi siano questi”.
“Si figuri, noi…”. E così ho cercato di sciorinare tutto lo scibile di cui sono capace. Ho tentato di rassicurarlo, di spiegare il nostro approccio, il valore della cura, della scoperta, del gioco libero, dei materiali destrutturati. Ho parlato dell’importanza dell’osservazione, della fiducia che si crea a piccoli passi nell’ambientamento, del rispetto dei ritmi individuali. Lui ascolta, annuendo ogni tanto, ma le sue dita impazienti, che picchietta ogni tanto sulla scrivania dicono: “Non sono convinto”. Ho provato anche la carta del “Capisco la sua preoccupazione, sono diventata anche io mamma da poco”, ma senza sortire nessun effetto.
“Posso chiedere l’età e il titolo di studio suo e delle sue colleghe?”, dice, spiazzando me e Chiara, che però sorride entusiasta: “Ventitré anni, e un pozzo di energia!”.
“Beh, qualcuna di noi è più giovane e qualcuna lavora qui da molti anni, ma le assicuro che siamo tutte professioniste con il titolo adeguato per lavorare al nido, altrimenti non potremmo essere qui”. Si alza, mi dà la mano, quella di Chiara sembra non vederla. “A presto, aspettiamo Leo”, diciamo quasi in coro.
Nuove energie e vecchi dubbi
Non condivido nulla del colloquio con Chiara, ancora non la conosco e non so come la possa prendere, mi sembra troppo ingenua e incline al pettegolezzo. È appena uscita dall’università e ha un entusiasmo che fa venire l’emicrania. È stata assunta mentre io ero in maternità, e a mano a mano che la conosco capisco che è lei che ha rivoluzionato la sezione. Ogni giorno ha una nuova idea, un nuovo progetto, un nuovo materiale da introdurre. “Dobbiamo stimolare la creatività dei bambini!”, ripete spesso, io guardo Laura e Sara in cerca di complicità ma non capisco cosa ne pensano. Certo, loro hanno avuto modo e tempo per conoscerla, ma io, sarà che non ho più quell’energia, proprio, non la reggo.
L’altro giorno, in sala riunioni, mentre discutevamo il programma della settimana, ha proposto di trasformare la tana in una “foresta sensoriale” con rami secchi, foglie, e perfino una piccola fontana zen a ricircolo d’acqua. “Chiara”, ho osato dire, “è bellissimo, ma molti mettono ancora tutto in bocca. E la fontana… non rischiamo che si bagnino o peggio?”.
Lei mi ha guardato con quella sua aria da chi sa di saperne molto più di me. “Alessandra, è tutta una questione di vigilanza e di educazione al rischio. Dobbiamo sfidare i loro sensi, non possiamo sempre limitarci. Le ultime ricerche pedagogiche…”. Ho interrotto il contatto visivo, sentendomi per la prima volta la vecchia educatrice che non capisce i tempi moderni. Non sono riuscita a controbattere. Sarà per colpa dello strillatore, ma ora mi sento esausta, altroché innovazione pedagogica.
L’incidente delle noci
Passa il tempo, e conosciamo Leo, il figlio di Corrado. È un bambino adorabile. Silenzioso, osservatore, e con una passione per i travasi. I suoi contenitori preferiti sono i vasetti di yogurt che recuperiamo dalla cucina. Chiara, nel suo intento di stimolare, ha introdotto un cesto di noci e pignette. L’idea era buona, permettere nuove possibilità di travaso. Finché Leo, in un attimo in cui eravamo girate, ha messo in bocca una noce tutta intera.
Per fortuna me ne sono accorta, ma per farlo sputare ho dovuto introdurgli il dito in bocca, lui ha iniziato a piangere e suo padre Corrado è arrivato in quel preciso istante, per il ricongiungimento. Ha visto Leo in lacrime, Chiara che cercava di consolarlo con un tono quasi troppo allegro per la situazione, vasetti di yogurt e noci tutto intorno. Lo sguardo di Corrado si è fatto subito duro.
“Che è successo?”
Chiara ha cercato di spiegare, con la sua solita prosopopea teorica: “Stava sperimentando con tutti i sensi, Corrado. L’ha messa in bocca, perché il guscio di una noce è ruvido e interessante…”.
Corrado la interrompe. “Interessante? L’ha messa in bocca? Io vedo solo che mio figlio è qui che piange per un gioco totalmente stupido, con del materiale inadeguato e si stava per strozzare!”.
Mi è venuto il sangue al cervello. Ho guardato Chiara, implorandola con gli occhi di non rispondere, di lasciarmi intervenire. Ma lei, con la sua sicurezza incrollabile, ha continuato: “Papà, non preoccuparti. Va tutto bene. I materiali naturali come le noci permettono una maggiore libertà creativa, stimolano il pensiero divergente e attraverso il loro uso i bambini sperimentano…”.
Corrado ha scosso la testa. “Voglio un parere scientifico, non teorie astratte. Le ricerche pedagogiche che lei cita sono davvero applicabili a un bambino di un anno e mezzo? E valgono di più della sua sicurezza e della sua incolumità? Non mi sembra affatto vada tutto bene”.
Ho sentito le orecchie bruciarmi. Mi sono avvicinata, cercando di riportare la calma. “Corrado, capisco la sua preoccupazione, ha ragione. Abbiamo tolto le noci più piccole, ma si vede che Leo voleva proprio assaggiarne una… Era troppo grande perché la ingoiasse, ma certamente le toglieremo, proponendo materiali più voluminosi”, ho detto a lui, per dirlo anche a Chiara.
Concludendo
Corrado e Leo escono. Arrivano gli altri genitori, raccontiamo come è andata la giornata. Chiara pone l’enfasi sui travasi, io glisso e parlo di quanto hanno mangiato e dormito. Quando sono usciti tutti mettiamo a posto la saletta. Chiara mi dice “Che esagerato, eh?!”, ma io non ho voglia di dirle che l’esagerata forse è lei. Mi sento solo di essere un’equilibrista che cammina su un filo teso.
Sarà poi utile per il supervisore creare spazi di confronto con il coordinatore e con un educatore storico del servizio, e identificare gli strumenti per attivare nell’équipe di osservazione le occasioni di verifica e autovalutazione a più voci (ad esempio visiva, testuale e orale). È prevista anche l’organizzazione di percorsi di supervisione per tutti gli educatori per favorire la valorizzazione dei talenti e delle differenze di ciascuno e di ciascuna, ma anche per offrire un supporto per ridurre il rischio di burnout ed esaurimento emotivo dei professionisti che lavorano con il disagio e con le fragilità (Penny, 2024). Infine è bene prevedere tempi e spazi di accoglienza del personale nuovo (pratica di benvenuto e momenti di onboarding) per includere e rendere noto fin dal principio gli stili e le visioni educative della struttura educativa o dell’istituto. La supervisione pedagogica, quindi, è ritenuta rilevante anche per le nuove forme di organizzazione didattica improntate sulla partecipazione, sull’apertura e sull’autodeterminazione, poiché potrebbe portare a interessanti innovazioni in senso inclusivo (Dal Zovo e Farinella, 2022).
Daniela Mainetti,
consulente pedagogica e formatrice.
Elisabetta Marazzi e Alessia Todeschini,
pedagogiste e formatrici.
Per approfondire
Boudry C., Delbarre L., Spelen met schaduw en licht (Giocare con luci e ombre), in “Kindertijd”, 17, 2025, pp. 16-17.
Areljung S., Kelly-Ware J., Navigating the risky terrain of children’s working theories, in “Early Years”, 37(4), 2016, pp. 370-385.
Vygotskij L.S., Pensiero e Linguaggio, Firenze, Giunti, 2010.