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Francesco De Bartolomeis e l’educazione 0-6
Note a margine
Andrea Bobbio
Professore associato in Pedagogia Generale e Sociale, Dipartimento SHS, Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste
Abstract
L’articolo si propone di riflettere sul pensiero di Francesco De Bartolomeis facendo il punto sul rilievo del suo contributo per lo sviluppo di un compiuto sistema 0-6 in una prospettiva che, già nei suoi scritti, faceva presagire percorsi di continuità pensati per rendere tali realtà luoghi organizzati di primo contatto con i prodotti più rilevanti della cultura e dell’arte. La didattica per laboratori, la continuità con il territorio, le idee deweyane di educazione intellettuale e di esperienza costituiscono i punti focali di tale analisi nella prospettiva “antipedagogica”, ovvero nell’ottica di un esercizio permanente e inquieto di decostruzione critica dei contesti educativi e dei loro riti più vieti e sclerotizzati.
Parole chiave
Laboratori, antipedagogia, nidi, scuola dell’infanzia
Contatti
a.bobbio@univda.it
UN APPROCCIO “LABORIOSO” E SPERIMENTALE
Una riflessione a ricordo1 di Francesco De Bartolomeis costituisce un’occasione per fare il punto sul rilievo del suo contributo allo sviluppo della scuola dell’infanzia e dei servizi 0-3 in una prospettiva che, già nei suoi scritti, faceva presagire percorsi di continuità pensati per rendere tali realtà luoghi organizzati di primo contatto con i prodotti più rilevanti della cultura e dell’arte. Un sistema di iniziazione ai tanti linguaggi di cui si sostanzia l’umano, quindi, in cui le pratiche attive trovavano una loro precipua traduzione nell’idea di laboratorio concepito con uno spazio didatticamente specifico e differenziato. Come afferma Cesare Scurati, infatti, quando si parla del laboratorio è bene distinguere l’accezione generica, come concetto metaforico di scuola attiva, laboriosa e sperimentatrice, da quella specifica in senso tecnico, che indica uno spazio-tempo dedicato e differenziato rispetto a contenuti e obiettivi ben definiti (Salati, 2020). Cercando di identificare più puntualmente il concetto di laboratorio possiamo, con De Bartolomeis, qualificarlo come “un luogo organizzato ed attrezzato in vista delle attività di ricerca degli studenti rispetto cui l’attività dell’insegnante ha funzione di guida e di supervisione” (De Bartolomeis, 1983, p. 208). I presupposti pedagogici della definizione di De Bartolomeis poggiano su una matrice schiettamente costruttivista: una teoria della conoscenza come elaborazione attiva e una coerente teoria dell’apprendimento come (ri)costruzione e (ri)scoperta del sapere.
Abbiamo tematizzato il tema del laboratorio come incipit di questo articolo proprio perché tale concetto è stato il motivo che ha reso De Bartolomeis un protagonista del rinnovamento della scuola dell’infanzia italiana e artefice di una serie di sperimentazioni, intese come consapevoli manipolazioni di un ambiente dato, finalizzate a modificare in senso permanente l’organizzazione e la didattica del nostro sistema formativo, specialmente di quello prescolastico.
LA COLLOCAZIONE ISTITUZIONALE
Come ricorda Franco Cambi: “Con la scomparsa a Torino il 29 giugno 2023 di Francesco De Bartolomeis (1918-2023) e ormai dopo la morte di Borghi e Laporta nel 2000, di Visalberghi (2007), di Fornaca (2015) e di Cives (2022), ricordando anche quella di Santoni Rugiu (2011) e quella più lontana di Codignola (1956), si è chiusa in modo definitivo la stagione alta, complessa e articolata, come pure esemplare, della cosiddetta, in pedagogia, «scuola di Firenze» (così denominata da Zangrilli) […] Certo è che ora possiamo e dobbiamo rileggerne con più attenzione e il cammino e l’approdo attuale e il legato che essa ci ha lasciato e ancora ci consegna un po’ come guida teorico pratico-politica. De Bartolomeis fu in quell’esperienza articolata una figura veramente chiave: assimilò la lezione di Dewey per una pedagogia scientifico-filosofico-politica che tra indagine, scuola attiva e democrazia trovava i propri principi animatori (e si vedano i suoi scritti del 1953, Introduzione alla didattica della scuola attiva e La pedagogia come scienza) comuni a tutto il gruppo fiorentino, dove anche operò per qualche tempo. Da lì poi tornò nel 1956 a Torino, dove venne allargando i suoi campi di riflessione, nel 1958 con un nuovo saggio su Cos’è la scuola attiva e aprendosi al riconoscimento di esperienze educative avanzate in Italia, come quelle di Cooperazione Educativa, e sviluppando una posizione critica più personale definita tra antipedagogia e estetica, come ci rivelano il saggio del 1969 (La ricerca come antipedagogia) e poi gli interventi sull’arte. E qui De Bartolomeis venne a seguire una sua strada pur restando fedele ai principi deweyani condivisi con gli amici fiorentini” (Cambi, 2023, pp. 309-310). Già questo stringato inquadramento rimarca l’influenza di Dewey sul pensiero di De Bartolomeis e ci restituisce un modello (pedagogico-didattico-prasseologico ed euristico) in cui spazi, tempi, materiali, curricoli, relazioni, non sono degli assoluti pedagogici ma variabili strutturali che possono essere manipolate dall’educatore in virtù della sua idea di bambino, di cultura2 e di educazione: per questo occorre una professionalità “alta” capace di operare consapevolmente questa mediazione, una professionalità che si forma, attraverso pratiche partecipative di ricerca-intervento, nel gruppo docente, tramite un’idea democraticamente condivisa di formazione. In ordine a quest’ultimo aspetto le suggestioni che ci lascia De Bartolomeis, e che possiamo riferire allo sviluppo del nuovo sistema 0-6 di cui lo stesso Francesco è stato commentatore interessato, fino all’ultimo3 , sono innumerevoli e muovono tutte dalla costatazione “che può sembrare affermazione azzardata: la scuola per l’infanzia realizza modelli formativi più progrediti rispetto a quelli dei gradi ulteriori dell’educazione. Questo vantaggio dipende anche da una situazione di privilegio, in quanto per le scuole dell’infanzia non sono previsti traguardi culturali determinati da raggiungere in tempi determinati. Una concezione non «scolastica» dell’educazione” (De Bartolomeis, 2018, p. 6). Da qui un approccio senza complessi di inferiorità nei confronti degli altri ordini di scuola, nella consapevolezza che occorra situare l’apprendimento infantile in un contesto autentico, in cui la connessione tra formale e informale trova il suo punto archimedico nel concetto di esperienza, un’esperienza che, per essere tale, deve essere regolata dall’educatore in modo da renderla il precipitato di un’azione sempre più consapevole, sempre più riflessa dalla mentalizzazione dei vissuti dei non adulti colti nella loro problematica connessione con la storia individuale; un’attività quindi che, attraverso l’inserzione dei linguaggi e della cultura nella coscienza infantile, porti il bambino a una sempre più profonda intellezione delle cose. Un’intellezione, tuttavia, per taluni versi, scomoda, spiazzante, ambivalente perché inquietamente sollecitata dai portati più alti, dalle eccellenze, della scienza e delle arti proposti al bambino attraverso una forma né didatticistica né didascalica bensì come problema. Un’intellezione produttiva, attiva, dunque, che, in situazione, nei laboratori che articolano il tempo dell’apprendimento e dell’educazione, porta allo sviluppo di un’attitudine metodologica e di un habitus mentale che, come rileva lo stesso Autore, nei suoi precipitati operativi in prodotti eccellenti e tangibili, è stata il suo oggetto di studio privilegiato tanto da ispirarne gran parte del lavoro: “Una buona parte dei miei contributi alla sperimentazione pedagogica riguarda la produzione e i prodotti riferiti alla cultura cognitiva, alle attività tecnologiche, alle varie forme di arte, alla socializzazione in una molteplicità di rapporti” (De Bartolomeis, 1983, p. 51). Questo terreno di riflessione, agli esordi degli anni Settanta ancora per molti aspetti vergine, si prestava a processi di innovazione che, per il De Bartolomeis, dovevano originarsi dall’interno dell’istituzione stessa, al di là di dirigismi preconcetti e da prevenute filosofie dell’educazione. L’insegnante doveva farsi ricercatore e il ricercatore farsi prossimo al contesto educativo aprendosi all’inquietudine dell’esperienza, alle sue perturbazioni accidentali, imprevedibili, e alle sue dinamiche mai definite a priori. Qui De Bartolomeis mostra il suo interesse militante per il mondo dell’educazione infantile e prende sul serio l’attitudine epistemofilica del bambino. Soprattutto negli ultimi anni della sua vita (e della sua rilevante produzione scientifica), si sofferma sull’educazione estetica evidenziando l’esigenza di una scuola che indaghi le condizioni di possibilità affinché il bambino possa fruire, per crescere, di tutte quelle possibilità offertegli da un ambiente predisposto intenzionalmente a questo: “Avvicinare il bambino a un’opera d’arte, al ritratto, fargli individuare le caratteristiche essenziali, aspettarsi che ne risenta anche la sua produzione grafico-artistica sono gli obiettivi che ci siamo proposti e che abbiamo raggiunto con varie attività” (De Bartolomeis, 2022, p. 94). Il sistema dei laboratori funziona proprio in questo modo: destrutturando le concezioni tradizionali di fare scuola – purtroppo ancora correnti fino ai nostri giorni – e spingendo la riflessione sull’innovazione (attraverso una forma di decostruzione della pedagogia tradizionale che, con un fortunato titolo dello stesso De Bartolomeis, possiamo chiamare anche antipedagogia) fino alle soglie della pedagogia istituzionale. A tal proposito, per esempio, ricorda il pedagogista salernitano: “Va ribadita la necessità di abbandonare il criterio di appartenere a una classe fissa per grado, localizzazione e dimensione per disporre di una struttura (il sistema di laboratori) con spazi, moduli organizzativi, materiali, strumenti attrezzature favorevoli alla mobilità e alla varietà dei raggruppamenti” (De Bartolomeis, 1978b, p. 52). De-istituzionalizzare, semplificare, sburocratizzare, smitizzare, ma anche contestualizzare, riconnettere, ampliare di prospettiva, problematizzare, de-banalizzare paiono i verbi più consoni per descrivere questi driver dell’innovazione. Suggerimenti recepiti in modo sistematico e convincente dalla scuola dell’infanzia italiana soltanto solo a partire dagli Orientamenti 1991.
UN CURRICOLO PER L’INFANZIA
Organizzare la scuola dell’infanzia e anche il nido dotandoli di un curricolo forte, con le dovute cautele metodologiche, costituisce il guadagno dell’impostazione attivistica di De Bartolomeis il quale introduce, da vero apripista, l’idea che anche nell’educazione infantile possano e debbano essere possibili attività di ideazione culturale – concepite come forme di ampliamento dell’esperienza e di mediazione – operate attraverso un dispositivo intenzionale organizzato tanto attraverso dichiarati repertori referenziali quanto attraverso una curricolo implicito o latente.4 Scrive lo stesso De Bartolomeis riferendosi al laboratorio (ma con considerazioni che possiamo estendere tanto alla scuola dell’infanzia tout court quanto al nido, intesi entrambi come “sistemi di laboratori”). “Diciamo che il laboratorio è un luogo di ricerca e, in genere, di attività produttiva condizionata:
• dal tipo di strutturazione dello spazio;
• dal tipo di organizzazione del tempo;
• dalla capacità di porsi obiettivi determinati e di lavorare per essi fino ad arrivare ai prodotti;
• dai materiali;
• dagli strumenti;
• dalle procedure d’uso dei materiali e degli strumenti;
• dalla metodologia di guida;
• dalla tendenza di organizzare sistematicamente realtà esterne” (De Bartolomeis, 1983, p. 58).
Questa stringata quanto efficace descrizione ci mostra anche l’opera viva della didattica (ovvero quanto è al di sotto della linea di galleggiamento dell’imbarcazione, e quindi, fuor di metafora, ciò che definiamo correntemente curricolo latente o implicito) e rende conto di come il tempo delle istituzioni 0-6 viva di momenti di accelerazione e di intensificazione (i laboratori) e altri di distensione, di raccoglimento individuale, di rigenerazione di sé. L’equilibrio di questa struttura è garanzia di benessere, di apprendimento e di produttività relazionale costituendo il punto di equilibro tra la naturalezza dei processi spontanei che contraddistinguono l’esserci dell’infanzia e l’artificio dell’apprendimento strutturato proprio della situazione educativa e delle esigenze della società.
Il valore del gioco all’interno del curricolo
Il ruolo centrale del gioco nella scrittura di un curricolo per l’infanzia è esplicitamente rivendicato all’interno delle Linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei identificando uno specifico rapporto tra qualità dell’ambiente, oggetti e materiali a disposizione di bambini e adulti ed esperienze di carattere educativo. Segnatamente, il documento riconosce che: “Riconoscere la centralità del gioco, nei contesti 0-6, significa predisporre spazi adeguati e concedere tempi dilatati a quest’attività, arricchirla attraverso proposte di esperienze educative finalizzate ad espanderne i contenuti e le trame (mediante letture, conversazioni, costruzione di materiali-allestimenti, visite ecc.), partecipare al gioco dei bambini secondo una strategia delicata e interattiva, che consente non solo di arricchire i loro giochi, ma anche di ampliare le loro conoscenze” (Ministero dell’istruzione, 2021, p. 21). De Bartolomeis si situa esattamente in questa prospettiva quando sollecita a rivalutare il fantastico come processo creativo e come linguaggio dal quale fare affiorare l’esperienza artistica, estetica ed epistemofilica. Tale forma di riqualificazione della didattica significa, nel segmento 0-6, rivalutare anche il ruolo formativo rivestito dal gioco quale cerniera tra formale e informale, tra mondo interno della mente ed esterno, della cultura e dei sistemi simbolico-culturali. Tale posizione, che identifica nel simbolico e nel fantastico due aspetti imprescindibili nella costruzione di un curricolo per l’infanzia, non contrasta con la graffiante critica al panludismo maturata da De Bartolomeis sulla scorta degli insegnamenti deweyani che, nella prospettiva italiana (soprattutto della pedagogia laica), si opponevano a una concezione d’infanzia che Franco Frabboni definiva “tutta fantasia e sentimento” e “con la testa in cassa integrazione”. Segnatamente, argomentava De Bartolomeis: “Certo, il gioco non è svago, non è un’attività inferiore ma le richieste pressanti dell’esperienza già nel bambino piccolo non possono essere soddisfatte prevalentemente o addirittura esclusivamente da comportamenti ludici. […] Il concetto di gioco, anche ampliato, non è in grado di rendere conto dei meccanismi di adattamento, di risposte, di apprendimento del linguaggio, di socializzazione, di vicende emotive in cui consiste la crescita del bambino” (De Bartolomeis, 1983, p. 54). Se non tutto è gioco, De Bartolomeis intuisce che il bambino è costitutivamente portato verso le attività serie che sono prototipiche del lavoro. La serietà, la concentrazione, qui sono colte nella loro matrice socialmente genetica di una professionalità adulta che si acquisisce, fin dall’infanzia, per immersione culturale, senza artificiose disgiunzioni: “Il bambino ha il gusto del lavoro, tra l’altro perché ha un acuto bisogno di autoaffermazione. Il lavoro gli dà anche il senso di partecipare al mondo degli adulti, dunque a cose importanti; perciò, mette zelo impegno, accetta responsabilità. Le attività di governo (ad esempio la sistemazione di brandine per la siesta) sviluppano in modo particolare il senso di appartenenza a una comunità e da ciò nasce sicurezza” (De Bartolomeis, 1968, p. 34).
CONCLUSIONI
La lunga storia di Francesco De Bartolomeis costituisce un fortunato quanto raro esempio di quello sguardo eclettico sul mondo e la società che dovrebbe avere la pedagogia, oggi invece sempre più frammentato e settoriale. Il sodalizio culturale con Adriano Olivetti, e quindi la fabbrica e il mondo della produzione, l’arte, l’associazionismo militante (pensiamo all’MCE), la scuola dell’infanzia, ma anche l’ospedale e la professionalizzazione dei suoi operatori, il rapporto tra formale e informale, il sistema formativo in tutte le sue più plurali declinazioni, costituiscono le sfide più rilevanti della sua impresa culturale. L’elemento comune al suo approccio in tutti i campi qui menzionati è che “la cultura non è ciò che ci viene dato ma ciò che noi riusciamo a fare”. Una spinta irrefrenabile all’agire e a superare il già dato abbandonando le comode rendite di posizione. Ciò vale anche per la costruzione del sistema integrato 0-6.
¹ Il testo prende spunto dalla relazione svolta dall’autore di questo contributo in occasione del convegno Creatività, sistema formativo, arte. L’innovazione secondo Francesco De Bartolomeis tenuto a Torino il 12 e 13 settembre 2024.
² Come scrive l’autore “la cultura non è ciò che ci viene dato ma ciò che noi riusciamo a fare: si modificano i quadri di riferimento e i sistemi di valori, entrano in gioco forze e motivazioni che non erano mai state sollecitate” (De Bartolomeis, 1978a, p. 44).
³ Facciamo qui riferimento alla sua quadrilogia pubblicata tra il 2022 e il 2023 dall’editore Zeroseiup e composta dai seguenti volumi: Pensieri su cui pensare (2022a); I bambini, l’arte e la cultura (2022b); Percorsi educativi nello spazio e nel tempo (2022c); Un sistema educativo ramificato. Formazione e produzione (2023).
⁴ “Pedagogia latente”: “Una pedagogia implicita e irriflessa ma pur sempre influente sul comportamento degli individui in via di sviluppo che ne sono i destinatari, una pedagogia iscritta nella disposizione degli arredi e degli ambienti, nelle modalità di gestione degli incontri e delle attività, nelle “norme” che regolano la vita collettiva […] nelle routine, negli eventi e nelle situazioni che ritmano e scandiscono la quotidianità della vita scolastica che non solo ha ricadute sulla vita e la crescita degli alunni ma anche contraddistingue, in maniera peculiare, ciascun ambiente educativo” (Bondioli, 2000, p. 348).
Abbiamo bisogno di abitare il mondo in altri modi, più attenti e rispettosi, ripensando alle nostre azioni ed educandoci a sensibilità e comportamenti rinnovati. Un piccolo vocabolario di parole note, ma declinate in chiave ecologica, da condividere, discutere, vivere, perché un altro modo di abitare questa Terra è possibile. Una suggestione preziosa per riscrivere una diversa relazione con gli ambienti che attraversiamo, parola dopo parola, azione dopo azione, gioco dopo gioco.
BIBLIOGRAFIA
Bondioli A., Manuale di valutazione del contesto, Milano, FrancoAngeli, 2000.
Cambi F., Nota sulla scomparsa di De Bartolomeis e una riflessione su un modello molto alto della pedagogia italiana post-bellica, in “Studi sulla Formazione”, 26, 2023, pp. 309-310.
De Bartolomeis F., Il bambino da tre a sei anni e la nuova scuola infantile, Firenze, La Nuova Italia, 1968.
De Bartolomeis F., La pratica del lavoro di gruppo, Torino, Loescher, 1978a.
De Bartolomeis, Sistema dei laboratori. Per una scuola nuova, necessaria e possibile, Milano, Feltrinelli, 1978b.
De Bartolomeis F., Scuola e territorio. Verso un sistema formativo allargato, Firenze, La Nuova Italia, 1983.
De Bartolomeis F., Fare scuola fuori della scuola, Roma, Aracne, 2018.
De Bartolomeis F., Pensieri su cui pensare, Bergamo, Zeroseiup, 2022a.
De Bartolomeis F., I bambini, l’arte e la cultura, Bergamo, Zeroseiup, 2022b.
De Bartolomeis F., Percorsi educativi nello spazio e nel tempo, Bergamo, Zeroseiup, 2022c.
De Bartolomeis F., Un sistema educativo ramificato. Formazione e produzione, Bergamo, Zeroseiup, 2023.
Frabboni F., Il laboratorio, Roma-Bari, Laterza, 2004.
Ministero dell’Istruzione, Linee Pedagogiche per il sistema integrato zerosei, 2021.
Salati E.M., “Il laboratorio”, in C. Scurati (cura di), Nuove didattiche. Linee di ricerca e proposte formative, Brescia, Scholè, 2020, pp. 149-172.