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Le parole dell’educazione
Habitus
Monica Guerra 
Professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale, Dipartimento di Scienze umane per la formazione “Riccardo Massa”, Università degli Studi Milano-Bicocca
Ogni adulto che si occupa di educazione e scuola è portatore di un modo di interpretarle che si concretizza in una serie di caratteristiche e di comportamenti. Ognuno, in tal senso, assume un’attitudine che diviene una sorta di postura identificabile in un habitus. Si tratta certamente di un’interpretazione che conserva tratti precipui di ciascuno, ma nei contesti educativi e scolastici diviene fondamentale che tale habitus condensi delle qualità professionali, permettendo di incarnare alcune trasversalità dell’essere educatore e insegnante, senza che ciò contrasti con le peculiarità individuali.
Che cosa, dunque, può connotare in modo fertile un habitus educativo? Qui si cercherà di delineare alcuni caratteri prioritari, sebbene certamente suscettibili di modifiche o integrazioni, per un’educazione che vuole costruirsi in dialogo con coloro a cui si rivolge.
Parte di questa postura è preliminarmente la propensione a osservare e ascoltare, intesa principalmente come la disposizione a mantenersi aperti agli altri, a ciò di cui sono portatori, nelle loro infinite differenze. È un tratto basilare e insieme costitutivo, in cui risiede una dichiarazione di fiducia nell’altro, a partire dalla quale tutto è possibile, perché ne segna il riconoscimento e il rispetto.
Strettamente connessa è l’attenzione a tenere traccia dei processi: anche qui, l’atto del documentare intercetta le motivazioni più profonde di una pratica fondamentale, quelle orientate alla valorizzazione dell’altro e, insieme, alla costruzione e ricostruzione di un percorso condiviso, che vede l’adulto interpretarsi come costante supporto alla ricerca di bambine e bambini, restituendola in modo appassionato e sensibile.
Si tratta pertanto di un habitus in dialogo, con le bambine e i bambini, ma anche con le famiglie, con le colleghe e i colleghi, in sintesi e complessivamente con i contesti, impegnato a riconoscerne le potenzialità e a ripensare ed eventualmente integrare ciò che è necessario.
Questo habitus così profondamente in ascolto, così aperto all’esistente e alla sua valorizzazione, non è tuttavia affatto passivo, anzi: uno dei suoi tratti costitutivi è proprio l’assunzione di responsabilità rispetto alla proposta educativa. Una responsabilità che invita a riflettere in primo luogo non su cosa sia mancante nelle risposte di coloro a cui le proposte vengono offerte, ma su cosa sia rivedibile di quelle proposte, per meglio rispondere a coloro a cui vengono fatte. Questo habitus, cioè, mostra la sua fertilità soprattutto perché si fa riflessivo, pronto a interrogarsi in modo costante e addirittura costitutivo, mantenendosi in ricerca e quindi interpretando il lavoro educativo come qualcosa che non può che dipanarsi nel procedere dell’esperienza.
È l’habitus di un ricercatore, o di un esploratore (Guerra, 2019), cioè di chi, coltivando un’attitudine permanente alla sperimentazione (Smith, 2011) e mantenendosi aperto e curioso rispetto agli eventi educativi, ne riconosce la fluidità e anche l’imprevedibilità, consapevole che in ciò risiede anche il loro essere vivi, autentici, preziosi. In questo senso si tratta di un habitus che è possibile definire ecologico, nel senso di relazionale, interrelato fortemente nel contesto, che respira con esso e di esso è parte consapevole.
È certamente un habitus da coltivare, continuamente, perché solo apparentemente semplice, come le azioni che lo connotano: ciascuna di esse, infatti, richiede un esercizio raffinato e approfondito per trasformarsi da tecnica a tratto; per divenire, appunto, habitus, cioè atteggiamento costitutivo e modo sensibile di interpretare l’agire educativo, postura di attenzione e cura verso il mondo cui ci si rivolge.
BIBLIOGRAFIA
Guerra M., Le più piccole cose. L’esplorazione come esperienza educativa, Milano, FrancoAngeli, 2019.
Smith K., Come diventare un esploratore del mondo. Museo d’arte di vita tascabile, Mantova, Corraini, 2011.
Per approfondire
• Biffi E., Cosa può fare ed essere un bambino oggi? Riflessioni pedagogiche sul contributo dell’infanzia nella
società contemporanea, in “Pedagogia oggi”, vol. 16, n. 2, 2018, pp. 205-226.
• Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Milano, Feltrinelli, 1997.
• Montà C., Children’s education for participation in public, formal and structured decision-making
processes. Moving between policy and practice, Roma, Armando Editore, 2022.
• Rinaldi C., Giudici C., Krechevsky M. (a cura di), Rendere visibile l’apprendimento, Reggio Emilia, Reggio