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DIRITTI DI BAMBINE E BAMBINI
a cura di Elisabetta Biffi e Chiara Carla Montà
Il diritto di essere presi sul serio sin dall’infanzia
Elisabetta Biffi
Nei suoi studi sulla violenza contro l’infanzia, Alice Miller sottolineava come la prima forma di prevenzione contro ogni forma di violenza – subita o agita – fosse poter fare l’esperienza, sin dall’infanzia, di essere trattati con rispetto e serietà: bambine e bambini vanno presi sul serio (Miller, 1987). Questa è una questione fondamentalmente educativa.
Lo riprendeva anche Maria Grazia Riva, in un suo testo dal significativo titolo L’abuso educativo: “Se un bambino è stato rispettato e non violato avrà dentro di sé, come sapere proprio ed intimo, le risorse per rispettare e non violare gli altri e il proprio ambiente, sociale e fisico” (Riva, 1993, p. 45). Aver interiorizzato l’esperienza del rispetto, del riconoscimento e ascolto, inteso esattamente come un essere presi sul serio, costruisce delle risorse interiori fondamentali, le quali consentono di sviluppare la capacità di comprendere i propri e altrui limiti, e di riconoscere la legittimità del proprio e dell’altrui essere, qualunque forma possa assumere. In termini preventivi, prima di tutto, rispetto al divenire vittima: se cresco sentendo che è legittimo ciò che provo, che il mio corpo può e deve essere trattato con rispetto, imparerò a sentirmi legittimata/o a pretendere rispetto e saprò distaccarmi da quelle situazioni nelle quali quel rispetto non viene garantito.
Ma anche in termini preventivi rispetto all’agire violenza: se prima di tutto rispetto me stessa/o, riIl diritto di essere presi sul serio sin dall’infanzia conosco la legittimità del mio corpo, guarderò con lo stesso rispetto il corpo degli altri, e riconoscerò negli altri la legittimità del loro essere. Questo è, di fondo, la difesa più importante, perché radicata nel sé, contro la violenza, dentro alle relazioni interpersonali a livello micro – nella coppia – così come a livello macro – nei contesti e nelle organizzazioni – fino alla società stessa, come metteva sempre in luce la Miller nei suoi studi che riconnettevano le storie di infanzie abusate con gli atti di violenza sociale (Miller, 1987).
Di primo istinto, potremmo pensare che questa sia, però, una questione da portare avanti all’interno dell’educazione familiare, dove di fatto si innestano le prime esperienze di cura e di relazione fra adulto e bambino. In questa conversazione, però, vorrei provare a sottolineare come questa sia invece una questione di professionalità e di incarico sociale. Lo mette chiaramente in luce l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (2015), quando stabilisce come proprio target, esattamente nel 16, l’eliminazione di abuso, sfruttamento, traffico contro l’infanzia e, in generale, di tutte le forme di violenza e tortura contro l’infanzia. La visione strategica delle Nazioni Unite nella costruzione dell’Agenda 2030 è, ormai, ben nota, nel suo investire sulle nuove generazioni, assumendo la sostenibilità come patto intergenerazionale.
Ciò che, però, deve portare a riflettere in questa nostra conversazione è il fatto che la presenza di forme di violenza contro l’infanzia venga, di fatto, considerata strutturalmente un ostacolo allo sviluppo di società sostenibili, giuste ed eque. Vale a dire che la prevenzione della violenza sin dall’infanzia è la condizione essenziale per lo sviluppo delle società nelle direzioni auspicate dall’Agenda stessa. L’educare al rispetto di sé e degli altri è, dunque, parte di questa strategia, ed è una questione sociale, culturale: pubblica. Ecco perché ha senso parlarne qui, in una rivista che si rivolge anche a professionisti dell’educazione: perché i contesti educativi sono i luoghi che la società predispone per garantire quella prevenzione e protezione all’infanzia che permette alle società di essere, e divenire, società giuste e sostenibili. I servizi alla prima infanzia sono, dunque, parte strutturale della strategia di prevenzione e contrasto a ogni forma di violenza.
Lo sono proprio nella costruzione di reti di salvaguardia dell’infanzia nella relazione con le famiglie. Perché la responsabilità delle bambine e dei bambini, della loro tutela, nell’assetto delle società democratiche che rispondono al quadro strategico che, a livello, internazionale, stiamo portando avanti non è soltanto delle famiglie: è collettiva. Ecco che, allora, i professionisti dell’educazione possono essere considerati in prima linea nella strategia di tutela che abbiamo sopra descritto. Come sentinelle fondamentali quando le famiglie non siano in grado di fornire quelle cure educative fondamentali per l’infanzia, in termini di vigilanza, che comunque deve esserci, per riconoscere i segni di grave pregiudizio, fino a provvedere alle collaborazioni con i servizi sociali quando necessario.
Ma, ancor prima, come punto di riferimento per le famiglie, nell’accompagnare i genitori a comprendere quanto quell’educazione al rispetto e al riconoscimento della legittimità del proprio corpo e del proprio modo di essere sia la forma prioritaria di prevenzione di qualsiasi violenza e abuso. Affinché ciò sia possibile, per svolgere appieno questo ruolo cruciale nella rete, i servizi educativi devono essere luoghi quotidiani di riconoscimento e rispetto: proprio i e le professioniste dell’educazione devono darne testimonianza, nei gesti quotidiani del loro lavoro. I servizi educativi devono essere luoghi dove si possa fare quotidiana esperienza di rispetto, dove le bambine e i bambini possano sempre essere presi sul serio. Non è affatto una questione scontata: è molto facile cadere nell’errore di sottovalutare quanto riportano i più piccoli, sia perché, in fondo, viviamo in una società adultocentrica che fatica a riconoscere in chi non è adulto un interlocutore affidabile, sia anche perché, essendo tutti state e stati bambine e bambini, si fa in fretta ad arrogarsi il diritto di “saperne di più”, figurarsi se poi lo si fa per professione: “I bambini li conosco”, “I bambini sono tutti uguali”, “So io come si fa”, sono frasi che tutte e tutti abbiamo pensato almeno una volta. Dove sta, allora, la professionalità? Proprio nell’atto consapevole e intenzionale di umiltà, di sospensione del giudizio, che forzatamente – non per istinto – ci impegniamo a fare per guardare quella bambina o quel bambino con viva curiosità e serietà. Pensando di non saperne nulla e di avere da imparare da lei o da lui. Pensando che se sta piangendo ha delle ragioni che per lui o lei, sono estremamente valide, e che dunque lo devono essere anche per noi. Pensando che se si oppone a qualcosa, fosse anche una cosa banale, sta manifestando la propria volontà e dunque io devo intervenire come lo farei con un adulto. Pensando che, nel momento della routine del bagno, se mi accosto a lei/lui gentilmente chiedendole: “Vuoi che ti aiuti a sederti? Vuoi che ti aiuti a pulirti?” invece di farlo direttamente io, le sto insegnando che nessuno – nemmeno la maestra – può toccarla se lei non è d’accordo. Che il suo corpo va rispettato.
E il bambino o la bambina di fianco, che assiste alla scena, saprà che nessuno – nemmeno la maestra – può toccarla/o se lei/lui non è d’accordo. Ecco, la prevenzione contro la violenza, in tutte le sue forme, parte da lì: dai piccoli e quotidiani gesti di rispetto e di riconoscimento.
Elisabetta Biffi, professoressa di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Chiara Carla Montà, ricercatrice di Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi di Milano-Bicocca.
PER APPROFONDIRE
Miller A., La persecuzione del bambino. Le radici della violenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
Riva M., L’abuso educativo. Teoria del trauma e pedagogia, Milano, Unicopli, 1993