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INCONTRI CON IL VIVENTE

Gramigna rampicante

Incontrastata regina delle malerbe

Stefano Sturloni

Per la gramigna, invece, non ha pietà: è inutile che la tagli a pezzi con la zappa: tanto poi ogni pezzo ricresce come i draghi delle favole. Anzi, è proprio un drago, se la guardi bene, vedi i denti, le unghie e le scaglie”

Primo Levi, 1971

La personalità della gramigna non si può dire sia stata trascurata dalla narrativa, la troviamo nelle pagine di insigni autori, e sempre in quanto rea di mancato rispetto dell’uomo e delle sue fatiche. Se ne prende di mira l’ostinata invasività, la tenacia con cui resiste all’eradicazione, il suo continuo riapparire in orti e giardini, fregandosene dei nostri desideri. “Quando si comincia con lo sradicare una gramigna – scrive Italo Calvino –, subito se ne vede spuntare un’altra un po’ più in là, e un’altra, e un’altra ancora.” Un mostro da maledire senza attenuanti. Mai una volta, non dico che si guardi a queste attitudini con un minimo di apprezzamento, ma anche soltanto che si riconosca alla gramigna una certa eleganza. Eleganza? sbotta subito qualcuno, non lo vedi com’è fatta, con quei fusti rigidi, striscianti, quasi animaleschi, trapunti di dentelli fogliari e radicali pronti a dilagare ovunque per accaparrarsi il suolo? Vero, non risparmia nemmeno i marciapiedi o le vasche dei pesci rossi, tappezzandone gli specchi d’acqua! Ma, mi chiedo, e le sue infiorescenze, due righe non le meritano? Proviamo a guardarle un attimo: la loro delicatezza sembrerebbe contraddirne l’arroganza, come se la pianta volesse farsi perdonare l’invadenza dandosi un’aria innocente. Cominciamo da qui, da questa architettura sommitale che, affidandosi a un esile stelo, si stacca da terra per non più di 30-40 centimetri e si apre al cielo come lo scheletro di un ombrello, sebbene con i raggi dritti e rivolti all’in su. Da tre a sette, questi raggi non sono altro che sottilissime spighe su cui troviamo allineati, con orientamento unilaterale, i fiori. Non fiori come siamo soliti intendere, dotati di quegli elementi attrattivi che corrispondono ai petali: le Poacee, o Graminacee se preferiamo, non ne hanno bisogno, essendo al vento che affidano la diffusione dei pollini, anziché a insetti o altri invertebrati. In questa famiglia l’anatomia fiorale è ridotta all’essenziale ed è parte di una struttura definita spighetta, costituita da più elementi. Osservando da vicino le spighette al momento della fioritura noteremo che vi sporgono due tipi di strani oggetti. I primi, di colore giallo pallido o violetto, ricordano una doppia barchetta e pencolano appesi a un sottile filamento. Si tratta delle antere, la componente maschile del fiore, custode del polline. Quando il polline non c’è più si vede bene come siano foggiate a conca per contenerlo. I secondi, costituiti da un ciuffo di filamenti violacei, sono gli stimmi, le strutture femminili preposte all’intercettazione del polline. Abbandonando l’infiorescenza per scendere lungo il culmo (così è definito il fusto delle Poacee), incontriamo le foglie, che hanno forma lineare con una nervatura centrale evidente e una fitta corsa di nervature parallele più fini. Osservando le foglie con una lente noteremo lunghi peli bianchi, presenti soprattutto sulla pagina inferiore, e minuscoli dentelli sul margine. Inoltre, anziché dotate di un picciolo, le foglie inguainano il culmo alla loro base per poi distaccarsene in modo alterno e opposto. Giunti a terra, proviamo a sradicare la pianta, e ci accorgeremo di quanta resistenza oppone. Abbiamo infatti a che fare con una malerba perenne dotata di radici ben sviluppate, tozze e coriacee, che possono spingersi fino a due metri di profondità. Lo fanno perforando anche i terreni più duri grazie alle estremità puntute e di aspetto osseo. Non sono da meno gli stoloni, i fusti striscianti con cui la pianta va alla conquista di nuovi spazi, radicando ai nodi e percorrendo distanze di diversi metri. Tutte caratteristiche che hanno fatto della gramigna un’entità di successo, consentendole di colonizzare l’intero pianeta senza lasciare lacune significative. Si dica pure, a corollario, che la gramigna è allergenica, ma non se ne dimentichino le virtù. Utilizzata per impianti prativi e come foraggio, è anche specie commestibile e officinale: i suoi bistrattati rizomi hanno proprietà diuretiche, antinfiammatorie, depurative e in periodi di carestia sono stati macinati e mescolati alla farina per produrre pane, o tostati per farne un surrogato del caffè. Essere gramigna ha i suoi vantaggi!

“Questa erba io l’ho anche vicino a casa mia” “Sembra un fiore che sta sbocciando. Questi si aprono e diventa un fiore” “Non punge, fa solletico!” “Sono quattro: 1, 2, 3, 4, poi c’è la foglia e la treccità” “Si chiama foglia cammina!”

Calvino I., Palomar, Milano, Mondadori, 1994. Levi P., “Ammutinamento”, in Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2005.

Gramigna rampicante (anche se rampicante non lo è): Cynodon dactylon Famiglia: Poacee (oggi preferito a Graminacee)

Dal greco kynodon = cane e dente, probabilmente per le estremità delle radici avventizie simili a canini Dal greco daktylon = dito, per la forma digitata dell’infiorescenza

Grafiche e parole di bambine e bambini di 3 e 4 anni della scuola comunale dell’infanzia Salvador Allende di Reggio Emilia © Scuole e Nidi d’infanzia – Istituzione del Comune di Reggio Emilia © Sulle fotografie Stefano Sturloni

© Scuola dell’infanzia Casa del Bambino, Ferrara

Stefano Sturloni, formatore e naturalista, già atelierista delle Scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia.

 

 

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